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Pandemia e paura

 

di Adriano Schimmenti

 

La pandemia da Coronavirus ha alterato le abitudini e gli stili di vita di ciascuno di noi. Ancora oggi, mentre lentamente e con le dovute cautele riprendiamo possesso della nostra quotidianità, quantomeno in Italia, non siamo pienamente in grado di stimare le ricadute di questo evento critico sui contesti relazionali, culturali e produttivi della nostra società. All’interno del complesso scenario che si è generato, l’attenzione riservata agli approfondimenti di natura psicologica è stata prevalentemente centrata (anche nel diffuso e spesso poco competente dibattito mediatico) sugli interventi di emergenza volti al sostegno degli individui e alla presa in carico del disagio psicopatologico. Se da una parte appare encomiabile che la psicologia abbia rapidamente risposto con il proprio strumentario tecnico e scientifico alle esigenze di cura provenienti dalla popolazione durante le prime fasi della pandemia, diviene oggi centrale sviluppare modelli teorici appropriati per meglio comprenderne l’impatto sulla psiche, oltre che per prevenire l’emergere o l’accentuarsi di eventuali quadri di sofferenza psicologica connessi all’attuale condizione di incertezza.

In questo contesto, appare probabilmente necessaria un’accurata riflessione sulla paura, quell’emozione primaria che ha di frequente accompagnato e continua ad accompagnare i vissuti di molte persone in relazione al coronavirus e alla sua diffusione. La paura è un’emozione innata di natura spiacevole che viene causata dalla percezione di una minaccia. Come ci suggeriscono le neuroscienze affettive, essa è il prodotto di interazioni sottocorticali e corticali che coinvolgono in particolare il cosiddetto “network affettivo” del nostro cervello, il quale comprende diverse strutture tra cui l’amigdala, l’insula, la corteccia temporale e la corteccia orbitofrontale. La paura è solitamente attivata da stimoli esterni potenzialmente pericolosi, i quali elicitano risposte allo stress mediate dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Sul piano cognitivo, l’attivazione dell’amigdala a causa dello stimolo minaccioso viene processata nella corteccia prefrontale e orbitofrontale, portando all’esperienza psicologica della paura (Steimer, 2002).

La paura ha un ruolo centrale per la sopravvivenza delle specie animali, incluso l’essere umano. Essa infatti ci consente di affrontare i pericoli attraverso le reazioni di attacco e fuga, mediate dal sistema nervoso centrale, o attraverso quelle di congelamento, tipiche di fronte a una minaccia inevitabile e mediate dal sistema nervoso autonomo. Eccessivi livelli di paura, tuttavia, specialmente se prolungati nel tempo, arrivano a generare alterazioni dell’eccitazione e della reattività fisiologiche: ad esempio, essi modificano la regolazione della risposta neuroendocrina allo stress generando un’eccessiva secrezione di ormoni glucocorticoidi, con potenziali gravi conseguenze negative, oltre che sul corpo, su diverse strutture cerebrali (McEwen, 2004), tra cui la stessa amigdala (che media le risposte fisiologiche e comportamentali connesse alla paura), la formazione dell’ippocampo (fondamentale per l’apprendimento e per la memoria) e la corteccia prefrontale (centrale per le funzioni esecutive e per la memoria di lavoro, oltre che per l’apprendimento e per la sua estinzione). Sul piano prettamente psicologico, tali alterazioni aumentano il rischio di disregolazione emotiva e, conseguentemente, di psicopatologia.

Durante una pandemia come quella da Coronavirus la paura rappresenta una reazione psichica comune, poiché l’infezione viene trasmessa in modo invisibile, rapido e vi è un incremento del rischio di mortalità. In tale contesto, la paura può arrivare a limitare le capacità individuali di regolazione affettiva, di elaborazione cognitiva e di modulazione del comportamento. Ad esempio, si pensi alla notizia riportata dalla stampa nello scorso mese di marzo, secondo cui diverse persone sopravvissute a un infarto hanno rinunciato a farsi visitare in ospedale proprio per la paura del contagio (la Repubblica, 2020). In situazioni come quella appena descritta, sembra evidente come la paura abbia indotto un’importante distorsione nella valutazione del rischio di morte, probabilmente determinata da un cortocircuito nell’elaborazione emotiva, determinando infine una condotta (la rinuncia a farsi visitare in ospedale dopo un infarto) che, di fatto, rischia di danneggiare il corpo piuttosto che proteggerlo.

