Pubblicato il: 23 Novembre 2025
Come Psicologi dobbiamo chiederci come le esperienze connesse alla morte e al lutto vengano vissute, narrate, talora rimosse o elaborate sia sul piano clinico che su quello sociale. E ancora: come gli eventi connessi alla morte e al lutto (guerre, genocidi, morti tragiche e violente, incidenti sul lavoro…) penetrano nelle maglie sociali e individuali.
Questa riflessione nasce da anni di osservazione e studio nella pratica professionale e vuole essere una disamina degli aspetti contraddittori che pure convivono in ognuno di noi rispetto al sentire della morte e del lutto.
La premessa da cui muove questa riflessione: la morte è il più grande tabù nelle società occidentali.
Ogni giorno nominiamo la morte in diverse accezioni per consuetudine automatica, senza vera consapevolezza. Alcuni esempi: morire di fame, morire di paura, morire d’amore, bella/o da morire per citare solo alcuni modi di dire correntemente usati.
Nella realtà abbiamo molta paura della morte come non fosse, insieme alla vita, unica certezza. Pertanto non prendiamo seriamente alcuna possibilità di “pensarla” per noi e per le persone affettivamente vicine a noi se non come distacco definitivo dal già noto, la fine di tutto. Fatichiamo anche solo a pensare che malattie, cancro, incidenti, eventi catastrofici vari possano capitare a noi stessi o a qualcuno che amiamo, salvo restare stupiti del perché “proprio a noi”.
Nonostante le religioni, le filosofie, le neuroscienze diano importanti spunti per affrontare in modo funzionale i discorsi sulla morte, e soprattutto mostrino strategie e motivi per reagire in modo resiliente al dolore della separazione, la morte resta il tabù più grande per tutti. Paradossalmente ogni giorno, anzi più volte al giorno le piattaforme e i canali sociali che frequentiamo, i telegiornali, la cronaca ci aggiornano di racconti, foto, testimonianze di morti in guerra, di genocidi, di eventi catastrofici anche violenti che occorrono a famiglie, sui luoghi del lavoro, di femminicidi. Tutto questo ha una risonanza dentro ognuno e a livello di comunità e sociale.
Pensiamo alla rabbia che anima le agitazioni per la Palestina e l’orrore di Gaza, le fiaccolate organizzate in occasione di morti particolari o particolarmente violente, tragiche e perciò particolarmente sentite. D’altronde in parallelo accanto a questi agìti c’è l’indifferenza, specie purtroppo nei più giovani e perciò più esposti e fragili, in risposta allo scrolling.
Ogni giorno e continuamente scorrono contenuti sensibili, violenti, a rischio peraltro di emulazione e di assuefazione. Nell’esposizione incauta a questi bombardamenti di storie, contenuti, verità, mezze verità, finzioni, crudeltà e nonsensi che passano come racconti talora spettacolarizzati, il rischio maggiore è l’assuefazione, l’ovattamento, l’insensibilità condizionati.
Specialmente i più giovani, come premettevo prima, sono più a rischio, perché più curiosi, più desiderosi di conformarsi a coetanei e pari, in cerca di modelli e spunti per costruire la propria identità, talora purtroppo privi di riferimenti culturali e sociali solidi. Questa sorta di “ovattazione” e neutralità ogni giorno condizionate e apprese rischiano di sostituirsi alla famosa “pietas” cui invitavano poeti e saggi, l’ ”umanità”, proprio letteralmente essere umani, cogliere e sentire con i propri sensi il vissuto, il disagio, la sofferenza e il dolore degli altri. E il rischio diventa maggiore perché questa sorta di anestesia emotiva convive con la tendenza nelle moderne società occidentali a evitare il pensiero stesso della morte propria e dei propri cari.
C’è la tendenza diffusa a nascondere la morte, il lutto, la perdita…la morte dicevo è un tabù quasi quanto il sesso. Eppure le uniche due certezze sono proprio la vita e la morte. Di pari passo, anche il lutto è un’esperienza intima profonda e pregna di significati connotata da elementi passati e addirittura atavici di ognuno. Il lutto ha a che fare con la parte più profonda di ognuno e mostrarlo, come elaborarlo, è una delle grandi sfide, anzi la più grande. Come viviamo le relazioni e come reagiamo agli eventi influenza anche il modo di reagire al distacco, alla perdita, alla separazione, alla morte, quindi influenza anche il lutto come modalità di risposta agli eventi suddetti.
Il lutto è una condizione che richiede tempo, pazienza, resilienza per essere elaborata e trovare significato e posto dentro ognuno. Soprattutto ha a che fare con la coerenza rispetto alla vita, nel senso che la filosofia che guida la vita di ognuno dovrebbe conseguentemente coincidere con l’idea che ognuno di noi ha della propria e altrui morte e influenza altresì la reazione agli eventi dolorosi e catastrofici.
Allo stesso modo e con la stessa intensità con cui si affronta la vita, si progetta e si costruiscono relazioni, si dovrebbe pensare alla morte, al distacco, a lasciare questa forma di vita conosciuta, nel senso di costruirne il senso ogni giorno, dando il giusto valore a ognuno e a ogni esperienza, pensando che questa vita è l’unica che conosciamo ma è fatta di relazioni, di emozioni e motivazioni che ogni giorno ci agitano e indirizzano le nostre azioni.
La cura di queste relazioni ed emozioni, la qualità della vita dovrebbero essere le priorità, forti della consapevolezza che non siamo eterni e la morte è potente e vera quanto e accanto alla vita. Se è vero, come verosimilmente è, che il modo in cui affrontiamo le sfide della vita dovrebbe essere coerente con il modo in cui affrontiamo la sfida relativa alla morte e al lutto, evidentemente bisognerebbe investire nella vita e nella qualità della vita per prefigurarsi la possibilità della morte, propria e delle persone affettivamente prossime a noi.
In conclusione, per risolvere le ambiguità e le contraddizioni che caratterizzano il sentire comune sulla morte e il lutto, bisognerebbe riconoscere la finitezza come condizione inevitabile, vivere pienamente il presente, abbandonare il superfluo, curare le relazioni, concentrarsi su poche cose importanti, vivere in modo più etico e spirituale. Curare le cose importanti, i figli, i legami, restituire il bene ricevuto e condividere speranza. In sintesi credo che una strategia funzionale possa essere educarsi ed educare a vivere in modo più autentico, consapevole dei limiti e della finitezza, delle fragilità e delle possibilità della vita, cercando e suggerendo un senso pratico e morale piuttosto che risposte teoriche.
Educare alla comprensione che il senso della vita non è un concetto astratto, si trova semmai nelle azioni quotidiane. Concludo proponendo una psicologia positiva, più prossima alla comunità, una psicoeducazione che insegni ad abitare la finitezza, vivere con maggiore consapevolezza e autenticità per affrontare più sano, coerente e resiliente le separazioni, il distacco, la morte e il lutto.
Spunti Bibliografici
Considerazioni attuali sulla guerra e la morte/S. Freud, edizioni Studio Tesi (2023)
Al di là del principio di piacere/S. Freud, Bollati Boringhieri (1986)
Lutto e melanconia/S. Freud, Boringhieri (1979)
Vita liquida/Z. Baumann, Laterza (2008)
Perché la guerra/ S. Freud, A. Einstein, Bollati Boringhieri (1997)
Anima e Morte/C.G.Jung, Adelphi editore (2022)
Qualcosa/C. Gamberale, Tea editore (2019)