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Pensieri migranti

di Stella Marina Gentile, Patrizia Oliveri, Maria Antonietta Diana, Simona Caronia

“Ogni parola ha conseguenze.
Ogni silenzio anche”.
(Jean- Paul Sartre)

In questo periodo giungono notizie che non vorremmo mai sentire, di bambini, donne e uomini in balia delle onde e di un destino sconosciuto. In qualità di psicologi vorremmo parlare del senso dell’accogliere e/o del sentirsi accolti.
Prima di nascere veniamo accolti dall’utero materno che ci consente di crescere e formarci e dalla mente di una madre che fantastica sul nostro arrivo, sul nostro stare nel mondo. Una volta nati, veniamo accolti in famiglia e nella società. Ma non sempre è così. Il non sentirsi accolti è uno dei sentimenti più penosi. Ci si sente non voluti, non accettati, di non valere nulla per l’altro. Tali situazioni generano tristezza, rabbia, solitudine e angoscia. Così ci mettiamo alla disperata ricerca di un luogo che ci accolga, protegga e ci accetti per quel che siamo, una casa con mura solide, un porto sicuro. In questa ricerca può capitare di sbattere contro porte chiuse, pregiudizi, orecchie che non sanno ascoltare il nostro dolore.
Lungo il tragitto i migranti assistono a scene di violenza inenarrabile e/o patiscono perdite luttuose: genitori, parenti… Lutti che, specie nei bambini, lasceranno vuoti incolmabili e che nel corso delle loro storie risuoneranno sempre come ferite identitarie.
A quante perdite vanno incontro i migranti? Quanti legami sradicati si portano nel cuore e nella mente? Dai legami affettivi e socio-culturali a quelli sensoriali, custoditi nella memoria implicita e che nostalgicamente riecheggiano i territori delle origini: odori, suoni, brezze… Uno smarrimento identitario, dunque, che fa sentire i migranti smisuratamente soli, non riconosciuti dall’altro – perché in parte stranieri a se stessi (!) – esclusi.

Ciò è ancora più pregnante quando si tratta di migranti adolescenti. In questo caso, infatti, se tutto questo mare di sofferenza non trova accoglienza in sguardi empatici né contenimento nella mente dell’altro, rischia di allagare il Sé dell’adolescente – già reso fragile dai cambiamenti evolutivi – mandando in frantumi la sua vitalità fino a sperimentare il baratro profondo della depressione o, al contrario, fino ad agire all’esterno (acting out) tutto il dolore della violenza subita!
La disintegrazione dell’identità che le Persone migranti sperimentano quindi, lungo il loro travagliato e doloroso “viaggio” fisico e psicologico assume i tratti di un vero e proprio disagio esistenziale che, inducendo anche un profondo disorientamento spazio-temporale, rende loro difficile l’incontro sia con l’Altro che appartiene a una storia e a una cultura diversa dalla propria che con gli aspetti nuovi di sé che emergono attraverso e nel corso di questa tragica esperienza.

Come psicologi siamo ben consapevoli di come la costruzione del senso di sé avvenga in relazione all’altro a partire dalle primissime esperienze relazionali vissute con le figure più significative della nostra vita e si trasformi nel tempo attraverso le nuove esperienze di incontro con l’altro. Ed è proprio attraverso l’altro, infatti, che conosciamo noi stessi e ciò che a volte preferiamo tenere lontano da noi, in realtà ci appartiene molto più profondamente di quanto potremmo pensare.
Da dove nascono i sentimenti di rabbia, di intolleranza e di discriminazione che sempre più frequentemente si osservano? Con quali aspetti dell’altro facciamo fatica a confrontarci e a identificarci? Nel prendere le distanze dallo ‘straniero’, a cosa in realtà non riusciamo a dare diritto di cittadinanza dentro di noi? A chi e a cosa stiamo chiudendo i porti?
Come Psicologi lavoriamo per promuovere il benessere degli individui e delle Comunità, per stimolare la nascita e lo sviluppo di sentimenti di prosocialità e di Empatia (dal greco ἐν, “in”, e -πάθεια, dalla radice παθ- del verbo πάσχω, “soffro”) che sono connaturati nell’individuo e per contrastare una diffusa incapacità di “soffrire il dolore” (Bion, 1970) che troppo spesso ci ingabbia e ci confina all’interno di situazioni relazionali sterili e asettiche.
Don Milani, nel riferirsi ai propri alunni rifiutati dalle Istituzioni scolastiche scriveva: “I CARE (…) Me ne importa, mi sta a cuore”. Allo stesso modo riteniamo fortemente che a tutti noi debbano stare a cuore le sorti degli individui che, come noi, lottano per avere una vita migliore. Abbiamo dunque deciso di non stare in silenzio e di guardare negli occhi delle Persone giunte dal mare, scoprendo che le loro paure sono le nostre. Probabilmente chi addita l’altro come straniero, come diverso da sé, è soltanto spaventato di guardare la paura dentro di sé.

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