Il corpo è accorto. Come ci parla in questo tempo pandemico? Dalla perdita del senso di sicurezza, al sintomo, alla qualità umana della relazione che cura
Spunti di riflessione | Aprile 2022
Autore: Palma Maria Silvana Filippone

“ La nostra esistenza è un’esistenza incarnata in cui i pensieri e gli atteggiamenti sono corporei e muscolari, ed influenzano le secrezioni dei nostri organi ed i ritmi delle nostre cellule così come il nostro stato d’animo…” (J. Kepner)

Questa citazione, nonostante risalga a qualche tempo fa, offre una visione integrata compatibile con le evidenze scientifiche degli ultimi anni che analizzano un’interconnessione imprescindibile tra psiche, sistema nervoso, sistema endocrino e sistema immunitario (PNEI,PsicoNeuroEndocrinoImmunologia).
Il corpo è accorto. Ascoltiamolo, parla di noi, della nostra storia di vita, del nostro modo di abitarlo.
Il corpo è l’espressione del nostro sé incarnato, è la persona stessa e non solo lo strumento per agire nel mondo.
Il corpo funziona insieme alla mente, sono un’unità inscindibile, unità che si manifesta in tutti gli aspetti dell’attività fisica, emotiva e cognitiva.
Nella nostra pratica clinica, noi Psicologi attribuiamo un valore inestimabile alla corporeità sia come funzione di supporto fisiologico al sé, sia come linguaggio comunicativo; prestiamo attenzione a tutte le manifestazioni sia corporee-sensoriali soggettive che alla sperimentazione dei vissuti emozionali personali nel tempo presente (qui ed ora), in quanto diventano un canale d’accesso privilegiato al mondo interiore, ci offrono la possibilità di aprire una finestra di consapevolezza su uno sfondo inesplorato.
Dopo questa breve premessa introduttiva, proviamo ad analizzare la modalità comunicativa che i corpi manifestano negli ambiti clinico-sociali in cui operiamo come Psicologi in questo tempo di transizione pseudo post pandemico.
Il prefisso pseudo lo trovo adeguato, dal momento che ancora mi sembra azzardato e prematuro parlare di post pandemia, magari possiamo fare riferimento alle varie fasi che abbiamo attraversato ed a quella che stiamo vivendo in questo specifico momento.
L’avvento pandemico ci ha fatto vivere dei cambiamenti repentini, intensi e radicali; il forte senso di rischio percepito ha minato il nostro senso di sicurezza (teoria polivagale di Porges).
Il nostro sfondo sicuro, il ground sul quale ci muoviamo con sicurezza (per l’esperienza pregressa testata/assimilata) adesso lo percepiamo frantumato. L’espressione del “terreno che crolla sotto i nostri piedi”descrive perfettamente quello che sperimentiamo nella nostra esperienza di sé ( nel corpo, nella mente e nel processo intenzionale).
Mancanze incolmabili e sensazioni di incompiutezza quali quelli sperimentati negli scambi sociali (avvicinamento corporeo, paura dell’altro, mancanza di movimento); nei lutti non vissuti (impossibilità di dire addio ai propri defunti, lutto complicato) e nell’incapacità di assimilare il senso dell’esperienza percepita ( a causa dell’avvicendamento continuo e senza pausa dei processi vissuti) ci fanno avvertire, non solamente, quel senso di insicurezza ma anche l’incapacità di una progettualità e quindi di proiettarsi in una dimensione prossima-futura.
La descrizione del sentire in questo tempo di pandemia riguarda tutti noi, sia curatori che pazienti!
Partendo dal presupposto che noi professionisti impegnati nella relazione d’ aiuto, consapevoli dei cambiamenti che esperiamo quotidianamente sulla nostra pelle e nel nostro sentire, ci affidiamo alle cure necessarie affinché i disagi causati dalla pandemia ed i segnali lanciati dai nostri corpi possano essere essi stessi riconosciuti ed attenzionati; in primis dobbiamo prenderci cura di noi stessi, delle nostre ferite e fragilità per poterci prendere cura dei nostri pazienti.
Parliamo di sofferenze relazionali che mettono in evidenza dei nuovi vissuti dolorosi causati dalla condizione che stiamo vivendo, disturbi psicologici messi in risalto dalle evidenze cliniche del nostro lavoro sottolineano come le psicopatologie pre-pandemiche possano essere ri-lette alla luce della condizione pandemica, attraverso uno sguardo grandangolare che tenga conto non solamente di una visione olistica e contestualizzata delle condizioni patologiche ma anche di porre l’accento sulla qualità umana della relazione curatore-curato.
Spero di riuscire nell’intento di condurre il lettore in questo viaggio esplorativo nel percorso del corpo parlante nel disagio pandemico così come nelle esperienze corporee vissute nella relazione co-creata con i propri pazienti, puntando l’attenzione a quella che ho definito “qualità umana della relazione”.
Il trauma collettivo vissuto a causa della pandemia ha fatto registrare un notevole aumento di varie psicopatologie come quella del disturbo d’ansia, Il disturbo post traumatico da stress (PTSD), disturbo dissociativo, il disturbo depressivo, il disturbo borderline di personalità e di dipendenza così come il lutto complicato..
La ri-lettura di questi disturbi nel contesto pandemico permette di rintracciarli in tutte le varie fasi del ciclo vitale e soprattutto nelle fasce più sensibili della popolazione: bambini, adolescenti, adulti fragili, anziani, persone con disabilità.

