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Dal controllo alla consapevolezza: nuove strade per contrastare la violenza relazionale

Pubblicato il: 8 Luglio 2025

Di:Elisa Breci, Chiara Gattuso

La violenza relazionale rappresenta uno dei fenomeni più complessi e urgenti nell’attuale panorama clinico e sociale. I recenti dati ISTAT mostrano come negli ultimi cinque anni, oltre 2,4 milioni di donne italiane tra i 16 e i 70 anni (11,3%) hanno subito violenze fisiche o sessuali. In particolare, 1,5 milioni hanno riportato violenze fisiche (7%) e 1,3 milioni violenze sessuali (6,4%). Circa 246 mila donne sono state vittime di stupri o tentati stupri. La violenza nelle relazioni di coppia ha coinvolto 1 milione di donne (4,9%), con un’incidenza più alta (12,5%) tra chi ha interrotto una relazione negli ultimi anni. Non si tratta soltanto di un problema criminologico o giuridico, ma di un tema che interroga in profondità le dinamiche psicologiche individuali e collettive. La violenza agita da uomini contro le proprie partner o in ambito familiare evidenzia strutture di personalità disfunzionali, schemi relazionali patologici e profonde distorsioni cognitive.

L’intervento clinico, per lungo tempo concentrato esclusivamente sulla vittima, ha oggi iniziato a includere anche l’autore della violenza, non in un’ottica di giustificazione, bensì di intervento trasformativo.

Nel territorio dell’ASP di Siracusa, il CSM di Augusta ha assunto un ruolo attivo e innovativo nella presa in carico degli uomini autori di violenza nelle relazioni affettive, grazie all’attuazione concreta del Protocollo Zeus, accordo operativo stipulato con la Questura il 15 maggio 2023. Il Protocollo consente l’attivazione di un percorso clinico integrato a seguito dell’ammonimento del soggetto da parte dell’autorità giudiziaria, anche in assenza di condanna penale. L’intento è duplice: offrire un’opportunità di trattamento prima che la violenza si aggravi e prevenire la recidiva, lavorando direttamente sull’autore. La Convenzione di Istanbul invita gli Stati a intervenire non solo nella prevenzione, ma anche nel trattamento degli autori di violenza (art. 16), sottolineando l’importanza di sostenere la ricerca scientifica sulle cause strutturali e gli effetti della violenza. L’obiettivo è interrompere precocemente l’escalation violenta, promuovendo riflessione, autoconsapevolezza e contenimento. Secondo Raewyn Connell (2011), la violenza può essere per gli uomini una risorsa socialmente riconosciuta per affermare il proprio ruolo sociale. Allo stesso modo, Sandro Bellassai (2011) evidenzia come la violenza assuma un valore “virilizzante”, integrandosi nella costruzione dell’identità maschile. L’aggressività, infatti, non è sempre espressione di una patologia mentale conclamata, ma può essere un pattern appreso, un modo reiterato di relazionarsi fondato sul potere e sul controllo. L’aggressione può essere vista come una «tecnologia di governo» (Foucault, 1976) per riprendere il controllo e affermare il ruolo di uomo, marito e padre. Allo stesso tempo, funziona come «tecnica di correzione» con una presunta funzione educativa, disciplinando mogli e figli. Il ciclo dell’aggressività, noto in letteratura clinica, inizia con tensione crescente, sfocia nella violenza e si conclude con la “luna di miele”, fase in cui l’uomo cerca di riconquistare la partner con attenzioni e promesse. Se non interrotto, si ripete e si cronicizza (Lenore Walker, 1979). La presa in carico clinica mira a interrompere il ciclo di violenza, evidenziando l’irrazionalità e la manipolazione che lo sostengono e insegnando modalità relazionali alternative. Spesso, l’uomo violento non ha una diagnosi psichiatrica, ma mostra tratti narcisistici, antisociali o borderline, con fragilità nella gestione emotiva, tolleranza alla frustrazione e capacità empatica (Babcock et al., 2000; Porcerelli et al., 2005). Il trattamento aiuta a dare senso all’agito, facendo riconoscere il legame tra emozione, pensiero e comportamento. Molti autori di violenza non sono consapevoli dell’impatto delle loro azioni, minimizzano o negano, proiettando la colpa sulla vittima. Per questo, il lavoro terapeutico richiede un processo paziente di decostruzione delle difese e l’esplorazione di motivazioni profonde, spesso legate a traumi, attaccamenti insicuri o modelli familiari violenti.

