Ordine degli Psicologi Informazione Culturale
Libri

a cura di
Angela Maria di Vita e Giacomo Calderaro
LA TUTELA DEGLI AFFETTI
Psicologia e Diritto verso un linguaggio comune
EDIZIONI UNICOPLI

Il volume offre un’ampia rassegna, attraverso diversi contributi, di alcune delle più rilevanti e delicate problematiche psicologico-giuridiche inerenti gli aspetti dei contesti e delle relazioni familiari, della tutela dell’infanzia, della questione penitenziaria e dell’esecuzione delle pene. Come Vittorio Cigoli mette in evidenza nella sua premessa, il testo fa opportuno riferimento alla “ triade virtuosa ” ricerca, intervento, formazione, intesa non solo come processo circolare, ma, soprattutto come rimando ideale allo scambio proficuo tra ambiti disciplinari e attività professionali tra loro diverse, com’è il caso della psicologia e del diritto.
Psicologia e diritto hanno un terreno in comune: la vita stessa di persone, coppie, famiglie; nonché valori fondamentali: il valore della legge e quello della relazione. Questo libro costituisce il primo contributo di un’articolata produzione di ricerca epistemologico-operativa, prodotta dalla sezione di Psicologia Giuridica del Dipartimento di psicologia dell’Università degli studi di Palermo. La raccolta costituisce un momento di riflessione e di confronto tra figure professionali appartenenti al mondo giuridico e a quello psicologico (giudici, giudici minorili, psicologi, avvocati, operatori del penitenziario).
Finalmente il manuale che molti operatori (psicologi, magistrati, avvocati, assistenti sociali, educatori, pedagogisti e chiunque altro operi nel settore della psicologia applicata al diritto), aspettavano da tempo. I contributi multidisciplinari sono infatti necessari allo psicologo per lavorare sulla persona tenendo presente le ragioni del diritto e sono necessari ai giuristi per lavorare sul diritto tenendo conto della persona. Gli autori di diverse discipline, sapientemente coordinati da A.M. DI Vita e da G. Calderaro, affrontano qui, infatti, differenti approcci realizzando una finalità di integrazione epistemologica applicativa.
Attraverso l’analisi della rilevanza psico-giuridica in ambito civile (adozione, affidamento familiare, consulenza tecnica d’ufficio); in ambito penale ( abuso, violenza, tutela del minore, mediazione nelle coppie violente, trattamento penitenziario); in ambito istituzionale (magistratura e psicologia, organizzazione e comunità), il testo offre una larga panoramica sugli strettissimi rapporti tra psicologia e diritto.
Ancora Cigoli ricorda che “l’alleanza tra psicologia e diritto s’istituisce solamente se entrambe fanno un passo indietro: la psicologia, riconoscendo che la cornice in cui può esercitarsi l’intervento è quello della legge e non certo quello della richiesta diretta di aiuto; il diritto, riconoscendo che gli strumenti di cui dispone per intervenire nel dissidio e nella discordia familiare possono poco in merito alla cura del legame doloroso”. La legge viene, infatti, invocata come forza ordinatrice di fronte al caos delle relazioni familiari ma, senza una profonda conoscenza del regime perverso che attraversa non poche relazioni familiari, non è possibile andare in soccorso delle stesse.
Di Vita e Calderaro sottolineano, nell’introduzione, come il senso delle azioni e la loro motivazione trovano ragione nella psicologia e come sta mutando il ricorso ad essa in campo giuridico tanto che, nella prassi operativa ha permesso l’interazione di modelli e categorie di valutazione strutturatisi in un’interazione di codici e linguaggi comuni; così come, nella formazione degli operatori della giustizia, ha permesso l’introduzione del concetto di “ esperti del benessere ”. L’introduzione della gnoseologia psicologica in campo giuridico, ha permesso di superare il mero ricorso della giurisprudenza a discipline quali la medicina legale e la psichiatria forense. Queste due gnoseologie coadiuvavano infatti più l’aspetto costituzionale e strutturale delle questioni giuridiche, senza entrare a fondo nel merito del “ significato ” della “ dinamica ”, quindi dell’ “interpretazione ”, della cui funzione bene si guardavano lasciandola rigorosamente al giudice. Tali discipline hanno storicamente offerto alla giurisprudenza un supporto legittimizzante per tutte le questioni difficili da riportare ad una completa fattispecie giuridica, a volte con senso pretestuoso e niente affatto scientifico, cosa a cui la psicologia difficilmente si presta per la funzione dinamica che la connota e che la rende poco asservibile, atta com’è a sostenere e sostanziare l’esigenza di certezza, ma legata ancora a un vivace dibattito rispetto ad un modello appropriato di conoscenze integrate per l’esercizio delle funzioni giudiziarie e, forse in un futuro, nuovo fondamento epistemologico per la formulazione ed applicazione di esso.
La psicologia, insomma, è parte fondamentale del processo volto ad attuare uno dei più grandi mutamenti sulla natura stessa del diritto. Il senso della disciplina si pone quindi non più relativamente all’esegesi bensì al suo scopo, di mettere cioè il giudice in guardia dagli errori cognitivi, dai pregiudizi e dalle proiezioni che insidiano il giudizio.

M.Q.