Pubblicato il: 8 Luglio 2025
Abstract
La violenza nelle relazioni affettive è un fenomeno multidimensionale che intreccia dinamiche psicologiche, culturali e neurobiologiche. Questo articolo integra un’analisi archetipica junghiana dei miti, le teorie dell’attaccamento con fondamenti neuroscientifici, la vittimologia, le teorie sugli autori di reato, un approfondimento della teoria polivagale e la teoria della mentalizzazione. Si propongono approcci diagnostici e terapeutici multidimensionali, inclusa la tecnica EMDR, focalizzati sulla regolazione autonomica, l’empowerment delle vittime e la riabilitazione degli autori di violenza.
Il Mito come Specchio Archetipico della Violenza Relazionale
I miti, come espressioni dell’inconscio collettivo, offrono una lente per comprendere la violenza relazionale. Secondo Carl Gustav Jung (1964), i miti incarnano archetipi, pattern universali che strutturano le esperienze umane. Tre miti greci – Medea, Eco e Narciso e Ade e Persefone – illuminano le dinamiche di violenza.
Il Mito di Medea: L’Archetipo dell’Amore Ferito
Medea, tradita da Giasone, incarna la Grande Madre distruttiva (Jung, 1959), trasformando l’amore ferito in vendetta. Questo archetipo riflette la polarità tra fusione e controllo nelle relazioni violente.
Eco e Narciso: L’Archetipo dell’Asimmetria Relazionale
Eco, che si consuma per Narciso, rappresenta la Vittima Sacrificata, mentre Narciso, innamorato della propria immagine, incarna il Puer Aeternus (Jung, 1964). Questo mito evidenzia dinamiche di violenza psicologica con perdita di identità della vittima.
Ade e Persefone: L’Archetipo del Rapimento e della Coercizione
Il rapimento di Persefone da parte di Ade incarna il Raptus e l’Ombra (Jung, 1959), riflettendo la coercizione e il trauma bonding nelle relazioni violente.
Dal punto di vista junghiano, la violenza relazionale emerge come un conflitto tra archetipi opposti: l’Anima/Animus, che rappresenta il desiderio di connessione, e l’Ombra, che incarna pulsioni distruttive represse. Gli autori di violenza, come Narciso o Ade, possono essere dominati da un’Ombra narcisistica o coercitiva, mentre le vittime, come Eco o Persefone, incarnano la Vittima Sacrificata, intrappolate in dinamiche di sottomissione. Il processo di individuazione junghiano, che mira a integrare l’Ombra e a bilanciare gli archetipi, offre un quadro per comprendere come la terapia possa aiutare vittime e autori a trasformare queste dinamiche distruttive. L’analisi archetipica dei miti, con la loro capacità di rivelare motivazioni inconsce, si collega direttamente alle teorie psicologiche moderne, in particolare alla teoria dell’attaccamento, che esplora come le esperienze relazionali precoci modellino i comportamenti adulti, spesso replicando i pattern distruttivi evocati nei miti.
La violenza relazionale si manifesta in forme fisiche, psicologiche, economiche o sessuali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (2021) riporta che una donna su tre subisce violenza da un partner, mentre la violenza contro gli uomini è sottostimata. Questo articolo integra l’analisi archetipica junghiana con le teorie dell’attaccamento, la vittimologia, le teorie sugli autori di reato, la teoria polivagale, la teoria della mentalizzazione e l’applicazione della tecnica EMDR.
Una Prospettiva Neuroscientifica
La teoria dell’attaccamento di Bowlby (1969) estende l’analisi mitologica, traducendo le dinamiche archetipiche in meccanismi psicologici e neurobiologici. Gli stili di attaccamento insicuri (ansioso- preoccupato, timoroso, evitante, disorganizzato) riflettono le tensioni tra connessione e conflitto viste nei miti. L’attaccamento ansioso-preoccupato, simile all’anelito di Eco, è caratterizzato da iperattività dell’amigdala e ipoattività della corteccia prefrontale, che amplificano la reattività alla minaccia (Siegel, 2020). L’attaccamento timoroso, affine alla sottomissione di Persefone, si manifesta in oscillazioni tra ricerca di vicinanza e aggressività, mediate da disregolazioni nell’ossitocina e nel cortisolo (Feldman, 2017). L’attaccamento disorganizzato, che richiama la furia distruttiva di Medea, aumenta il rischio di violenza per difficoltà nella mentalizzazione e nella regolazione emotiva, spesso legate a traumi infantili (Liotti, 2004). Disturbi come il disturbo borderline di personalità (BPD) o il disturbo narcisistico di personalità (NPD) amplificano queste dinamiche. Nel BPD, l’iperattività dell’amigdala compromette il controllo degli impulsi (New et al., 2007), mentre nel NPD, come in Narciso, l’ipersensibilità al rifiuto può tradursi in violenza per mantenere il controllo.