I quattro domini della paura

Sulla base di queste iniziali considerazioni, abbiamo voluto realizzare insieme a Donatella Marazziti un numero speciale della rivista Clinical Neuropsychiatry dedicato proprio al tema della paura durante la pandemia, invitando esperti nazionali e internazionali a fornire il loro contributo sull’argomento. In molti hanno risposto positivamente a questo appello, incluse figure assai note nel panorama scientifico internazionale e veri e propri iniziatori di modelli teorici e clinici (tra cui Stephen Porges, Georg Northoff e Steven Hayes). Il risultato di questo sforzo intellettuale condiviso è oggi liberamente e gratuitamente consultabile sul sito web di Clinical Neuropsychiatry, seppur soltanto per coloro i quali sono in grado di leggere la lingua inglese, trattandosi di una rivista internazionale.

Proprio all’interno di questo numero speciale dedicato alla paura del Coronavirus, insieme ai colleghi Joel Billieux dell’Università di Ginevra e Vladan Starcevic dell’Università di Sydney abbiamo presentato un contributo di matrice teorica sulle componenti della paura da Coronavirus (Schimmenti et al., 2020a) che proverò a sintetizzare in questa sede. Ritengo infatti che esso possa essere in qualche modo utile per meglio concettualizzare le esperienze di paura durante la pandemia e, quindi, per meglio orientare la rilevazione del rischio psicologico connesso a tali esperienze e per indirizzare, laddove necessario, l’eventuale trattamento in modo specifico ed efficace.

Al centro del modello teorico che abbiamo presentato nell’articolo vi è l’idea che l’emozione della paura riferita alla pandemia può coinvolgere potenzialmente ciascuno dei quattro domini centrali dell’organizzazione psichica di un individuo: (a) il dominio corporeo, (b) il dominio relazionale, (c) il dominio cognitivo e (d) il dominio comportamentale. Questi domini della paura appaiono in costante e reciproca interazione, e per ciascuno di essi abbiamo identificato due esperienze specifiche di paura che solo apparentemente risultano contrapposte tra di loro, ma che in realtà si interfacciano in una tensione dialettica di natura dinamica.

Infatti il dominio corporeo comprende (1) la paura del corpo e (2) la paura per il corpo, il dominio relazionale include (3) la paura degli altri e (4) la paura per gli altri, il dominio cognitivo riguarda (5) la paura di sapere e (6) la paura di non sapere, e il dominio comportamentale concerne (7) la paura di agire e (8) la paura di non agire. All’interno di questo modello teorico, dunque, non si può parlare semplicemente di “paura da coronavirus”, ma di otto possibili esperienze di paura che si intersecano tra di loro, influenzando la risposta individuale allo stress connesso alla pandemia.

Proviamo a descrivere in breve ciascuna di queste paure rispetto al coronavirus. Il dominio corporeo include:

  • la paura del corpo, che si riferisce al peculiare senso di vulnerabilità fisica per cui il corpo può essere percepito come una potenziale fonte di pericolo, capace di “tradire” l’individuo facendolo ammalare e soffrire;
  • la paura per il corpo, che riguarda l’incremento del bisogno di proteggere il corpo stesso dall’infezione e che, nelle sue forme più estreme, può condurre persino alla rinuncia del contatto con oggetti e persone.

Il dominio relazionale include:

  • la paura degli altri, che si riferisce alla percezione di pericolo connessa ai contatti sociali, compresi quelli con le figure di attaccamento quali i componenti familiari e il partner;
  • la paura per gli altri, che riguarda la percezione del pericolo a cui sono esposte le figure a noi care, incluso il timore che noi possiamo divenire per loro vettori di infezione.

Il dominio cognitivo include:

  • la paura di sapere, che è legata all’evitamento delle informazioni sulla pandemia e al bisogno percepito di distogliere l’attenzione da questo argomento per proteggersi dall’ansia;
  • la paura di non sapere, che riguarda l’evitamento delle emozioni negative e il bisogno di percepire un senso di padronanza sulla pandemia attraverso l’acquisizione del maggior numero di informazioni possibili, affidabili o meno, sulla malattia e sulla sua diffusione.

Il dominio comportamentale include:

  • la paura di agire, che si riferisce all’indecisione nell’azione e alla sensazione di essere bloccati dall’incertezza rispetto al presente e al futuro a causa della pandemia;
  • la paura di non agire, che riguarda la spinta impulsiva all’azione priva di riflessività, proprio allo scopo di evitare di pensare alla pandemia e allontanare quindi i sentimenti negativi connessi a questo argomento.

