Dalle Paralimpiadi alla Sicilia: l’esperienza e l’incontro tra lo psicologo dello sport ed un atleta di alto livello
Testimonianze | Dicembre 2021
Autori: Salvatore Armando Cammarata - Roberta Alosi, membri del Gruppo di Lavoro "Psicologia dello sport"

Le recenti prestazioni degli atleti italiani alle ultime Paraolimpiadi di Tokyo hanno “sdoganato” il pensiero, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che lo sport può essere svolto ad alto livello anche da atleti diversamente abili.
A fare da eco il titolo di campioni d’Europa conquistato dalla Nazionale Italiana di Basket con sindrome di down, stessa sorte toccata ai colleghi della Nazionale Italiana di Calcio a 5. La schermitrice italiana Beatrice Vio, campionessa paralimpica di fioretto, già dagli scorsi anni, rappresenta a pieno titolo l’icona del movimento paralimpico. La partecipazione, sempre più frequente, di atleti con disabilità ad eventi mediatici ha una ricaduta forte sul piano culturale e psico – educativo. L’essere umano si confronta quotidianamente con i propri limiti sia psicologici che fisici; la possibilità di affrontarli e di superarli è la parte “sfidante”, ciò che favorisce il cambiamento, la crescita. Prendere consapevolezza delle proprie risorse ed attivarle per raggiungere un obiettivo, per superare un pre-giudizio, emerge in modo diretto nella pratica sportiva di atleti con disabilità.
Le abilità mentali che sottendono il gesto atletico si intrecciano con gli aspetti culturali difficili, per alcuni versi, da modificare; ancora oggi una persona con disabilità è considerata “impossibilitata” a sperimentarsi in situazioni ed esperienze del quotidiano, “pensate” solo per persone normodotate (la dimensione lavorativa, sessuale, sociale).
Quando si pensa alla disabilità, ci si focalizza spesso sulla dimensione del “tragico”, sul destino infausto, sulla “sorte avversa” che ha colpito quell’atleta mettendo involontariamente in risalto i limiti e la percezione degli stessi.
Il disabile, così come l’atleta con disabilità, viene percepito come se fosse un bambino, una persona da dovere proteggere e di cui doversi prendere cura.
La disabilità è spesso percepita solo se è visibile facendo fatica a riconoscere e ad includere forme di disabilità lievi o non meglio definite da una valutazione diagnostica. Le carenti strutture architettonica adeguate ad accogliere all’interno atleti disabili hanno frenato, in qualche modo nel corso degli anni, la pratica dell’attività sportiva

Oggi, grazie all’ausilio della tecnologia sempre più avanzata, si possono ridurre quei gap che un tempo rendevano davvero difficili determinate esperienze. L’utilizzo di protesi di ultima generazione sostengono ed incrementano la possibilità di “provarci”. La tecnologia soltanto, chiaramente, non è sufficiente. Il fattore “umano”, la relazione, il sostegno del gruppo sportivo, dell’allenatore, della famiglia ed in prima istanza l’accettazione del proprio vissuto, rimangono essenziali per costruire una esperienza nuova.
L’allenamento della componente mentale è risultato determinante nel raggiungimento di obiettivi; sempre più le scelte degli atleti, sia amatoriali che professionisti, verte sullo sviluppo e sul potenziamento delle abilità mentali che sottendono la pratica di quella disciplina sportiva.
Le Olimpiadi prima e le Paraolimpiadi successivamente hanno rappresentato un volano della preparazione della parte mentale nella prestazione sportiva di alto livello. L’esperienza umana ed agonistica di alto livello di un atleta siciliano è una testimonianza di una collaborazione diretta tra l’atleta e lo psicologo dello sport. Da tale collaborazione si è sviluppato un lavoro sinergico e di crescita reciproca che verrà descritto di seguito.


