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Fenomeno migratorio: multietnicità e paura dell’altro. Riflettere per capire, conoscere per non avere paura

di Sara D’Amaro

Ormai da anni assistiamo nella nostra isola agli sbarchi quasi giornalieri di migranti che giungono nei porti siciliani affrontando viaggi difficili e pericolosi, che spesso si trasformano in tragedie in mare.

Portatori di storie, di speranze, di traumi, di culture, di diversità, di credenze, di possibilità: i migranti che arrivano sulle nostre coste giungono ognuno con il proprio “bagaglio”, carico di peripezie psicologiche e fisiche con l’aspettativa che “il peggio per fortuna è passato”.

La provenienza di “questi migranti” è diversa e diversificataa: nei centri di accoglienza spesso troviamo migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana, ma anche bengalesi e pakistani e molti altri, che hanno deciso e maturato, o sono stati costretti ad andare via dalla propria terra d’origine.

Dopo aver intrapreso il loro lungo viaggio, frastagliato ed intarsiato di difficoltà, ingiustizie, spesso torture e violenze sia fisiche che psichiche, il migrante, pagante o meno, si mette in viaggio per l’Italia, per arrivare in Europa, panacea di un luogo dove poter iniziare a vivere e forse poter sognare.

Ma giunti in Italia il loro destino continua ad essere incerto e spesso, il migrante si trova ad affrontare episodi di intolleranza, diffidenza e discriminazione nei contesti sociali in cui si trova a vivere.

Dal 2014 lavoro come psicologa all’interno di un centro Sprar a Gela gestito dalla cooperativa sociale ASSI GELA, e da allora il mio modo di lavorare, il mio approccio verso gli altri è cambiato, il mio modo di pensare all’Altro è cambiato, è diventato molto più complesso di quanto già non lo fosse.

All’inizio le domande che mi facevo erano tante, in quanto il fenomeno migratorio è un fenomeno molto complesso e non si può ridurre a semplici espressioni come “scappano via perché non c’è lavoro”.

È la condizione umana che cambia! Non è mera invasione! Ogni giorno mi trovavo, e mi trovo ad ascoltare storie, ad ascoltare momenti di vita vissuta, dove le parole migrare, migrante, immigrato, immigrazione, viaggio, paura, futuro, progetto, razzismo, multietnicità, possibilità sono diventate le parole d’elezione per la comunicazione con il migrante.

Un rimugino di parole che giornalmente mi frullavano in testa e che attraverso la mia formazione avevano un ordine ma non un senso. E allora sono andata all’origine per fare ordine e chiarezza e dare senso: Cosa s’intende per fenomeno migratorio?

Rispetto a questa definizione, purtroppo, oggi c’è molta confusione. Nel linguaggio comune immigrato ed emigrato vengono usati senza una distinzione precisa per cui la confusione regna sovrana; partire, quindi, dall’esplicazione di esse permette di poter avviare una riflessione più attenta e accurata non solo del fenomeno ma di tutto quello esso comporta e che si trascina dietro.

Le definizioni che ho trovato sono tante ma è certo che per migrazione si intende lo spostamento di un soggetto da un luogo ad un altro. Quindi, il migrante è colui che ha alla base un progetto migratorio individuale o familiare e realizza il suo spostamento che può avvenire sia in una dinamica collettiva sia individuale. Per immigrazione si intende il trasferimento di una o più persone in un paese diverso dal proprio che arrivano in un altro paese. Chi emigra è la persona che lascia il proprio territorio. “Migrare, dunque, è un processo di adattamento e di fissione sociale” (C.M. Smith, E.T. Davies, 2012); quindi dalla possibilità di poter soddisfare i propri bisogni fisici, psichici, morali e sociali degli individui e dei gruppi si creano le condizioni per lo spostamento. Questi bisogni fanno in modo che si attivino dei Fenomeno di Mobilità Umana come le migrazioni, il nomadismo il pellegrinaggio, il turismo (P. Cianconi 2015) La migrazione è un fenomeno unico per la nostra specie in quanto migrando si mobilitano una grande quantità di variabili che entrano in un gioco nuovo rendendo la migrazione un territorio specifico.  Molto spesso migrare comporta un rischio. Lasciare i propri luoghi per i non luoghi, lasciare il conosciuto per il non conosciuto, lasciare i propri confini e le proprie certezze sociali e familiari comportano nel migrante un cambiamento, un rischio che spesso porta anche a problematiche psichiatriche importanti che possono emergere sia durante la permanenza nei centri di accoglienza che al di fuori di essi. Tuttavia, la storia dell’umanità è storia di migrazioni: a volte è il desiderio di migliorare la propria condizione di vita, altre volte invece è la disperazione la molla della migrazione. La mobilità è intrinseca all’essere umano e ha molteplici cause a seconda dei periodi storici in cui avviene.