Come riportato in precedenza, sebbene le esperienze di paura descritte in ciascuno dei domini identificati possano inizialmente apparire contrapposte tra loro, in realtà la loro relazione è dinamica e dialettica. Per fare un esempio, la paura di agire e quella di non agire sembrerebbero costituire polarità opposte dell’esperienza, eppure esse possono alternarsi rapidamente generando indecisione paralizzante o azione irresponsabile. Per fare un semplice esempio, per alcune persone, e in particolare per coloro che durante il lockdown erano impegnati in interventi ospedalieri di emergenza, può essere stato molto difficile ed emotivamente doloroso decidere se andare a visitare genitori anziani e malati o evitare qualsiasi tipo di visita a causa della possibilità di infettarli. In questa esemplificazione, che già di per sé descrive un contesto di paure di natura comportamentale (agire o non agire?) potenzialmente disorganizzanti per la psiche, si osserva peraltro come altri domini della paura entrino in gioco, ad esempio il dominio relazionale e, nello specifico, la paura per gli altri. A sostegno di questa visione integrata relativa alle dinamiche della paura durante la pandemia, i dati di ricerca raccolti durante il lockdown relativi al modello teorico qui proposto supportano l’ipotesi che le forme di paura descritte all’interno del modello sono significativamente e positivamente associate tra di loro (Schimmenti et al., submitted).

Sulla base di quanto affermato, è possibile che il modello teorico brevemente presentato in questa sede possa essere d’aiuto nell’orientare il lavoro diagnostico e clinico degli psicologi i quali, nei diversi contesti della promozione della salute e della prevenzione e cura del disagio psicologico, si confrontano con le esperienze di paura relative al coronavirus dei loro utenti.

Lo psicologo di fronte alla paura

Lo psicologo dovrebbe essere una figura centrale nel discorso pubblico sulla salute, e proprio nel contesto dell’emergenza connessa alla pandemia ha dimostrato di poter fornire un contributo assai rilevante per il benessere della società e degli individui che la compongono. La capacità di comprendere a fondo le paure delle persone e di aiutare queste persone a modularle e trasformarle rappresenta un’ulteriore risorsa estremamente importante per l’intera società in questo momento di crisi e profonda incertezza. Per rappresentare al meglio questa risorsa, lo psicologo deve possedere quel “bagaglio” teorico e metodologico, oltre che umano, che gli consente di concettualizzare, valutare ed eventualmente intervenire su quelle dimensioni psichiche della propria utenza che riflettono stati di disagio, di confusione e di malessere. Ciò vale anche laddove questi vissuti siano trasversali e almeno in parte condivisi, come nel caso di una pandemia. Anzi, è probabilmente proprio in tali circostanze che diviene assolutamente centrale la capacità dello psicologo di discriminare tra le risposte di fronte allo stress che appaiono attese, normative e probabilmente transitorie e altre risposte connesse a stati mentali disfunzionali o francamente patologici.

Sulla base di queste considerazioni, insieme ad alcuni colleghi (tra cui anche coloro che hanno elaborato con me il modello teorico descritto nel paragrafo precedente) abbiamo costruito un breve questionario autosomministrato composto da 8 item, il Multidimensional Assessment of COVID-19-Related Fears (MAC-RF), che esamina ciascuna delle otto esperienze di paura che abbiamo descritto e il potenziale rischio psicopatologico associato a esse (Schimmenti et al., submitted). Tale questionario, che è stato reso gratuitamente disponibile in tre lingue (italiano, inglese e francese), è già utilizzato in via sperimentale all’interno di diversi servizi di salute mentale e nella pratica professionale privata in diverse nazioni, inclusa ovviamente l’Italia.

Le ragioni che ci hanno portato a costruire il MAC-RF sono chiare. Anche se il MAC-RF non è il primo strumento di misurazione creato per valutare le paure legate al coronavirus (Ahorsu et al., 2020; Taylor et al., 2020), presenta infatti alcuni vantaggi rispetto agli altri strumenti che erano state fin qui proposti, perché è l’unico che si basa su uno specifico modello teorico. Il fatto che uno strumento psicometrico si fondi su un modello teorico consente allo psicologo di interpretare i punteggi che l’utente attribuisce agli item sulla base della teoria di riferimento e, dunque, di effettuare in modo più consapevole la valutazione diagnostica, favorendo anche il processo decisionale clinico, laddove si ritiene che un intervento clinico sia necessario.

