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La clinica ai tempi del Covid19: cronache di quarantena

 

di Anna Immordino, Serena Di Marco

 

Nel giro di qualche settimana ci siamo tutti trovati dentro una dimensione distopica degna di una puntata della nota serie Black Mirror, dove si sono avverati scenari che mai avremmo potuto immaginare.

Abbiamo dovuto scegliere in tutta fretta se interrompere le psicoterapie per un tempo indeterminato, o se trasferire i percorsi di cura nella dimensione virtuale della psicoterapia a distanza, setting a cui molti di noi sono poco avvezzi e che avevamo utilizzato solo in circostanze eccezionali.  Se così è stato, ci siamo ritrovati a valutare i bisogni terapeutici dei pazienti e a prendere la decisione di proseguire la cura mantenendo la continuità terapeutica.

Ecco che quindi il valore del setting come aspetto fondante della psicoterapia è tornato alla vista: chi tra i pazienti non ha potuto consentirsi questo passaggio nel proprio spazio di casa per il rischio di perdere la privacy e quindi ha deciso di sospendere, chi ha mostrato di non tollerare la perdita della relazione in presenza, chi invece ha proseguito in questa differente dimensione, come una parentesi sospesa a tempo indeterminato. C’è chi infine si è determinato a chiedere aiuto psicologico proprio durante la quarantena, per problematiche familiari e personali accentuate dal forzato distanziamento o al contrario dalla stretta convivenza.

Così da professionisti abbiamo affrontato il cambiamento e ci siamo sintonizzati su ciò che c’è stato di nuovo e diverso.

Lo scenario è stato quello di una nuova dimensione introspettiva, in cui la deprivazione relazionale della quarantena e quella sensoriale e del non-verbale della terapia a distanza sono divenuti centrali e lo schermo come un luogo nuovo in cui riflettere e riflettersi, forse con un certo rischio di distanziamento o – di contro- il guadagno di una maggiore protezione per il paziente. In ogni caso la soggettività ha deciso quale dimensione è stata più funzionale, visto che anche l’esposizione diretta sullo schermo, per alcuni pazienti, può risultare intollerabile rispetto al luogo più protetto e familiare dello studio fisico del terapeuta.

Abbiamo accettato la sfida di trasformare pertanto lo schermo in occasione di contatto e vicinanza senza i corpi, nella cornice comune di un trauma collettivo “apocalittico” nel senso di ciò che ha rivelato il globale senso di impotenza e fragilità di fronte ad una minaccia sconosciuta, che ha richiesto di fermare il mondo e le relazioni, a tutti i livelli, economiche, sociali,  educative ed infine terapeutiche in presenza.

E allora cosa accade in questa dis/locazione sullo schermo della relazione terapeutica privata dell’effettiva dimensione corporea? Che tipo di trasformazioni ed evoluzioni della terapia? Che ruolo hanno sogni e fantasie? Cosa determina la sensazione perturbante di vedersi mentre si guarda l’altro, lo sguardo riflesso del terapeuta sullo schermo?

Scrive G.I. Russell: “Anche con la mediazione della tecnologia si ricevono le comunicazioni inconsce necessarie allo sviluppo del processo analitico “. (…) “Se si decide di usare lo schermo dobbiamo sapere che effetto ha sullo svolgersi del nostro lavoro. Non si può non considerare quanto il processo messo in atto differisca da quello che si svolge in un contesto ambientale condiviso in presenza dei corpi, non è una replica diretta di ciò che avviene dal vivo, nell’incontro in carne e ossa nello studio del terapeuta. In realtà quello che si attiva è un processo differente da ciò che avviene quando paziente e terapeuta sono entrambi presenti” (G.I. Russell, 2017).

 

Dal punto di vista teorico-tecnico, le considerazioni su questo strumento aprono il grande capitolo che riguarda cosa il “setting online” perda rispetto a quello della relazione in presenza, che ci interroga su come i cambiamenti indotti dal remoto si riflettano sulle variabili della relazione terapeutica, per esempio il destino dell’attenzione fluttuante e della comunicazione non verbale, nonché l’effetto di alcune forme di asincronia comunicativa sul “campo” della relazione stessa.