Dunque, migrare implica uno spostamento che è spostamento anche di cultura, che si incontra con l’altro all’interno di un contesto sociale diverso che ha tradizioni, linguaggi e regole diverse.

Dopo aver chiarito cosa significa fenomeno migratorio e cosa esso implicasse, la mia riflessione si è spostata su ciò che esso comporta. L’incontro fra culture rende e trasforma la società facendola diventare multietnica e multiculturale, dove l’incontro con l’altro dovrebbe indicare ricchezza perché il confronto dovrebbe arricchire i protagonisti dello scambio culturale e non renderli nemici.

La nostra società è diventata, dunque, multietnica e multiculturale; questi due concetti presuppongono uno scambio reciproco e il confronto tra culture diverse, fra cultura che ospita e che viene ospitata.

Le migrazioni “inducono ad incontrare gli altri”, l’altro che è diverso da me ed è portatore di una cultura diversa da quella del luogo di arrivo. Arrivare in un posto diverso che ha cultura e confini ideologici, sociali, culturali diversi impone al migrante il dovere di cercare di adattarsi a quell’ambiente sociale senza per forza dover rinunciare alla propria identità, alle proprie tradizioni e alla propria cultura. Ogni giorno durante il mio lavoro mi accorgevo di quanto l’altro diverso da me mi stava arricchendo e di quanto io lo stessi aiutando nel suo processo di integrazione all’interno del territorio in cui agivo e agisco, aiutandolo nella sua sofferenza psichica e sostenendolo nel suo percorso identitario mantenendo la sua soggettività. Soggettività che è intrisa di una matrice transpersonale e nello specifico a livello del transgenerazionale. Esso si riferisce a tutto ciò che riguarda la famiglia e i gruppi interni di coloro i quali sono entrati a farne parte. È compreso in esso il trans personale familiare costituito cioè non solo dai genitori e dai nonni, ma anche dalle reti di “parentela” e ambientali con le quali il nascente si viene a trovare in contatto direttamente e/o indirettamente, tramite le strutture relazionali inconsce e mitografiche della famiglia. Essi hanno un carattere “anteriore” di intenzionalità desiderante-regolante; non vanno visti tanto come reti sociali di individui, bensì come le auto/etero rappresentazioni mentali che ogni membro della rete si fa di tutti gli altri e dei rapporti tra loro.  Perdere questo poteva implicare perdere sé stessi, la propria persona, il proprio essere (G. Lo Verso).