Comprendere il Ruolo della Vittima
La vittimologia, come il mito di Persefone, analizza le dinamiche di vittimizzazione, collegando l’archetipo della Vittima Sacrificata alle vulnerabilità psicologiche. Secondo Mendelsohn (1976), le vittime possono contribuire inconsapevolmente alla violenza attraverso comportamenti come la sottomissione, senza giustificare l’abuso. La teoria del trauma bonding (Dutton & Painter, 1993), simile alla trasformazione di Persefone in regina degli inferi, spiega la difficoltà a lasciare relazioni abusive: l’alternanza di abuso e affetto crea una dipendenza emotiva, mediata da picchi di ossitocina (Neumann & Tabak, 2020). La vittimologia relazionale di Karmen (2013) evidenzia fattori di rischio come bassa autostima e traumi pregressi, che amplificano la vulnerabilità in individui con attaccamento timoroso o disorganizzato.
Comprendere l’Autore di Reato
Le teorie sugli autori di reato offrono un quadro complesso per comprendere le motivazioni psicologiche, culturali e neurobiologiche alla base della violenza relazionale, collegandosi all’archetipo junghiano dell’Ombra che incarna pulsioni distruttive inconsce. Un approccio centrale è la teoria del potere e del controllo, proposta da Pence e Paymar (1993), che interpreta la violenza come uno strumento deliberato per stabilire e mantenere il dominio sul partner. Questa prospettiva sottolinea come tali comportamenti siano spesso radicati in norme culturali che, implicitamente o esplicitamente, legittimano la dominanza, in particolare in contesti patriarcali dove il controllo è percepito come un diritto. La violenza, in questo senso, diventa un mezzo per rinforzare un’egemonia relazionale, sopprimendo l’autonomia del partner e perpetuando dinamiche di potere asimmetriche.
Dal punto di vista psicopatologico, gli autori di violenza presentano frequentemente caratteristiche associate a disturbi di personalità, come il disturbo borderline (BPD), narcisistico (NPD) o antisociale (ASPD). Nel caso del BPD, la disregolazione emotiva può portare a scoppi impulsivi, mentre nel NPD la violenza spesso scaturisce da un’ipersensibilità a minacce percepite all’autostima, come il rifiuto o la critica (Ronningstam, 2016). Gli individui con tratti antisociali, invece, mostrano una marcata mancanza di empatia e un approccio manipolativo, che facilita comportamenti violenti senza rimorso (Blair, 2013). Queste condizioni riflettono un’interruzione nella capacità di mentalizzazione e di connessione emotiva, rendendo gli autori meno capaci di regolare le proprie emozioni o di comprendere l’impatto delle loro azioni sul partner. A livello neurobiologico, la ricerca ha identificato alterazioni nei sistemi serotoninergici e dopaminergici come fattori chiave nell’impulsività e nell’aggressività degli autori di violenza. Studi come quello di Coccaro et al. (2011) dimostrano che una ridotta connettività tra la corteccia prefrontale e l’amigdala compromette la capacità di inibire risposte emotive intense, portando a comportamenti violenti in risposta a stimoli percepiti come minacciosi. Queste disregolazioni neurobiologiche, che richiamano l’Ombra junghiana come forza inconscia e incontrollata, offrono una base per interventi terapeutici mirati, come il neurofeedback o la farmacoterapia, che possono supportare la regolazione emotiva e ridurre l’impulsività.