È infatti evidente come nei contesti clinici risulti fondamentale identificare precocemente i target dell’intervento e trattarli appropriatamente. Uno strumento capace di identificare le specifiche paure in relazione al coronavirus e come queste si organizzino all’interno dell’assetto psichico dell’individuo può essere determinante per improntare un’azione clinica efficace. Attraverso l’analisi degli item che hanno ricevuto i punteggi più alti, è infatti possibile con il MAC-RF identificare quali sono i domini della paura connessa al coronavirus su cui intervenire primariamente sul piano clinico, tra le paure connesse al corpo e alle sue fragilità, le paure riguardanti le relazioni significative, le paure riferibili al monitoraggio cognitivo della situazione di pandemia, e le paure che coinvolgono i pattern comportamentali dell’individuo. Ad esempio, si potrebbe affermare che, a prescindere dai modelli clinici di riferimento dello psicologo: (a) se ad assumere una dimensione critica nell’utente sono le paure di natura corporea, risulteranno probabilmente determinanti gli interventi mirati allo sviluppo di una migliore consapevolezza enterocettiva e di una più adeguata modulazione degli stati emotivi; se a prevalere sono le paure relazionali, diverranno praticamente imprescindibili interventi mirati a ripristinare il senso di safety (cioè, il sentirsi protetti) e di security (cioè, il sentirsi adeguati nell’esplorazione della realtà) nei contesti sociali; se sono più intense le paure riferibili alla sfera cognitiva, può essere centrale il lavoro sulla mentalizzazione delle informazioni provenienti dall’esterno e sulla rivalutazione cognitiva; se a prevalere sono le paure di natura comportamentale, ripristinare un adeguato senso di agency (cioè, la percezione di sé come soggetto che agisce in modo appropriato, responsabile e orientato alla realtà) potrebbe risultare determinante per un esito positivo dell’intervento.

È in ragione di queste considerazioni che uno strumento come il MAC-RF potrebbe anche avere a mio parere una certa rilevanza per la politica professionale. Sono infatti dell’idea che più la nostra categoria è in grado di dimostrare in modo chiaro la congruenza tra le sue teorie, i suoi metodi e i suoi interventi, più diviene in grado di evidenziare la sua efficacia nell’indurre cambiamenti positivi negli individui e nella società. Questo assunto, che ritroviamo in forma più o meno esplicita nell’Articolo 5 del nostro Codice Deontologico, sembra richiamarci al concetto di responsabilità, quella responsabilità che lo psicologo può ed è in grado di assumersi di fronte alla società stessa anche nei contesti della pandemia e della paura. Proprio al tema della responsabilità, in senso un po’ più ampio, vorrei dedicare le riflessioni finali di questo breve articolo. 

Riflessioni conclusive

Al termine di un’intervista per il settimanale bulgaro Капитал (Capital) incentrata proprio sul tema delle paure connesse alla diffusione del coronavirus, la giornalista che l’ha effettuata mi ha chiesto quale fosse secondo me la cosa più rilevante che ciascuno di noi dovrebbe considerare mentre la vita va avanti e attendiamo di superare la pandemia (Panayotova, 2020). La mia risposta a questa domanda, tanto difficile quanto assolutamente centrale (in quanto ci riguarda tutti come esseri umani, ancor prima che come psicologi), è stata che secondo me dovremmo essere responsabili nel cambiamento.

La pandemia è una situazione critica e terribile, ma può paradossalmente favorire anche cambiamenti positivi. Nella paura e nel dolore condivisi, laddove essi trovino sufficienti tempi e luoghi di elaborazione, si possono rinvenire molteplici risorse psicologiche in grado di portare gli individui e le comunità a divenire più empatici, rispettosi, collaborativi e compassionevoli. Le paure che accompagnano tutti noi ci rendono umani tra gli umani, restituendoci quel senso di vulnerabilità e fragilità che ci appartiene e che talvolta neghiamo per non soccombervi.

