I minori stranieri non accompagnati tra vulnerabilità e risorse. Considerazioni per la clinica
Esperienze cliniche | Marzo 2021
Autori: Pietro Alfano - Gandolfa Cascio - Antonella Messina - Maria Chiara Monti - Stefania Pagliazzo - Valeria Ponente - Ester Russo - Oriana Todaro - Sebastiano Vinci

a cura del Gruppo di lavoro in Etnopsicologia e Psicologia delle Migrazioni

 

Introduzione

I movimenti migratori hanno ripercussioni sociali, politiche e psicologiche molto complesse, sia individuali che collettive. Ciò è vero anche per le migrazioni che hanno interessato l’Europa negli ultimi anni, con l’Italia e la Grecia che sono state le principali porte di accesso all’Europa per le persone in fuga da guerre, persecuzioni, instabilità politica, sociale ed economica nei loro paesi. In uno scenario internazionale segnato da crisi e violenza, la pandemia di COVID-19 non ha certamente bloccato i flussi migratori, aggravando la situazione di chi migra e rendendo ancora più problematiche le condizioni di viaggio e di vita delle popolazioni migranti. Un esempio su tutti, la controversa scelta delle navi quarantena.
Nel parlare di migranti si tende spesso a fare di questi un’unica categoria, dimenticandone i volti, le biografie e i percorsi migratori. Lo stesso può essere affermato anche per i cosiddetti minori stranieri non accompagnati che, come è noto, rientrano in una particolare configurazione giuridica, sociale e terapeutica, in quanto minorenni, non accompagnati e stranieri[1].
Al 31 dicembre 2020, i minori stranieri non accompagnati (MSNA) sbarcati in Italia erano 4.867 (fig. 1), una cifra assolutamente esigua se paragonata a quelle registrate nel periodo compreso tra il 2014 e il 2017 (fig. 2): a partire dal 2018, la presenza di MSNA ha cominciato a ridimensionarsi come conseguenza di politiche nazionali ed internazionali in materia di immigrazione volte al contenimento dei flussi verso l’Europa. Il progressivo ridimensionamento del numero di MSNA presenti sull’isola ha coinciso anche con un calo dell’interesse nei confronti delle tematiche relative all’accoglienza ed alla presa in carico degli MSNA, interesse che, in precedenza, ha richiesto agli operatori del settore, psicologi compresi, di sviluppare le proprie competenze nel lavoro transculturale, spesso organizzando interventi dal carattere emergenziale volti al supporto di un gruppo molto variegato di utenti in quanto a bisogni, fattori di rischio e protezione, domande di ascolto e di presa in carico.
Esiste una vasta letteratura sugli MSNA, le loro condizioni di salute mentale e i dispositivi di cura. Numerosi studi dimostrano che gli MSNA sono particolarmente vulnerabili a causa di determinati fattori individuali, della ripetuta esposizione alla violenza ed a eventi traumatici precedenti la migrazione e contestuali ad essa, spesso associati a sintomi di disagio psicologico (Bean et al., 2007) Il disturbo post-traumatico da stress e la depressione sono i disturbi più rappresentati ed elencati in letteratura (Priebe et al., 2016) e gli stessi studi mostrano inoltre una forte presenza di disturbi psicosomatici, ansia, psicosi, uso di droghe e alcol (Priebe et al., 2016). Non ultima, la stessa separazione dai membri della famiglia e delle reti di supporto rappresenta essa stessa un fattore di rischio (Hebebrand et al., 2016).
Al 31 dicembre 2020, i minori stranieri non accompagnati (MSNA) sbarcati in Italia erano 4.867 (fig. 1), una cifra assolutamente esigua se paragonata a quelle registrate nel periodo compreso tra il 2014 e il 2017 (fig. 2): a partire dal 2018, la presenza di MSNA ha cominciato a ridimensionarsi come conseguenza di politiche nazionali ed internazionali in materia di immigrazione volte al contenimento dei flussi verso l’Europa. Il progressivo ridimensionamento del numero di MSNA presenti sull’isola ha coinciso anche con un calo dell’interesse nei confronti delle tematiche relative all’accoglienza ed alla presa in carico degli MSNA, interesse che, in precedenza, ha richiesto agli operatori del settore, psicologi compresi, di sviluppare le proprie competenze nel lavoro transculturale, spesso organizzando interventi dal carattere emergenziale volti al supporto di un gruppo molto variegato di utenti in quanto a bisogni, fattori di rischio e protezione, domande di ascolto e di presa in carico.
Esiste una vasta letteratura sugli MSNA, le loro condizioni di salute mentale e i dispositivi di cura. Numerosi studi dimostrano che gli MSNA sono particolarmente vulnerabili a causa di determinati fattori individuali, della ripetuta esposizione alla violenza ed a eventi traumatici precedenti la migrazione e contestuali ad essa, spesso associati a sintomi di disagio psicologico (Bean T et al., 2007) Il disturbo post-traumatico da stress e la depressione sono i disturbi più rappresentati ed elencati in letteratura (Priebe et al., 2016) e gli stessi studi mostrano inoltre una forte presenza di disturbi psicosomatici, ansia, psicosi, uso di droghe e alcol (Priebe et al., 2016) Non ultima, la stessa separazione dai membri della famiglia e delle reti di supporto rappresenta essa stessa un fattore di rischio (Hebebrand J et al., 2016).