Una Prospettiva Neurofisiologica
La teoria polivagale di Stephen Porges (2011) collega archetipi e attaccamento al sistema nervoso autonomo (SNA), offrendo un quadro neurofisiologico per comprendere la violenza relazionale. Il SNA regola le risposte emotive e comportamentali attraverso tre circuiti gerarchici: il sistema vagale ventrale, associato a sicurezza e connessione sociale; il sistema simpatico, che mobilita risposte di lotta o fuga; e il sistema vagale dorsale, legato a immobilizzazione o dissociazione. Gli autori di violenza mostrano spesso iperattivazione simpatica, con bassa variabilità della frequenza cardiaca (HRV), che si manifesta in aggressività o controllo coercitivo, mentre le vittime tendono a rimanere in stati dorsovagali, caratterizzati da sottomissione o congelamento emotivo (Dana, 2018). Il trauma bonding emerge da oscillazioni tra momenti di connessione (stati ventrovagali) e conflitto (stati simpatici o dorsovagali), creando dipendenza emotiva simile a quella nel mito di Persefone (Porges & Dana, 2018). Neurobiologicamente, il sistema polivagale interagisce con l’amigdala, la corteccia prefrontale ventromediale e l’insula. L’iperattività amigdaloide negli autori amplifica la percezione di minaccia, mentre l’ipoattività prefrontale compromette l’inibizione degli impulsi (Siegel, 2020). Nelle vittime, l’attivazione dorsovagale è associata a ridotta attività dell’insula, limitando la consapevolezza corporea (van der Kolk, 2014). La disregolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), con livelli cronici di cortisolo, contribuisce alla rigidità autonomica (Feldman, 2017). Interventi clinici, come neurofeedback, tecniche sensomotorie (Ogden et al., 2006), e esercizi di co-regolazione (es. respirazione sincronizzata), attivano il sistema vagale ventrale, favorendo la sicurezza relazionale. La misurazione della HRV monitora i progressi nella flessibilità autonomica (Porges et al., 2022).
Approccio Relazionale e Neurocognitivo
La teoria della mentalizzazione, sviluppata da Peter Fonagy e colleghi (Fonagy et al., 2002), offre un quadro fondamentale per comprendere le dinamiche relazionali nella violenza affettiva, integrandosi con le prospettive archetipiche, dell’attaccamento e polivagali. La mentalizzazione è la capacità di comprendere i propri stati mentali e quelli altrui (es. emozioni, intenzioni, pensieri) e di interpretare i comportamenti come guidati da stati interni. Radicata nelle prime interazioni di attaccamento, questa competenza è cruciale per relazioni empatiche, ma spesso compromessa nella violenza relazionale.
La mentalizzazione si sviluppa quando il caregiver riflette accuratamente gli stati emotivi del bambino, favorendo una rappresentazione coerente di sé e degli altri (Fonagy & Target, 1997). Archetipicamente, richiama l’Anima/Animus junghiano, che facilita la connessione relazionale. Neurobiologicamente, coinvolge la corteccia prefrontale mediale, il giro temporo-parietale e la corteccia cingolata anteriore (Frith & Frith, 2006). Stili di attaccamento insicuri, come timoroso o evitante, ostacolano la mentalizzazione, portando a distorsioni come l’iperinterpretazione malevola o l’oggettivazione del partner. Le vittime possono sviluppare una mentalizzazione “iperattiva” o pseudo-mentalizzazione, attribuendo intenzioni ostili per anticipare il pericolo, mentre gli autori mostrano una mentalizzazione “ipoattiva”, con mancanza di empatia tipica di tratti narcisistici o antisociali (Bateman & Fonagy, 2016). Nella violenza relazionale, i deficit di mentalizzazione amplificano i cicli di conflitto, poiché i partner non riescono a regolare le emozioni o a comprendere le intenzioni reciproche. Questi deficit sono esacerbati da disregolazioni polivagali: l’iperattivazione simpatica negli autori riduce gli stati ventrovagali di connessione, mentre l’attivazione dorsovagale nelle vittime inibisce la consapevolezza emotiva (Porges, 2011). Neurobiologicamente, la ridotta attività prefrontale e l’iperattività amigdaloide limitano la mentalizzazione (Luyten & Fonagy, 2015). La Terapia Basata sulla Mentalizzazione (MBT) mira a migliorare questa capacità, promuovendo regolazione emotiva ed empatia. La MBT crea un
contesto sicuro, utilizza tecniche di co-regolazione polivagale (es. respirazione sincronizzata) e guida i partner nella riflessione sugli stati mentali, riducendo distorsioni e comportamenti coercitivi.
Caso Clinico: Anna e Marco – Formulazione Psicodinamica integrata e Neurofunzionale
Anna, 34 anni, giunge in psicoterapia con una sintomatologia riconducibile a un disturbo d’ansia generalizzato (GAD, DSM-5: 300.02) in comorbilità con un episodio depressivo maggiore (MDD, DSM-5: 296.32). I sintomi principali includono anedonia, ideazione passiva di morte, senso di colpa pervasivo, ipervigilanza e disregolazione autonomica. Il quadro si struttura all’interno di una relazione affettiva con Marco, 38 anni, caratterizzata da cicli di violenza psicologica e fisica intermittente.