Ogni giorno mi accorgevo che, nonostante la multietnicità del luogo in cui vive, il migrante era sempre visto come una minaccia. E mi chiedevo perché? Forse perché il fattore della migrazione è spesso politico ed è intrecciato con quello economico: l’immigrazione, dovuta per lo più a condizioni di povertà, minaccia il tenore di vita e le opportunità lavorative ed economiche del gruppo di maggioranza, il quale può accadere che reagisca con ostilità nei confronti del gruppo di minoranza per mantenere il più possibile il controllo delle proprie risorse. Ma perché l’altro non lo posso considerare risorsa ma solo minaccia? Per capire meglio mi giunse in aiuto Dewey secondo cui la base del pregiudizio razziale è una antipatia istintiva e un timore per ciò che è straniero. Questo pregiudizio è convertito in discriminazione e frizione a causa di accidentali caratteristiche fisiche e di differenze culturali di lingua e religione e, soprattutto in questo momento, da una mescolanza di forze politiche ed economiche. I risultati sono gli attuali concetti di razza e differenza razziale fissa e di frizione razziale in assenza di una evidenza scientifica che li supporti (Dewey, MW, 13, 251 e cfr. anche Dewey, MW, 13, 439). Quindi alla base c’è un pregiudizio!?  Facendo una analisi della parola pregiudizio essa, nella lingua italiana, viene così definito: giudizio o sentenza anticipata e, in seconda accezione, viene definita opinione erronea proveniente da un giudizio falso. Quando ci facciamo un’opinione su una persona senza conoscerla, sulla base di supposte caratteristiche del gruppo cui riteniamo la persona appartenga stiamo esprimendo un pregiudizio. I pregiudizi sono idee complesse precostituite e presunte senza essere state verificate e quando prendono una forma permanente diventano stereotipi. La persona che nutre un pregiudizio nei confronti di un altro tenderà a prendere in considerazione solamente le cose che confermano le sue idee andando a rafforzare così, il suo pregiudizio e gli stereotipi in cui crede. Di solito lo stereotipo si riferisce a variabili come l’etnia, la sessualità, la religione, lo status sociale, la ricchezza, la razza, la nazionalità, e viene usata in senso negativo. Gli stereotipi non sono altro che strumenti cognitivi che permettono di semplificare e interpretare la realtà altrimenti complessa; ciò ci porta a generalizzare e ad estendere le osservazioni fatte su pochi elementi ad altre categorie. Di conseguenza ne deriva che tutto ciò che non ci è familiare, che viene da lontano, che non fa parte del nostro gruppo di riferimento, ci fa paura. La diversità fa paura. Per sconfiggerla bisogna conoscerla. Bisogna attuare una presa di coscienza della diversità. E dunque mi chiedo, perché nonostante, ormai da anni siamo abituati a relazionarci con i migranti, le nostre scuole sono multietniche, le nostre conoscenze sono multietniche, le nostre strade, i nostri negozi, i nostri rapporti di lavoro sono multietnici, continuiamo ad avere paura e ad enunciare giudizi di valore?

La risposta, seppur strettamente propria, fu questa: sia regolare o clandestino, la figura del migrante ci fa scattare sempre meccanismi di difesa nella nostra società già in crisi; evoca sentimenti di paura e incertezza che in qualche modo allontanano il singolo dal desiderio di dimostrarsi ospitale nei suoi confronti perché è evidente che essere ospitale significa anche confrontarsi con problematiche correlate alla condizione di immigrato, quali il disagio psichico, la disoccupazione, la criminalità già complesse di per sé ma di gran lunga più ostili se pensate in rapporto alla diversità. Divenne importante per me, alla luce di ciò che andavo incontrando e dalla riflessione che dentro di me si faceva spazio, cercare di capire più a fondo la dinamica relazionale dell’incontro con l’altro. Se si parla di multietnicità, ci può sicuramente aiutare uno dei massimi esponenti dell’approccio etnopsichiatrico, ossia Tobie Natahn.