 

Trauma, migrazione e violenza

La questione del trauma è centrale nello studio del percorso migratorio. “Il trauma, che ci si rifaccia alla psicoanalisi o a qualsiasi altra teoria che ne legga le sue coordinate fenomeniche, comporta sempre un’effrazione, una violenza, un eccesso che assale il soggetto provocandone uno shock”. (Vinci, 2020).  Se il trauma migratorio non è né costante né inevitabile e può essere legato ad aree di vulnerabilità pregresse, gli MSNA sono spesso esposti a traumi di diversa natura, la cui intensità e reiterazione mettono a dura prova i nostri spazi e dispositivi di cura. Ogni fase della migrazione comporta la possibilità di un’esposizione ad esperienze potenzialmente traumatiche e diversi fattori di rischio possono essere riscontrati prima della migrazione, durante la migrazione o dopo l’arrivo nel paese ospitante.

Nel caso dei minori migranti, la costruzione e il processo di soggettivazione viene influenzato negativamente dallo sradicamento familiare, dalla perdita dei propri riferimenti culturali e identitari (Radjack et al., 2016), dalla mancanza di risorse economiche e sociali necessarie per far fronte allo stress insito nella migrazione e alle carenze relazionali. Tuttavia, è necessario considerare come questi soggetti, nel loro percorso migratorio, mostrino anche una crescita adattiva, riuscendo, tra mille difficoltà, a provvedere ai propri bisogni mobilitando le loro risorse emotive e psichiche.

Il percorso esistenziale degli MSNA apre, per noi clinici, ad alcune riflessioni sul tema della vulnerabilità e di una definizione di questo costrutto in grado di guidare un intervento culturalmente sensibile, non eccessivamente focalizzato sul trauma o medicalizzato (Papadoupolos, 1999; Beneduce, 2019). Si tratta di una questione complessa, spesso banalizzata attraverso l’accettazione di una definizione di vulnerabilità che la fa corrispondere a caratteristiche definite a priori (la minore età, il genere, ecc…) o a condizioni che vengono cristallizzate nel presente al di là di ogni possibile considerazione di natura processuale. Approcci poco complessi alla vulnerabilità non permettono di valutare la condizione psicologica dei nostri utenti avvalendosi della necessaria valutazione sia dei fattori di rischio per lo sviluppo di disagio, sia dei fattori protettivi, guardando alla complessità dei sistemi in cui la persona è inserita e considerando tutti i livelli coinvolti, da quello individuale a quello istituzionale (Lustig, 2010; Pieloch, McCullough e Marks, 2016; Knipscheer et al., 2015). Approcci poco complessi, per esempio, possono tralasciare il ruolo delle “vulnerabilità da sistema”, forme di fragilizzazione che hanno una stretta connessione con i fattori di rischio post-migratori (Crepet et al., 2017; Hynie, 2018; Priebe et al., 2016), soprattutto con la condizione di passivizzazione che caratterizza molte esperienze di accoglienza. Riprendendo Vacchiano (2005), per esempio, si potrebbe ricordare che la prospettiva della cittadinanza dipende spesso dall’accettazione di una posizione passiva e dalla capacità di padroneggiare condizioni di attesa inerte in un sistema che adotta forme di premialità, attuate a più livelli da attori diversi, nei confronti dei soggetti più “tranquilli”. Ciò che appare in controluce è una trama di relazioni permeata di violenza strutturale (Galtung, 1969) che assume spesso l’idioma della violenza simbolica, per usare un concetto caro a Bourdieu (1980): nel paese di arrivo, persino nel “luogo” che noi presidiamo, quello della relazione di aiuto, possono riprodursi forme di violenza subite con ben altra intensità nei contesti di provenienza e durante il percorso migratorio.

