Sessualità e affettività in adolescenza: il ruolo dei contesti educativi nell’individuazione del trauma e nella prevenzione nei casi di violenza assistita
Esperienze cliniche | Febbraio 2026
Autore: Tiziana Scalia

L’adolescenza rappresenta una fase di transizione, il corpo si trasforma e diventa fonte di nuove sensazioni e interrogativi, mentre il desiderio di connessione affettiva guida la costruzione dell’identità e delle modalità relazionali future (Erikson, 1968). È la fase in cui la sessualità e l’affettività diventano ambiti da esplorare, ma anche fonti di vulnerabilità, attraverso il corpo e il rapporto con l’altro che l’adolescente inizia a delineare un senso più definito di sé. Queste esperienze non si manifestano in un vuoto psicologico, ma sono strettamente legate al contesto familiare, educativo e sociale che circonda l’adolescente. Se il percorso di crescita si svolge in un ambiente segnato da traumi relazionali precoci, come nel caso della violenza domestica, le modalità con cui il giovane vive l’intimità, sviluppa la fiducia e percepisce il proprio corpo possono essere profondamente alterate. La letteratura psicologica contemporanea considera la violenza assistita, non come un evento “indiretto”, ma come una forma di maltrattamento psicologico con effetti duraturi sullo sviluppo emotivo e relazionale (Kitzmann et al., 2003). Durante l’adolescenza ed il nascere delle prime relazioni affettive e sessuali, le conseguenze di tali esperienze traumatiche possono diventare manifeste. Le relazioni affettive possono attivare paure profonde, oscillando tra il desiderio di vicinanza e la paura dell’abbandono o del rifiuto; i confini corporei possono risultare confusi, e la capacità di interpretare segnali affettivi e sessuali reciproci può essere compromessa. La sessualità rischia di essere percepita non come un’opportunità di conoscenza e piacere, ma come un campo di tensione, adattamento o difesa (Briere & Spinazzola, 2005). In questi contesti complessi, le istituzioni educative, con particolare riferimento alla scuola, possono svolgere un ruolo cruciale nella prevenzione e nell’individuazione tempestiva dei segnali di disagio. Trattandosi di luoghi in cui gli adolescenti trascorrono gran parte del proprio tempo e sono osservati da adulti esterni al loro nucleo familiare, la scuola diventa uno spazio privilegiato per intercettare eventuali difficoltà. Cambiamenti nel rendimento scolastico, tendenza all’isolamento dai coetanei, manifestazioni di irritabilità o ritiri emotivi possono rappresentare indicazioni latenti di sofferenze interne non ancora riconosciute o elaborate (Roeser & Eccles, 2015).

Esemplificativo a tal riguardo è il caso della giovane A., studentessa di 15 anni, del secondo anno del liceo scienze Umane. A. è cresciuta in un ambiente domestico caratterizzato da una costante presenza di violenza, a volte manifesta e diretta, altre volte celata ma comunque pervasiva. Le urla, e l’atmosfera carica di tensione hanno definito il contesto della sua infanzia, fungendo da scenario spesso inquietante. A., sin dai suoi primi anni, ha sviluppato un’acuta sensibilità nell’osservare il proprio ambiente, acquisendo la capacità di cogliere i minimi segnali di rischio e calibrando il proprio comportamento nel tentativo di prevenire eventuali episodi di escalation violenta. In questa situazione familiare instabile, A. ha gradualmente relegato in secondo piano i propri bisogni personali per assumere un ruolo centrale nel prendersi cura della madre, facendosi carico delle sue necessità emotive e divenendo per lei un punto di riferimento. Le emozioni quali paura, rabbia e tristezza sono state sistematicamente represse, non per una mancata consapevolezza, ma perché la priorità era rivolta alla gestione degli stati emotivi altrui, al mantenimento di un equilibrio precario e alla sopravvivenza quotidiana. Questo precoce adattamento a un ruolo adulto ha influito profondamente sulla modalità con cui A. si rapporta alle relazioni interpersonali. L’uscita dalla scena familiare del padre ha segnato un passaggio rilevante dal punto di vista della sicurezza fisica tangibile. Tuttavia, tale evento non ha comportato un immediato sollievo sul piano emotivo. Nonostante l’assenza della minaccia diretta, A. continua a percepire un persistente stato di allerta emotiva. Le relazioni interpersonali rimangono per A. un terreno complesso: il desiderio di vicinanza e affetto si intreccia con la paura, complicando la capacità di affidarsi agli altri e rendendo ogni legame una prova continua di fiducia e vulnerabilità. L’invio alla consultazione psicologica avviene a seguito di segnalazioni scolastiche relative a isolamento sociale, instabilità dell’umore e comportamenti ambivalenti. In questo caso, il contesto educativo ha svolto una funzione di rilevazione del disagio, fungendo da ponte tra l’esperienza soggettiva dell’adolescente e l’attivazione di un percorso di supporto clinico. Nel lavoro clinico sono emersi difficoltà di regolazione emotiva, uno stato di ipervigilanza costante e una profonda ambivalenza nei confronti della vicinanza affettiva. La sessualità, è vissuta non come uno spazio di scoperta e piacere, ma un territorio incerto, in cui i confini corporei sono poco chiari e il consenso fatica a essere riconosciuto come esperienza relazionale condivisa. Il corpo assume una funzione prevalentemente difensiva, coerente con un trauma relazionale precoce che ha insegnato a proteggersi più che ad affidarsi. Le rappresentazioni affettive di A. sono profondamente segnate dal modello di coppia osservato, in cui l’amore si accompagna alla sofferenza, al controllo e alla rinuncia di sé. In questo quadro, l’educazione all’affettività e alla sessualità assume un valore essenziale sia sul piano preventivo sia su quello trasformativo. Non si limita alla trasmissione di concetti biologici ma offre agli adolescenti spazi in cui parlare di emozioni, relazioni, corpo e consenso. Significa fornire strumenti per dare un nome alle proprie esperienze e per immaginare modalità di legame alternative. Per chi ha vissuto la violenza assistita, questi interventi rappresentano il primo incontro con modelli relazionali basati sul rispetto reciproco e sulla sicurezza emotiva. La presenza di psicologi scolastici e adulti adeguatamente formati permette di interpretare il disagio non come una semplice manifestazione comportamentale negativa, ma come un segnale di bisogni emotivi e relazionali che necessitano di essere compresi e accompagnati, evitando interpretazioni colpevolizzanti o riduttive. La collaborazione tra scuola, servizi clinici e servizi sociali diventa un elemento essenziale per accompagnare l’adolescente in un percorso di ricostruzione del senso di sé e delle proprie relazioni. In conclusione, i contesti educativi non sono soltanto luoghi di apprendimento formale, ma spazi potenzialmente trasformativi, in cui il trauma può essere riconosciuto e la prevenzione può prendere forma. Investire in un’educazione all’affettività e alla sessualità sensibile al trauma significa offrire agli adolescenti la possibilità di riscrivere la propria storia relazionale, interrompendo la trasmissione della violenza e aprendo la strada a legami più consapevoli, rispettosi e sicuri.

Bibliografia

Erikson, E. H. (1968). Identity: Youth and Crisis. W. W. Norton & Company.
Kitzmann, K. M., Gaylord, N. K., Holt, A. R., & Kenny, E. D. (2003). Child witnesses to domestic violence: A meta-analytic review. Journal of Consulting and Clinical Psychology.
Roeser, R. W., & Eccles, J. S. (2015). School as a developmental context. In Handbook of Adolescent Psychology.

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