Tobie Nathan ha rilevato che “l’incontro con l’altro è sempre traumatico”, e che il vero problema consiste nella “traducibilità dell’altro”. Non sarebbe dunque superfluo interrogarsi su chi sia (e come sia) veramente l’altro da noi, in un mondo che cambia nel segno di una società multietnica. Sembra proprio di dover reinventare una nozione nuova dell’alterità, anche semplicemente per convivere con l’altro (T. Nathan, 1990). Dunque, diventa improcrastinabile capire chi sia veramente l’altro per fare in modo che giudizi di valore e pregiudizi possano cadere giù, possano andare via.  Chi è, dunque, l’altro diverso da me? Come lo incontro? Levinas, in particolare, è uno dei filosofi che in modo più profondo ha sentito il tema dell’alterità. Levinas affermava che “prima di ogni avventura speculativa, è nell’incontro con l’altro che si fa strada l’idea dell’infinito. Anche nella distanza invalicabile delle culture, l’altro è cercato nel suo volto e in questa prossimità la relazione si gioca. Il volto è la vera frattura nel territorio unificato e reso disponibile dalla conoscenza e dalle armi. Nella sua esposizione nuda e dignitosa alla percezione dell’altro, il volto rende possibile ogni discorso ed è il presupposto di tutte le relazioni umane. L’altro non è un possibile dato che viene afferrato quasi mettessimo le mani su di lui. L’altro mi guarda e mie riguarda e si disfa dell’idea che di lui ho in mente”. Scrive Lèvinas nella sua opera Totalità ed infinito “Noi chiamiamo volto il modo in cui si presenta l’altro. Questo modo non consiste nel mostrarsi come un insieme di qualità che formano un’immagine. Il volto d’Altri distrugge ad ogni istante e oltrepassa l’immagine plastica che mi lascia”.  Quindi per entrare in contatto profondo con l’altro, per capire l’altro, per abbandonare i miei giudizi di valore devo riuscire a vedere il volto d’Altri, il suo vero volto. Non nei suoi tratti somatici ma nella sua umanità, nella sua storia, nel suo essere. Lo devo conoscere!

Poiché siamo tutti portatori di un pregiudizio etnocentrico, la possibilità di esserne consapevoli ci permetterà di capire meglio l’incontro con persone di diversa provenienza culturale e di trasformare gli eventuali incidenti di percorso in possibilità di trasformazione della relazione. Quindi dopo avere capito che avrei dovuto conoscere l’altro non solo per non averne paura, ma soprattutto per aiutarlo, mi chiesi cosa il migrante subiva quando arrivava da noi, quali fossero i suoi pensieri, bisogni, diritti e doveri. Il migrante, ad un primo impatto, subisce un processo di transculturazione che è una particolare condizione di pressione psicologica che deve gestire o subire nello sforzo di adattamento del paese che lo ospita. Non è facile per lui riuscire a capire come comportarsi all’interno di sistemi costituiti dove egli deve in qualche modo inserirsi senza creare danni reciproci. Tra le nostre genti prevale la paura del nuovo e le misure antimmigrazione che nel corso degli anni sono state attuate, ne rappresentano la prova tangibile di una società in costante evoluzione, ma anche esposta a numerosi rischi dai quali si vuole difendere, e il mezzo con cui poterlo fare è rappresentato sicuramente dalle norme. La paura che prevale nei nostri sistemi sociali e politici è in parte dovuta al pensiero che lo straniero possa privare di qualcosa l’autoctono. Questa angoscia impedisce alla società di cogliere il buono che l’altro offre e infatti troppo spesso di fronte agli stranieri prevale l’immagine distorta di realtà a noi sconosciute.