Riconoscere le proprie paure e assumersi la responsabilità di affrontarle è allora un compito anche dello psicologo, e non solo del suo utente. Anche in una situazione di emergenza, quando come psicologi ci nascondiamo difensivamente dietro tecniche realizzate al di fuori dei contesti teorici di riferimento o dietro teorie avulse dai metodi che stiamo utilizzando, di fatto cediamo alle nostre paure in ambito professionale e lasciamo che danneggino la qualità del nostro lavoro, con potenziali conseguenze negative per noi stessi oltre che per i nostri utenti.  Infatti, come è avvenuto nel resto della popolazione, anche molti psicologi si sono confrontati durante il lockdown con un’esperienza complessa dove si manifestavano, e talvolta si alternavano, vissuti di profonda insicurezza e paura e vissuti di insofferenza verso i vincoli imposti dalla condizione che vivevamo. In situazione complesse come quelle che abbiamo vissuto e che, in parte, continuiamo a vivere, lo sforzo maggiore è probabilmente quello di mantenere una progettualità responsabile, in cui le risorse personali vengono messe in gioco a servizio di se stessi e degli altri. Affinché la progettualità possa trasformarsi in un’azione che produce cambiamenti positivi, anche lo psicologo deve allora essere in grado di concedere e concedersi responsabilmente opportuni tempi e spazi per l’elaborazione e per la trasformazione del senso di confusione e di paura che la pandemia ha generato. 

 È comunque l’intera società, e non solo la figura dello psicologo, che potrebbe maturare in relazione all’esperienza della pandemia. Howard Steele (2020), fondatore della Society for Emotion and Attachment Studies (Società per gli studi sulle emozioni e l’attaccamento) e uno dei massimi esponenti mondiali della teoria dell’attaccamento, ha recentemente scritto che non solo pensa che il mondo dopo il coronavirus sarà diverso, ma che di fatto secondo lui dovremmosperare che divenga diverso, ovvero che la paura che proviamo e che il dolore che viviamo possa aiutarci a promuovere un approccio più responsabile e solidale verso temi quali l’ambiente e l’utilizzo delle risorse naturali, le diversità interindividuali, la giustizia sociale, i contesti della salute. Sono fortemente d’accordo con lui, e penso che proprio attraverso i suoi impianti metodologici e tecnico-pratici, nonché attraverso la sua capacità di riflettere costantemente sullo statuto della disciplina, sui suoi contesti, e sulle azioni da intraprendere in relazione al contesto, la psicologia è in grado di contribuire in maniera responsabile e determinante al raggiungimento di questo ambizioso obiettivo: un obiettivo che la paura nei confronti della pandemia ci ha, paradossalmente, aiutato a ricordare.

 

Riferimenti bibliografici

Ahorsu, D.K., Lin, C.Y., Imani, V., Saffari, M., Griffiths, M.D., & Pakpour, A. H. (2020). The Fear of COVID-19 Scale: Development and Initial Validation. International Journal of Mental Health and Addiction, 27, 1-9.

la Repubblica (2020). Coronavirus, l’allarme dei cardiologi: ‘Per il timore contagi meno ricoveri per infarto’. Accessibile su  https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2020/03/23/news/coronavirus_meno_ricoveri_per_infarto_si_teme_il_contagio-252070598/

McEwen B.S. (2004). Protection and damage from acute and chronic stress: Allostasis and allostatic overload and relevance to the pathophysiology of psychiatric disorders. Annals of New York Academy of Sciences, 1032, 1-7. 

Panatoyova, L. (2020). Страховете ви чувам Как да се справим с притеснението след пандемията. (Sento le tue paure. Come affrontare l’ansia dopo una pandemia). Capital, 19 Giugno 2020.

Schimmenti, A., Billieux, J., & Starcevic, V. (2020). The four horsemen of fear: An integrated model of understanding fear experiences during the COVID-19 pandemic. Clinical Neuropsychiatry, 17(2), 41-45.

Schimmenti, A., Starcevic, V., Giardina, A., Khazaal, Y., & Billieux, J. (submitted). Multidimensional Assessment of COVID-19-Related Fears (MAC-RF): A theory-based instrument for the assessment of clinically relevant fears during pandemics.

Steele, H., (2020). COVID-19, fear and the future: An attachment perspective. Clinical Neuropsychiatry, 17(2), 97-99.

Steimer, T. (2002). The biology of fear- and anxiety-related behaviors. Dialogues in Clinical Neuroscience, 4, 231–249.

Taylor, S., Landry, C.A., Paluszek, M.M., Fergus, T.A., McKay, D., & Asmundson, G.J.G. (2020). Development and initial validation of the COVID Stress Scales. Journal of Anxiety Disorders, 72, 102232.

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