Il tema della violenza richiama la nostra responsabilità nel pensare non solo ai nostri dispositivi di cura, ma anche allo spazio istituzionale e sociale in cui operiamo, sfondo e meta-struttura che dovrebbe garantire il corretto funzionamento del nostro vivere quotidiano. Kaës distingue quattro fondamentali garanti “metapsichici e metasociali” (Kaës, 2012), che sono la Legge, la Religione, la Cultura e la Scienza. Essi ci proteggono simbolicamente dalla Violenza, dalla Morte, dall’Isolamento e dall’Ignoranza. Cosa succede quando questi garanti falliscono? Come pensare le difficoltà attuali che le diverse istituzioni sociali chiamate a contenere, arginare e incanalare la violenza vivono nel pensare la propria? Le commissioni territoriali, chiamate a valutare la veridicità di un racconto, lo status di rifugiato o no, non esercitano forse una forma di violenza? E tali forme di violenza non rappresentano forse un attacco alla funzione contenitiva della cultura e della società?

 

Verso una dimensione transculturale

Gli elementi clinici, gli incontri individuali e gruppali con gli MSNA, rivelano come il nostro spazio di ascolto è riverberato da elementi personali e sociali, storici e culturali. Già F. Fanon (2016) richiamava l’attenzione del clinico su un elemento quale il rischio di sottovalutare la storia incorporata dalla persona nella comprensione di sintomi spesso difficili da diagnosticare. Più recentemente, Beneduce (2008) ha sottolineato che non c’è possibilità di ascolto senza rendersi conto che i giovani migranti sono i sintomi irriducibili di una Storia inquieta e dolorosa, ma anche di modi diversi di immaginare il passato e di essere nella storia. La storia coloniale dei paesi di origine fa eco con le rappresentazioni culturali e razziste che ne derivano e che sono oggetto del nostro lavoro relazionale. L’assenza di rappresentazioni verbali e sociali – si veda il nostro diniego sulla storia coloniale italiana in Libia – ha impedito l’elaborazione delle violenze coloniali iscritte nel corpo del migrante. Una sofferenza iscritta e tenuta nel silenzio che si trasmette di generazione in generazione e che viene acuita dalla negazione e dal disconoscimento della realtà vissuta da chi è stato colonizzato.

Una dimensione transculturale della cura dettata da simili consapevolezze, assume un’importanza capitale nella presa in carico e nella comprensione della sofferenza degli MSNA, il cui fine è incoraggiare, noi operatori della salute mentale, a modificare i nostri modi di pensare tale dimensione nella cura. L’analisi dell’incontro con l’Altro, con lo straniero, rappresenta il nostro punto di partenza (Kristeva, 2014), l’alterità intesa come il perturbante (Freud, 1919), una dimensione intima che, riconosciuta all’esterno ci inquieta e perturba. L’ignoranza razziale non si fonda proprio su questa incapacità̀ di riconoscere questa dimensione che Lacan definisce con il termine di extimité (Vinci, 2020)?

Si tratta di temi che evocano la nozione di controtransfert culturale, di cui ci parla Devereux (1980), a sottolineare che le reazioni controtransferali non appartengono solo al nostro genere, alla nostra singolare storia e personalità, ma anche alla nostra storia collettiva, alla nostra affiliazione linguistica, professionale e socio-culturale (Rouchon et al., 2009). Una dimensione ineludibile, legata all’alterità culturale, alla differenza fra me e l’altro, fra le mie appartenenze e le sue. Riconoscere le appartenenze del nostro essere terapeuti significa rimuovere un ostacolo alla relazione.

