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Cosa resta del lutto nell’odio trigenerazionale globale?

Riflessioni

Pubblicato il: 23 Novembre 2025

Di:Marta Marzà

Come psicologi siamo chiamati a interrogarci sul legame tra Thanatos e Lutto, tra odio, conflitto e perdita. Nelle nostre stanze di terapia proviamo a tradurre il dolore, a rinarrarlo, a renderlo pensabile. Ma davanti alla violenza globale, alla guerra che scorre sullo schermo di un cellulare, ci scopriamo spettatori impotenti. Passiamo dallo strazio di un bambino sotto le bombe a un video promozionale, dalla morte alla pubblicità, dal pianto allo scroll successivo.
Viviamo un’epoca in cui la violenza è divenuta quotidianità: muoiono donne, adolescenti, ideali, il senso stesso di sicurezza. Come scrive Gregory Bateson (1977), solo un’“ecologia della mente” può permetterci di comprendere la complessità delle connessioni tra uomo e ambiente. Capire un individuo significa comprendere il contesto in cui è immerso; comprendere la storia collettiva richiede di osservarne la latenza, le ripetizioni, le ridondanze trigenerazionali.

Nel lavoro clinico il mio sguardo procede solitamente dal generale al particolare: dal trigenerazionale familiare alla storia individuale. Per leggere invece l’odio globale e il dolore collettivo, occorre compiere il percorso inverso: partire dal particolare per risalire al molteplice, farsi piccoli come formiche e osservare le guerre tra colonie. Le formiche combattono con strategia e sacrificio per difendere il territorio: la loro lotta è immagine della nostra, della brutalità e dell’organizzazione che regola la violenza umana.
Giovanni Verga, in Fantasticheria (1879), le utilizza come metafora della tenacia e della miseria dei pescatori di Aci Trezza: esseri minuscoli che resistono, che si aggrappano alla vita nonostante le avversità. Come loro, anche noi lottiamo, ma a volte dimentichiamo di chiederci perché combattiamo, quale eredità emotiva alimenti la violenza che tramandiamo.

Ogni giorno incontro il lutto in molteplici forme: Valeria piange un figlio, Luana la perdita di un progetto, Sabrina la propria infanzia, Sergio e Milena il nome della figlia trans, Giovanni e Federica la dignità professionale e le radici. In ognuna di queste storie l’odio si insinua come eco familiare e sociale: un dolore non elaborato che diventa giudizio, pregiudizio, disprezzo dell’altro.
Mi chiedo allora: perché tendiamo a ferire? Perché siamo così rapidi nel giudicare, così incapaci di fermarci a comprendere? L’odio viene appreso, interiorizzato, insegnato nei contesti e tramandato attraverso le generazioni. Come il lutto, ha bisogno di essere riconosciuto per non perpetuarsi.

La domanda iniziale torna: Cosa resta del lutto nell’odio trigenerazionale?
Riusciamo ancora a elaborare una perdita, o la sostituiamo con la successiva notizia? Non abbiamo più il tempo di assimilare un suicidio, un femminicidio, una morte in guerra, perché un’altra tragedia sopraggiunge subito dopo. Sui social si passa da un video di sangue a un contenuto frivolo; nella mente, lo stesso meccanismo: la rimozione. Così, l’odio non viene metabolizzato e il lutto non viene vissuto.

Gli adolescenti, immersi in flussi infiniti di immagini, ridono davanti alla violenza. La rabbia, se non elaborata, diventa agita, non pensata. Siamo connessi ma non con-nessi, incapaci di dare significato. Se non ci occuperemo di questa anestesia collettiva — come genitori, insegnanti, psicologi — ci troveremo a curare ferite d’odio sempre più profonde e lutti non riconosciuti.

Ogni guerra, esterna o interna, ci riguarda. Anche l’indifferenza è partecipazione. In questo tempo storico, mi domando cosa resti del trigenerazionale quando i bambini sopravvivono soli, orfani, testimoni di atrocità. Le ridondanze della storia ripetono se stesse: l’Olocausto non è più solo memoria, ma possibilità di ritorno. L’indifferenza dei governi e la collusione sociale ci ricordano che siamo insiemi di parti, alcune luminose, altre oscure, che vanno riconosciute per non distruggere noi stessi e gli altri.

In terapia, il lutto richiede lentezza, presenza, silenzio. È necessario che il dolore attraversi il corpo prima di essere pensato. Allo stesso modo, come società, dovremmo concederci il tempo del lutto collettivo, prima di scorrere oltre.
Ma non lo facciamo più: un suicidio, un bombardamento, un femminicidio, vengono assorbiti e dimenticati nel giro di poche ore. L’odio resta senza consapevolezza, il lutto senza elaborazione. Forse è da qui che dobbiamo ricominciare: riconoscere le nostre parti “cattive”, come suggerisce Schwartz (2023), per poterle integrare e trasformare. Solo allora, forse, torneremo capaci di piangere davvero.

Bibliografia

Bateson G. (1977), Verso un’ecologia della mente, Biblioteca Scientifica I, Adelphi Editore.
Canevaro A. (2004), Approccio trigenerazionale al lutto familiare, Child Development e Disabilities, Vol. XXX, n.4.
De Luca E. (2018), Il giro dell’oca, Feltrinelli, I Narratori.
Moffet M. (2012), Le formiche e l’arte della guerra, “Le Scienze”, n.522, febbraio.
Verga G. (1879), Fantasticheria, “Fanfulla della Domenica”, poi in Vita dei campi (1880).
Schwartz C. R. (2023), Come allearsi con le parti “cattive” di sé. Guarire il trauma con il modello dei sistemi familiari interni, Raffaello Cortina Editore.
Schwartz C. R. (2023), Terapia dei sistemi familiari interni, Raffaello Cortina Editore.
Selvini Palazzoli M., Boscolo L., Cecchin G., Prata G. (2012), Ipotizzazione-circolarità-neutralità: tre direttive per la conduzione della seduta, Terapia Familiare, Fascicolo 100.