La familiarità con persone che vengono da altri contesti elimina almeno una parte della paura del diverso, riducendo le ostilità e la diffidenza.  L’antropologo napoletano De Martino pone, anch’esso, il tema della paura dell’incontro con l’altro diverso da me e la questione di un nuovo umanesimo etnografico. Partendo dal problema del mascheramento della storicità dell’esistenza, De Martino lo pone nel rapporto con l’altro, dove nasce la paura di non essere più sé stesso nel rapporto con l’altro diverso da me, o meglio, di riconoscere sé stesso come un altro. Egli parla dello scandalo dell’incomprensione reciproca nel momento dell’incontro etnografico con le culture aliene (…); bisogna impostare una nuova modalità di rapporto con l’umano attraverso una ridefinizione dei rapporti tra i popoli. Continuando con De Matino, il paradosso dell’incontro etnografico, cioè la tematizzazione del nostro e dell’alieno, riguarda le modalità dell’osservazione nell’incontro con l’alterità culturale, e soprattutto, la consapevolezza che si giudica sempre partendo dalle proprie categorie mentali e culturali. L’importante è avere la consapevolezza che le nostre categorie culturali sono soltanto nostre e che l’altro opera alla stessa maniera. È quello che De Martino chiama l’etnocentrismo critico, che per esso diventa improprio e poco aderente alla realtà intersoggettiva e che diventa difficile pensare di superalo. Quando si giudica o si valuta è sempre partendo da sé, ma si deve sapere che il nostro punto di vista è soltanto un punto di vista tra tanti altri. Per superarlo De Martino propone la costruzione di un umanesimo moderno dove l’incontro con l’altro attraverso lo stupore, ci fa mettere in discussione le nostre certezze ideologiche. Metterci in discussione, vedere l’altro nella sua diversità, riconoscerlo nella sua interezza culturale, sociale e psicologica può permettere all’uomo il superamento della diffidenza, delle discriminazioni, del pregiudizio.

Partendo da queste riflessioni, è nato il bisogno di confrontarci con gli operatori che operano a vario modo in questo settore. Da ciò e nata l’idea del convegno che si è svolto a Gela, patrocinato dall’ordine degli psicologi e organizzato dalla Cooperativa Assi Gela insieme alla collaborazione della Croce Rossa Italiana Comitato di Gela e insieme ad altre associazioni del territorio, intitolato “Strumenti Operativi e comunicativi dell’integrazione prossima”.  Convegno che si è svolto nelle giornate del 29/30 Giugno e 01 Luglio 2017. Nonostante sia passato un anno, ciò che è emerso dal confronto con gli operatori dei vari settori, rimane invariato fino ad oggi.  Obiettivi del convegno sono stati: attuare un confronto fra legislazione e prassi, tra operatori e istituzioni e tra operatori di diversa provenienza; avere uno sguardo prossimo dell’integrazione degli stranieri, affrontare il tema dell’alterità sia nel senso di vicinanza sia nel senso della responsabilità intergenerazionale; costruire insieme un modello d’integrazione in base alle esperienze maturate, aiutare il migrante a integrarsi nel territorio fornendogli gli strumenti necessari per trovare il suo “posto” in quel luogo, individuare e prendere in carico in modo complesso e totale le vulnerabilità, aiutare il migrante nel suo progetto migratorio e nella realizzazione dei suoi bisogni.

Il fenomeno migratorio continua ad essere presente nel nostro territorio, seppur in modo molto meno irruente, e oggi non possiamo più farci trovare impreparati di fronte al mondo che cambia. La nostra società è cambiata, è diventata multietnica, e ne siamo consapevoli. L’ultimo passo è riuscire a non avere paura. Riflettere su queste tematiche, confrontarmi con gli altri operatori del settore mi ha permesso di non sentirmi sola nel sostegno e nell’aiuto ai migranti che giornalmente arrivano da noi. Mi ha permesso di scambiare prassi e strumenti applicativi e comunicativi diversi per far fronte ai loro bisogni.

Negli articoli 20 21 e 22 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea è sancito che:

Art. 20

Tutte le persone sono uguali davanti alla legge.

Art. 21

È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni

personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali.

Nell’ambito d’applicazione del trattato che istituisce la Comunità europea e del trattato sull’Unione

Europea è vietata qualsiasi discriminazione fondata sulla cittadinanza, fatte salve le disposizioni particolari contenute nei trattati stessi.

Art. 22 L’unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica.

Per cui a prescindere da tutte le teorie psicologiche e sociologiche che posso conoscere, a prescindere dal mio pregiudizio e dalla mia paura, devo partire dalla Carta dei diritti fondamentali se voglio riuscire a fare in modo che l’incontro con l’altro sia possibilità e non ostacolo al mio essere, al nostro essere cittadini nel mondo con la propria identità con il proprio Volto!

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