Il dolore sulla pelle e gesti autolesivi in soggetto adolescente
Autore: Marianola Vini

L’amore domanda amore. Non cessa di
domandarlo. Lo domanda… ancora… ancora è il nome proprio della faglia da cui nell’Altro parte la domanda di amore.
J. Lacan seminario xx

R. 15 anni, tenta di suicidarsi ingerendo una buona quantità di antipiretici, sottratti alla nonna e “ conservati” per l’occasione. Il gesto autolesionista viene compiuto a casa nella sua stanza. Se ne accorgerà il fratello, che la troverà in stato di semincoscienza. Dopo il ricovero in ospedale il TM, a cui è stata fatta la segnalazione, la invia presso una Comunità fuori Palermo. È primogenita di tre fratelli, tutti descritti dai genitori come figli “quasi perfetti”. In particolare R. è descritta come una ragazzina studiosa, sportiva obbediente. Solo in seguito, la madre ci informerà che R. prima del gesto aveva iniziato a mangiare in modo smodato e in solitudine nella sua stanza dolciumi e cibo spazzatura e a tagliarsi le braccia. Di tali manifestazioni i genitori, ne sono venuti al corrente in un secondo tempo, solo i fratelli “sapevano” ma si guardavano bene dal parlarne con i genitori. Poi un giorno la madre ha trovato “ le cartacce” nascoste nel letto ed ha avvertito il padre, che vive in un’altra città.
La crisi inizia al liceo, con il suo rifiuto di andare a scuola, di fare sport e con frequenti liti con la madre. I genitori, separati da circa 2 anni, sono confusi stupiti preoccupati, di trovarsi di fronte ad una figlia così “cambiata” e non si spiegano “cosa sia successo”. Sono portati ad attribuire alla scuola, le cause di un così repentino cambiamento. Si tratta di una coppia colta e impegnata socialmente, hanno, con i tre figli, vissuto prevalentemente all’estero, soprattutto in Africa, in quanto il padre ha un importante posizione nell’ambito delle relazioni internazionali. Da circa un paio di anni la coppia si è divisa, la mamma con i figli si è stabilita a Palermo, il padre va e viene. Apparentemente hanno un buon rapporto sia tra loro che con i figli, (anche gli altri due sono un po’ ritirati ed inibiti) sono genitori presenti e intrattengono tra loro una relazione di collaborazione. La separazione avvenuta dopo una coinvolgente relazione di amore è stata cercata soprattutto dalla madre, “ che vuole avere una sua vita e non vivere all’ombra del marito”. R. ha con il padre una relazione fortissima, si identifica con lui e ha cercato in passato, attraverso le sue eccellenti performances scolastiche di assomigliargli e cercare la sua approvazione. Ma la loro relazione rimane freddina, poco improntata allo scambio, al contenimento affettivo e alla comprensione delle problematiche connesse alla crescita, che vengono da quest’ultimo, prevalentemente scisse o negate. La madre, meno rigida e seduttiva appare più frivola e sollecita la figlia, ad assumere “atteggiamenti femminili” per compensare le sue difficoltà relazionali. Ma R., che è una bella ragazza un po’ sovrappeso infagottata in tute e felpe che nascondono il suo corpo alla vista, non ascolta la madre ed ha con lei un rapporto conflittuale È il corpo il luogo che R. attacca dove scarica il suo dolore, le sue delusioni, la sua rabbia, la sua insoddisfazione affettiva il suo sentimento di vuoto. Lo fa preferibilmente attraverso eccessi di cibo spazzatura e tagli i quali ricompaiono poco dopo le dimissioni ospedaliere, durante la permanenza in comunità, dove dovrebbe intraprendere un percorso di cura.
La Comunità viene vissuta da R. come una prigionia e dai genitori come un “ cercare” disfunzioni relazionali che nel loro contesto familiare a loro parere “ non ci sono”, perché nonostante tutto “tutto funziona benissimo”.
La madre molto centrata su di sé e sul suo bisogno di affermarsi lontano dall’ombra del marito, porta avanti la sua rivendicazione femminile, proprio nel momento in cui R. si affaccia al mondo delle relazioni, sessuato e competitivo che rifiuta abbandonando scuola, amici e sport. Il padre rigido e poco duttile sul piano affettivo, rimane sullo sfondo, non riesce a riscaldare affettivamente la relazione con la figlia si mantiene su un piano razionale e di assolvimento di bisogni. Il lavoro psicoterapico con R. e con i suoi genitori, svolto in rete (ambulatorio npia consultorio e terapeuta privato) vedrà una certa partecipazione della ragazza, più interessata ad “ uscire” dalla Comunità che a partecipare ad un lavoro di aiuto. R. sempre molto silenziosa mostra un vissuto relazionale fatto di sfiducia, solitudine e nonostante l’apparente unione familiare, discurante e abbandonico. Ciò inizialmente non agevola la costruzione di un rapporto terapeutico di fiducia. Anche i genitori parteciperanno al percorso di cura ma in modo saltuario e a volte svogliato. Soltanto dopo circa 1 anno di terapia questa inizierà a mostrare benefici, R. si rilasserà relazionalmente e parteciperà maggiormente. Ciò coinciderà con la ripresa della frequenza scolastica, dello sport, per lei molto importante, ed ad avere con la madre un rapporto più disteso. Anche il lavoro con i genitori che è proseguito ha contribuito a mettere in luce i tanti “non detti “ o le carenze relazionali che hanno riguardato i vissuti transgenerazionali dei genitori stessi. In particolare il padre, figlio adottivo, ha dovuto sempre “ dimostrare di valere” per essere accettato da una madre rigida e intransigente e tale vissuto riversato sulla figlia ha contribuito a disconoscere i bisogni affetti e di contenimento delle difficoltà connesse alla crescita e ai cambiamenti fisici psichici e relazionali della figlia. Durante la terapia di R. sono emerse e non casualmente, le difficoltà psichiche degli altri due figli adolescenti.
Il sentimento di vuoto relazionale che ha spinto R. a dimostrare attraverso i suoi gesti autolesionistici, bisogni affettivi insoddisfatti sia connessi al suo vissuto adolescenziale che a modalità relazionali familiari improntate al disconoscimento e alla negazione delle difficoltà, ha innescato, attraverso il lavoro psicoterapeutico improntato alla fiducia e alla continuità, un movimento psichico positivo di cambiamento che le ha dato la possibilità di sperimentare una relazione di accettazione di fiducia e di contenimento. Ciò l’ha aiutata a riaffacciarsi alla vita con una visione più positiva e a riprendere gli studi , lo sport, le relazioni amicali con maggiore piacere e fiducia nel futuro. Anche il lavoro con i genitori ha dato i suoi frutti, aprendo a forme relazionali “nuove” meno sovrastrutturate o proiettive dei propri bisogni/ desideri, più funzionali alla crescita psichica dei figli e ai loro cambiamenti di vita.

 

 

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