Avere la possibilità di seguire in un percorso di ottimizzazione della prestazione un atleta paralimpico, è un’esperienza da voler e dover condividere con quanti appassionati di psicologia dello sport. L’atleta che ha condiviso con lo psicologo dello sport questo percorso si chiama Raimondo, ha 39 anni ed è una atleta paralimpico di tennis tavolo. È affetto da una malformazione neonatale nota come “Spina Bifida”, questa comporta un’apertura della colonna vertebrale a causa di un’incompleta chiusura delle parti che costituiscono il canale spinale, portando nel processo di crescita una discrepanza di sviluppo tra arti superiori e arti inferiori, oltre che una ridotta sensibilità degli arti inferiori. Dai nove agli undici anni ha iniziato a praticare il tennis tavolo presso una società polisportiva paralimpica, conseguendo titoli regionali, poi ha interrotto la disciplina sportiva, per volere dei suoi genitori poiché andava male a scuola. Dopo una pausa di oltre nove anni, a vent’anni, ha ripreso per una stagione sportiva presso la società, in cui si allenava precedentemente, per poi inserirsi in una nuova squadra dove ha avuto modo di gareggiare sia con atleti disabili che normodotati. Questo passaggio ha sancito l’inizio della sua carriera da sportivo professionista. Appena dopo un anno dalla ripresa della pratica sportiva è passato dal gioco in carrozzina al gioco all’in piedi, seppur con l’ausilio della stampella. A 25 anni ha gareggiato ai suoi primi Europei, a 26 anni si è qualificato ai Mondiali arrivando a disputare i quarti di finale. L’apice della sua carriera professionista lo ha raggiunto disputando ben due Paralimpiadi a Londra 2012 all’età di trenta anni e Rio nel 2016 a trentaquattro. Attualmente sta gareggiando per la società ASD TT Olimpicus, società storica del contesto catanese, da lui rilevata nel 2018, nella quale svolge le mansioni anche di allenatore per atleti normodotati e no.
Il lavoro attuato insieme ha permesso di focalizzare l’attenzione sulle sue emozioni, in maniera particolare sull’incapacità di gestire la rabbia dall’atleta dettata principalmente da un rapporto superficiale che ha col direttore tecnico della nazionale, il quale non lo ha valorizzato come dovrebbe, anzi spesso lo ha squalificato con frasi del tipo “Non andrai da nessuna parte”, puntando inoltre esclusivamente ad atleti più giovani. Tutto questo, oltre ad alimentare emozioni negative, ha portato l’atleta a demotivarsi sempre più come giocatore portandolo ad affermare frasi del tipo “che gioco a fare”.
Attraverso l’utilizzo di test, che hanno permesso di avere una “fotografia” della storia sportiva di Raimondo, emerge una marcata “non connessione” tra mente e corpo e ne consegue un’inefficace concentrazione e scarsa propensione a delegare ad altri i suoi compiti.
Con l’ausilio della tecnica del self talk, che permette di offrire modalità differenti di parlare a se stesso, delle induzioni ipnotiche e delle tecniche di respirazione si è lavorato sulle sensazioni di benessere e sulla capacità di rilassamento. Raimondo, inizialmente, è apparso molto resistente a riguardo. La tecnica ipnotica ha permesso di spostare Raimondo sulla polarità dell’immaginare, infatti, a conclusione del lavoro, l’atleta rimanda allo psicologo come ha vissuto l’esperienza utilizzando le seguenti parole: “Mi sono concentrato molto su ogni singola parola, e come se avessi visto il trailer della mia vita sportiva mentre tu parlavi; nessuno mi ha regalato nulla, ho vinto tante sfide con me stesso e con gli altri, poi dopo la felicità sono entrato in una sezione mentale di black out anche se rimaneva comunque il sogno di ottenere la qualificazione olimpica, poi nuovamente black out con la pandemia e adesso il sogno sembra essere finito”.
L’obiettivo dell’intervento dello psicologo dello sport è, anche, riuscire ad accompagnare il proprio atleta, di esserne guida “invisibile” senza dare “prescrizioni magiche” ma sviluppare un processo di cambiamento delle modalità disfunzionale e di una maggiore consapevolezza delle proprie risorse ed abilità mentali.

Riferimenti Bibliografici

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Riferimenti Sitografici
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Zulian Nicola, Sport e disabilità, alcuni aspetti psicologici del “mettersi in gioco”, www.socialnews.it

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Fonte: www.pexels.com fotografo: RUN 4 FFWPU