Come ci ricorda ancora Kaës (1998), una delle funzioni della cultura è proprio quella di istituire l’esogamia come necessità vitale.  La differenza culturale, ci pone di fronte alla diversità di segni identificativi, rappresentazioni e sistemi di simbolizzazione, alleanze psichiche, narcisistiche e difensive necessarie alla vita comune.

In tal senso, una dimensione centrale è quella che riguarda le lingue che possono essere parlate nei contesti di intervento transculturali. L’esplorazione del linguaggio, infatti, offre uno scenario favorevole alla comprensione dei legami tra il mondo esterno e quello interno nella misura in cui il linguaggio è al centro dell’organizzazione dell’apparato psichico (Amati-Mehler, 2010). In altre parole, l’ascolto dell’accento, dell’intonazione, della musicalità della lingua materna è legato all’alterazione della memoria e dei ricordi. Il lavoro sulle differenze linguistiche è intimamente legato alle differenze culturali. L’ambiente culturale svolge il ruolo di “seconda pelle psichica”, uno spazio transizionale (Von Overbeck Ottino e Ottino, 2001). Come ricordato da Kaës (1998), Winnicott indica la cultura come uno spazio intermedio che articola i codici psichici e sociali e Rouchy afferma che l’habitat, il ritmo della vita, le abitudini alimentari, la relazione con il corpo e con le distanze, gli odori, il tono della voce sono degli “incorporati culturali”. Questi incorporati organizzano lo spazio relazionale e il tempo vissuto (dentro e fuori).

 

Concludendo

Pensare il setting, nell’incontro con le nuove cliniche, significa renderlo flessibile senza però perdere quelle costanti che lo rendono terapeutico (Alfano et al., 2018; Lo Piccolo, 2017), permettendo così il passaggio attraverso la cultura che favorisce il lavoro di soggettivazione.

Come declinare operativamente questa proposta dipende da molte variabili, comprese quelle relative alla soggettività del curante.

Una delle domande chiave che ci si dovrebbe porre in qualità di psicologi che lavorano con questa utenza e nel contesto di accoglienza nelle sue diverse articolazioni è relativa a come mettere a fuoco alcune dinamiche istituzionali e contestuali; in subordine, alle modalità di realizzare interventi che possano corrispondere ai bisogni e alle domande degli utenti, ridurre il rischio iatrogeno, promuovere risorse individuali, gruppali e comunitarie.

Porsi queste domande significa interrogare la propria professionalità e i contesti di intervento, provando a progettare interventi sistemici che possono basarsi su una ridefinizione degli obiettivi di lavoro nella direzione della promozione di agentività e della consapevolezza di autonomia (Guerra, 2003).

Simili proposte di intervento valorizzano l’adozione di strategie di primo livello (Telfener, 2011) attraverso l’esercizio di una funzione di integrazione che facilita la creazione di una rete curante intorno al soggetto, misura intesa a garantire le migliori possibilità di presa in carico per la persona.
Figura 1
Figura 1

Figura 2
Figura 2

Note

[1] La normativa in vigore, all’art. 2, L. 47/2017, definisce così il minore straniero non accompagnato (MSNA) ‹‹[…] per minore straniero non accompagnato presente nel territorio dello Stato si intende il minorenne non avente cittadinanza italiana o dell’Unione europea che si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato o che è altrimenti sottoposto alla giurisdizione italiana, privo di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell’ordinamento italiano››.

 

Riferimenti bibliografici

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Priebe, S., Giacco, D., e El-Nagib, R. (2016). Public health aspects of mental health among migrants and refugees: a review of the evidence on mental health care for refugees, asylum seekers and irregular migrants in the WHO European Region. World Health Organization. Regional Office for Europe.

Hebebrand J, Anagnostopoulos D, Eliez S, Linse H, Pejovic-Milovancevic M, Klasen H. A first assessment of the needs of young refugees arriving in Europe: what mental health professionals need to know. Eur Child Adolesc Psychiatry 2016;25(1):1–6.

Vinci S. (2020). Trauma del ricordo e ricordo del trauma. Alcuni spunti di riflessione su integrazione, ascolto e cura dei Minori Stranieri Non Accompagnati. Quaderni di Psicoanalisi & Psicodramma Analitico
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