Molti uomini presi in carico mostrano tratti comuni come egocentrismo, mancanza di empatia, rigidità mentale, scarsa tolleranza alla frustrazione e insicurezza emotiva nascosta da iper-controllo. L’aggressività si manifesta come risposta disadattiva alla minaccia del rifiuto, alla perdita della relazione e a sentimenti di inadeguatezza. L’intervento si avvale di diverse strategie: colloqui individuali, tecniche di gestione della rabbia, esplorazione delle credenze disfunzionali, training sull’empatia e sulla comunicazione assertiva. In alcuni casi, quando vi sono disturbi comorbidi come ansia, depressione o abuso di sostanze, si integrano anche interventi farmacologici o psicoeducativi. Centrale è il lavoro sulle distorsioni cognitive: molti uomini violenti mantengono l’autostima attraverso processi di disimpegno morale, che li portano a giustificare le proprie azioni, a colpevolizzare l’altro, a minimizzare il danno. I colloqui offrono uno spazio per esplorare e confrontarsi, aiutando il soggetto a riconoscere l’impatto delle proprie azioni, la sofferenza altrui e a sviluppare un linguaggio emotivo più articolato. Alcuni uomini, riflettendo seriamente, cominciano a vedere la violenza come un comportamento che nasce da loro stessi, assumendosi la responsabilità della propria aggressività. Ammettere le colpe, provare vergogna per il male fatto e accettare l’umiliazione non come distruzione, ma come inizio di una ricostruzione. Invece di sentirsi svuotati per la perdita di potere, si apre una sofferenza nuova, legata alla consapevolezza dei propri limiti e fallimenti, da cui può nascere un processo di trasformazione.

Riconoscere la propria vulnerabilità aiuta questi uomini a costruire nuovi rapporti con partner, figli e sé stessi. Non vedono più il non essere al centro come una sconfitta, ma come apertura a emozioni diverse e al cambiamento. Senza rinunciare alla propria identità maschile, adottano comportamenti alternativi che migliorano il loro benessere personale e relazionale. Il CSM non agisce in isolamento. Il lavoro è sostenuto da una fitta rete territoriale che coinvolge Ser.T, consultori familiari, centri antiviolenza, scuole, servizi sociali e le forze dell’ordine. Questa integrazione consente non solo una presa in carico globale, ma anche un monitoraggio attivo dei contesti relazionali e un sostegno alla vittima, che resta il riferimento etico primario dell’intervento. La logica sottostante è quella della co- responsabilità istituzionale, per cui ogni attore contribuisce alla costruzione di un contesto capace di contenere, comprendere e trasformare.

Solo affrontando la responsabilità dell’autore e trasformando le radici della violenza possiamo costruire relazioni più sane e prevenire nuove vittime.

Bibliografia

Babcock, JC, Jacobson, NS, & Gottman, JM (2000). Attaccamento, regolazione emotiva e funzione della violenza coniugale: differenze tra mariti violenti e non violenti sicuri, preoccupati e distanzianti. Journal of Family Violence, 15, 391–409.
Bellassai, S. (2011), L’invenzione della virilità. Politica e immaginario maschile nell’Italia contemporanea, Roma, Carocci editore.
Connell, Raewyn (2011), Questioni di genere, Il Mulino.
Foucault, M. (1976), Il faut défendre la société, trad.it. Bisogna difendere la società, Milano, Feltrinelli, 2009.
Istat. (2024) Il numero delle vittime e le forme della violenza
Oddone, C. (2017). “Lo fanno tutti”. Il ruolo della violenza nella costruzione sociale della mascolinità: il punto di vista degli autori. About Gender, 6 (11), pp.74-97.
Porcerelli, J. H., Cogan, R., & Hibbard, S. (2005). Caratteristiche della personalità degli uomini violenti con il partner: un approccio Q-Sort.
Walker, LE (1979). Donne maltrattate: uno studio psicosociologico sulla violenza domestica. Psychology of Women Quarterly, 4 (1), 136-138.