In questo senso nella dimensione del remoto la relazione vive le turbolenze, i crush tecnologici, le disconnessioni (che ci ricordano l’illusione dell’onnipotenza telematica), e può tenere una continuità grazie al fatto che paziente e terapeuta hanno una “conoscenza reciproca” strutturata nel percorso del vis-a-vis, mantenendo la costruzione della trama analitica (cfr. Dibattito Spiweb, spiweb.it).

 

Gli studi, di matrice americana o anglosassone in prevalenza, riferiscono che l’atteggiamento di scarsa fiducia in generale nei confronti del setting online, fino a poco tempo fa, sembrava scaturire dalla scarsa familiarità e mancanza di informazioni.  Centrati sulla valutazione dell’efficacia clinica, hanno rilevato buona potenzialità di miglioramento sintomatico dei pazienti in un’ampia gamma di disturbi psicologici. Un’altra parte si è invece dedicata alla comprensione delle variabili terapeutiche (alleanza, fiducia, spontaneità) con riferimento alla videoconferenza ed alla comunicazione telefonica che sembrano essere le forme “in remoto” più efficaci. Altro filone di studi ha centrato invece i potenziali rischi del setting online rilevandone le controindicazioni con riferimento a specifici quadri psicopatologici.

Una delle più elementari e comuni credenze è stata a lungo che il colloquio online sia una trasposizione del colloquio in presenza o una sua versione “light” (Moscarella A., 2017) e come tale meno efficace o utile esclusivamente in via straordinaria.

In realtà la pratica del colloquio/seduta online cui moltissimi tra noi si sono dedicati in tempo di quarantena non si limita ad una “sede differente” dell’incontro ma rappresenta un’esperienza a sé, cui paziente e psicologo si trovano a dare uno specifico significato simbolico condiviso, governato dalla stessa cornice deontologica, riservatezza, consenso e onorario.

Ed è qui che nasce l’osservazione pratica di quanto è accaduto ai nostri pazienti durante le loro psicoterapie in quarantena, di come hanno reagito a questo passaggio, se sono accadute cose nuove rispetto agli assetti consueti di funzionamento, se e cosa questa “distanza” mediata da uno schermo bidimensionale abbia introdotto nel percorso.

Gli scenari domestici in cui si sono svolte le sedute, addirittura in bagno, in cantina o in cucina o altre stanze condivise con figli, animali domestici etc. hanno talora permesso  spunti intuitivi inimmaginabili nello spazio comune della seduta. Un paziente esplora i diversi” luoghi” della memoria attraverso le stanze in cui via via si colloca per le sedute, con gli oggetti cari alla persona amata e perduta, che nel tempo sospeso della quarantena sono stati finalmente “rispolverati”, sottratti al tempo circolare di un lutto impossibile come può esserlo quello di un genitore per la perdita traumatica di un figlio, che tutto ha lasciato intatto, come le lancette di un orologio ferme all’ora dell’evento traumatico. Forse questo contatto a “distanza”, dalla base sicura della propria casa, nel contesto del confinamento e delle separazioni dagli affetti ha consentito di accostarsi alla “dolcezza dei ricordi” toccando corde emotive mai esplorate prima per l’angoscia di un dolore indicibile, consentendone la condivisione e al contempo l’attraversamento di una nuova fase del processo del lutto, con-fidando nella tenuta della relazione terapeutica.

Sulla scena onirica la rappresentazione di una culla degli oggetti del passato che possono simbolicamente uscire da casa, essere accompagnati ad un commiato possibile, per liberare spazio e vita, fare posto a cose nuove e diventare ricordo.

O ancora la paziente che da remoto ha ripreso a sognare, forse l’oscurità della cantina ha consentito di accendere una piccola luce ed esplorare corridoi della mente in cui mai ci eravamo avventurate. Alcuni sogni hanno evocato la dimensione del transfert “a distanza” come il sogno delle sedie e poltrone volanti in uno spazio senza gravità che abbiamo avvertito espandibile in significati che per la prima volta hanno trovato possibilità di espressione e pensabilità.