Anna descrive una relazione connotata da dinamiche tipiche del trauma bonding: momenti di abuso seguiti da affetto intermittente e riparativo, che rinforzano il legame disfunzionale. A livello psicodinamico, la relazione evoca vissuti ambivalenti e attiva schemi relazionali disfunzionali legati a un attaccamento timoroso. L’Adult Attachment Interview (AAI) rivela rappresentazioni interne di sé come non degna di amore e degli altri come pericolosi o inaffidabili. La Reflective Functioning Scale segnala una limitata capacità mentalizzante.
Le valutazioni testologiche (CTS-2, HRV, BDI-II, STAI) confermano la gravità clinica: C-PTSD con disregolazione del sistema nervoso autonomo. L’HRV è ridotta, segnalando uno stato cronico di iperarousal simpatico/dorsale. Il trattamento si articola in più fasi: stabilizzazione corporea e sensomotoria, Schema Therapy focalizzata su schemi di abbandono e sottomissione, MBT per potenziare la mentalizzazione, empowerment legale e sociale per rafforzare il Sé e consentire la separazione.
Marco, dopo due colloqui, rifiuta la terapia, ma le sue caratteristiche comportamentali – grandiosità, controllo ossessivo, rabbia impulsiva – suggeriscono un profilo narcisistico con possibili tratti antisociali. L’analisi psicodinamica e la letteratura neurofunzionale (Blair, 2013; Coccaro et al., 2011) indicano una disregolazione prefrontale e dell’amigdala, con pattern difensivi orientati al dominio e alla negazione della vulnerabilità.
Dopo 9 mesi di trattamento, Anna mostra una significativa riduzione dei sintomi ansioso-depressivi (BDI-II: da 32 a 14; STAI: da 65 a 42), incremento della HRV, e acquisizione di una posizione soggettiva chiara. Decide di interrompere la relazione, attivando un piano di sicurezza e supporto legale. L’elaborazione del legame traumatico si completa con il ripristino della funzione riflessiva e una riorganizzazione dell’attaccamento. Il trattamento si configura come un modello integrato, psicodinamico e neuroregolativo, con evidenze di efficacia clinica sul piano sintomatico, relazionale e identitario. Nel corso del trattamento, sono emersi contenuti profondi connessi all’immaginario inconscio di Anna, che si sono rivelati utili per una lettura simbolica della sua esperienza traumatica. In particolare, attraverso tecniche immaginative e oniriche, è stato possibile esplorare la presenza dell’archetipo della “Vittima-Sacrificale” e dell’“Ombra”, secondo la prospettiva junghiana.
All’interno del trattamento integrato, si è fatto ricorso anche alla tecnica EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), particolarmente efficace nella rielaborazione di esperienze traumatiche connesse a episodi di violenza relazionale. Dopo una fase iniziale di stabilizzazione, Anna è stata sottoposta a una serie di sedute focalizzate su ricordi traumatici specifici – episodi di aggressione fisica e verbale – utilizzando il protocollo standard EMDR per il C-PTSD. L’elaborazione adattiva dell’informazione ha permesso una significativa riduzione dell’intensità emotiva legata ai ricordi target e un rafforzamento della narrativa interna di autoefficacia e sicurezza. L’integrazione dell’EMDR ha contribuito a decondizionare risposte disfunzionali di freezing e iperarousal, favorendo il riequilibrio del sistema nervoso autonomo e la riorganizzazione del Sé traumatizzato.
Conclusioni
La violenza relazionale, riflessa nei miti di Medea, Eco e Narciso, ed Ade e Persefone, richiede un approccio integrato: L’analisi archetipica junghiana con evidenzia del conflitto tra Anima/Animus e Ombra; le teorie dell’attaccamento, la vittimologia, gli autori di reato, la teoria polivagale e la mentalizzazione offrono un quadro multidimensionale variegato nella spiegazione di questa relazione patogena complessa ed intercorrelata. Gli interventi terapeutici hanno integrato MBT, tecniche polivagali, CBT, EFT e l’EMDR, con un focus su sicurezza, autoregolazione, elaborazione traumatica ed empatia.
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