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Un’esperienza trattamentale dello Psicologo Penitenziario con gli Autori di Reati inerenti la Violenza di Genere e le Condotte Violente

di Roberta Finocchiaro e M. Francesca Lo Verso

La violenza di genere e le condotte maltrattanti sono da tempo oggetto dell’attenzione clinica da parte di svariati ambiti della psicologia.

La Psicologia Penitenziaria rivolge il proprio sguardo all’esperienza e al profilo dell’autore di reato inerente il fenomeno del maltrattamento nelle sue diverse accezioni.

Le scriventi, Psicologhe Dirigenti Asp Palermo, nella cornice dell’Esecuzione Penale Esterna di Palermo, hanno studiato l’area delle condotte violente, con particolare riferimento a tutte le condanne per reati contro la persona. Nell’ottica della psicologia penitenziaria si è proceduto a realizzare interventi di osservazione, valutazione e trattamento a favore di soggetti responsabili di comportamenti lesivi della libertà e dell’integrità altrui, risultando degni di attenzione mediatica e sociale.

Il lavoro con gli autori di reato si è articolato all’interno di una cornice multidisciplinare caratterizzata da competenze giuridiche, sociali e psicologiche.

L’esperienza consolidata nel tempo è esitata, dal 2017 ad oggi, in un Progetto regionale inter-istituzionale dedicato alla violenza di genere e maltrattante, promosso dal Ministero della Giustizia, Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna, con azioni progettuali in tutte le province della Sicilia coordinate dall’Uiepe di Palermo.

Il contributo specifico dello psicologo si è orientato alla costruzione di un modello sperimentale di presa in carico di soggetti maltrattanti nell’Esecuzione Penale Esterna.

Su 24 casi segnalati sono stati inseriti 7 partecipanti, uomini di età tra i 34 e i 62 anni.

Il profilo metodologico si è modulato sul livello individuale, propedeutico all’avvio del gruppo, e gruppale, mediante la realizzazione del Laboratorio Incontro.

I colloqui individuali, volti a sollecitare la consapevolezza, anche basica, dell’esistenza di una propria area di vulnerabilità da esaminare in gruppo, sono stati effettuati per promuovere un processo motivazionale all’interno della peculiarità del contesto penale.

Lo spazio-tempo del gruppo, simbolicamente protetto all’interno della cornice penitenziaria, ha consentito il fluidificarsi della propensione relazionale all’incontro tra i partecipanti e la percezione di essere visti ed ascoltati per la prima volta, nell’arco della propria storia penale, in un’atmosfera sentita, progressivamente, come non-valutativa e non-giudicante con positive ripercussioni sull’attenuazione dell’ansia iniziale.

Il gruppo, pur accogliendo i sentimenti soggettivi espressi, a volte con solidarietà maschile, si è rivelato utile strumento per restituire ad ognuno una lettura critica e differenziata degli eventi accaduti ed esitati nei reati commessi in una dinamica circolare paritaria e spontanea.

L’eziologia della condotta deviante appare connessa a topoi psichici quali la rabbia e la solitudine, nonché alla fatica relazionale in un panorama storico-sociale che non agevola processi identitari autonomi, e che favorisce stereotipi culturali disfunzionali che sostengono distorsioni cognitive cronicizzate. L’esecuzione della condanna risulta, quindi, il tempo adeguato per avviare la cura e il trattamento promuovendo un processo di responsabilizzazione fondamentale per la prevenzione della recidiva delle condotte criminose (Giulini e Xella, 2011).

La relazione sentimentale, densa di problematicità sembra nascere dall’incontro delle dimensioni di vulnerabilità nello sfondo delle rispettive storie personali di entrambi i partners e l’acting disfunzionale si configura come fenomenologia della sofferenza relazionale. In tale cornice si rivelano labili le sfumature delle categorie concettuali e, conseguentemente, delle fenotipie comportamentali relative all’idea del legame e del “possesso” dell’altro nonché al consenso o al rifiuto della relazione, affettiva e/o sessuale che sia.

L’esperienza del Laboratorio incontro si propone quale prima forma di intervento e premessa operativa propedeutica ad una metodologia trattamentale strutturata con autori di violenza di genere.

Con tale epistemologia nello sfondo, il tentativo è quello di comprendere la persona, nella sua complessità relazionale considerando centrale sia la presenza dell’autore di reato che l’assenza della persona offesa, in un’ottica che tenga conto sia di un pensiero riparativo sia del futuro reinserimento nel tessuto sociale di soggetti che, in ogni caso, in un tempo “x”, concluderanno l’esperienza penale.

 

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