In entrambe le situazioni sopra riportate l’incontro in uno spazio non condiviso ha potuto nutrirsi di anni di lavoro terapeutico in presenza, che ha permesso di portare avanti un legame di profonda sintonia, “c’è un patrimonio residuale di fiducia e comprensione rafforzata da precedenti interazioni siano esse vis a vis o meno ma in presenza”. (crf.  Russell GI, 2017).  La comunicazione da emisfero destro a emisfero destro può procedere nonostante il restringimento dei canali di comunicazione caratterizzante l’utilizzo di uno strumento tecnologico. Come dire che la terapia a distanza vive di ricordi, ma che troppo lontano dagli occhi, lontano dal cuore!

Uno spazio di riflessione ulteriore va dedicato alla pratica terapeutica con gli adolescenti, che – in un certo senso sorprendendoci – hanno attraversato l’isolamento e la deprivazione del lockdown mostrando i più una notevole abilità di adattamento a questa straordinaria circostanza, attingendo alla propria condizione di nativi digitali, per i quali il passaggio all’online ha rappresentato una dimensione di lavoro ancora più specifica.

Da una parte la parziale rottura del quotidiano, seppur sostenuta dalla continuità delle relazioni, delle comunicazioni attraverso i social e dall’esperienza della didattica a distanza; dall’altra l’autogestione delle sedute, in assenza della necessità di spostarsi presso lo studio del professionista, ma anche la dimensione dell’isolamento. In alcuni casi questa è risultata familiare rispetto a pregressi assetti di ritiro, difficoltà relazionali e frammentazione, verso i quali il mezzo e le sue dis-connessioni si prestano al bisogno di sottrarsi allo sguardo dell’altro, sotto la spinta di emozioni impensabili e di una fragilità narcisistica caratteristica dell’assetto puberale.

Isolati ma nella continuità terapeutica, gli adolescenti hanno proseguito il percorso sui temi correnti della psicoterapia fino ad attivare in alcuni casi inattese aperture ed esplicite espressioni di consapevolezza, come l’adolescente -da sempre isolato, finalmente legittimato dentro le mura di casa- che chiede al terapeuta, in prossimità del ritorno alla presenza fisica a quarantena conclusa, di aiutarlo a pensare un tema sulle emozioni da consegnare all’insegnante.

Infine, qualche ultima considerazione va ai piccoli pazienti che invece hanno dovuto affrontare la brusca interruzione delle loro psicoterapie, per i quali non era pensabile una continuità in remoto, perché avrebbe significato rinunciare alla dimensione simbolica, spaziale e corporea della condivisione in stanza. Così, in un certo senso vittime di un tempo sospeso a data da destinarsi, potremmo definirli in tutti i sensi i “grandi scomparsi” in tempo di terapia online.

Per coloro i quali invece hanno interrotto il percorso terapeutico, per scelta o necessità, non sappiamo oggi quali assetti di funzionamento si siano determinati, lasciando aperto il grande capitolo di ciò che potremo ancora comprendere una volta che saremo “tornati al futuro”.

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

– Moscarella A., psicologasenzacamice.org

– A cura del CNOP, Digitalizzazione della professione e dell’intervento psicologico mediato dal web, Commissione Atti Tipici, Osservatorio e Tutela della professione;

– Psicoterapia e Scienze Umane, 1981, XV, 2: 50-79

– Psicoterapia e Scienze Umane, 2003, XXXVII, 4: 57-73

– APA, A growing wave of online therapy, https://www.apa.org/monitor/2017/02/online-therapy.

SPIWEB

– G.I.Russell, Psicoanalisi attraverso lo schermo: limiti delle terapie online, Astrolabio, 2017.

– Brooks K., Webster RK, Smith LE., Woodland L., Wessely S., Greenberg N., Rubin Gj., The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence, in Lancet 2020; 395: 912-20.

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