“L’esperienza corporea, si costituisce attraverso il contatto con l’ambiente, attraverso la sensazione di essere riconosciuti e contenuti dall’altro e la sensazione di essere liberi di muoversi nel mondo.
E’chiaro che tutti i tipi di disagio relazionale comportano una sofferenza del vissuto corporeo.” ( Margherita Spagnuolo Lobb)

Questa definizione ri-letta alla luce del quadro pandemico ben ci fa comprendere come l’esperienza corporea possa essere vissuta.
Se consideriamo il forte stress a cui siamo stati sottoposti in questi anni, parliamo di un’esperienza corporea che prende la forma di disturbi d’ansia e di desensibilizzazioni (anestesia corporea).
La mancanza della sensazione di libertà (a causa del confinamento, evitamento del contatto, paura dell’altro…etc) non permettendo un naturale processo di esplorazione, causa una sofferenza legata alla non spontanea espressione del sé; ogni corpo è così segnato da interruzioni di intenzionalità di contatto e ci parla attraverso i disturbi psicosomatici.
I disturbi d’ansia indicano il crollo del ground corporeo, rappresentano il sentimento della mancanza di radicamento che proviene dal sentirsi contenuti in una relazione in cui ci si può affidare totalmente. Analizzando questo nello specifico periodo pandemico che stiamo vivendo possiamo dire che i disturbi d’ansia più comuni sono: il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo di panico ed il disturbo post traumatico da stress .
La pandemia essendo un evento catastrofico globale coinvolge tutti noi, ma le psicopatologie che possono manifestarsi non riguardano ciascuno allo stesso modo, in quanto entrano in gioco delle variabili di natura personale, professionale ed ambientale, le cosiddette vulnerabilità individuali. Da questo è deducibile che certe categorie di persone sono più facilmente a rischio di altre.
Sicuramente le persone più esposte sono quelle a cui era stato già diagnosticato un disturbo psichico prima dell’avvento pandemico, i quali vivono maggiori disagi legati ai disturbi ansiosi, depressivi e post traumatici da stress; allo stesso modo le persone che vivono in contesti familiari molto critici e difficili, dove le proprie case sono diventate delle vere e proprie prigioni, basti pensare all’aumento delle violenze domestiche denunciate in questo periodo!
Altre categorie più esposte ai disturbi post traumatici sono i soggetti che hanno contratto il virus e si sono confrontati con la paura della propria morte o con quella dei propri cari; altre patologie esperite sono quelle del lutto mancato o del lutto complicato a causa dell’impossibilità a dire addio ai propri cari; anche i sanitari impegnati nell’emergenza covid-19 manifestano dei rischi più elevati di contrarre dei disturbi psichici, come la sindrome del burnout o la paura di essere i responsabili, gli untori del contagio dei propri familiari.
Molti disagi psichici con notevoli aumenti di sintomi ansiosi, di attacchi di panico e di disturbo post traumatico da stress sono stati segnalati nella fascia adolescenziale, così come l’ aumento di vissuti di demotivazione e di noia.
Ciascuno di questi disturbi presenta degli specifici vissuti corporei diversi dagli altri: nel disturbo d’ansia generalizzato (GAD) ed in quello post traumatico da stress si presentano spesso difficoltà respiratorie, ma nel primo senza un apparente motivo, nel secondo a partire dall’evento traumatico(possibile contatto con un positivo, uso non adeguato dei dispositivi di protezione, stare in ambienti con parecchie persone…etc) che porta ad atteggiamenti/pensieri ossessivi e di ipervigilanza, nel disturbo di panico invece si manifestano tachicardia, sudorazione, senso di oppressione al petto, paura di morire.
Le risposte al trauma e all’ansia negata o da dimenticare sono le desensibilizzazioni, quelle precedentemente definite come anestesia corporea.
Nella condizione attuale stiamo vivendo una forte impotenza sia esistenziale che di tensione corporea, in quanto l’organismo percepisce esperienze dolorose che protratte nel tempo generano un blocco nella spontaneità nel contattare l’ambiente ed una considerevole sedimentazione dei vissuti traumatici.
Il trauma di massa o collettivo da pandemia genera dei disturbi dissociativi che riguardano la scissione tra la necessità di un mondo sicuro in cui l’individuo possa continuare a funzionare, a vivere ed una realtà che minaccia, destabilizza e viene percepita come estremamente dolorosa. Possiamo dare una lettura alla dissociazione in termini di una difesa del nostro corpo agli eventi traumatici, una modalità per comprendere il sé dissociato/frammentato è quello di considerare ogni singolo fenomeno somatico come l’espressione di una parte o di uno stato del sé.
L’organismo percependo questo eccessivo stato di tensione tende ad attivare dei processi di auto-protezione che agiscono con una funzione anestetica sui recettori del corpo attivando una temporanea desensibilizzazione.
I disturbi dissociativi sono declinati come la reazione ad un campo difficile, determinando una desensibilizzazione sia a livello percettivo che emozionale.
L’esperienza corporea è il luogo in cui risiede la direzione della nostra esistenza ed è alla stesso tempo confine e trincea del nostro contatto con il mondo.
Le somatizzazioni danno voce e rendono il corpo il luogo della quotidiana battaglia tra il diritto di esistere con i propri ritmi e il dovere delle aspettative ambientali: c’è alla base una difficoltà a sentirsi riconosciuti e visti nei propri bisogni dagli altri ed una rabbia negata e rimossa.
Oggi l’ambiente in cui viviamo mortifica ed ostacola profondamente la spontanea affermazione di sè così come la spontanea intenzionalità di contatto.
Data l’unicità non possiamo distinguere tra psiche e soma, i disturbi psicosomatici sono sempre sia organici che psichici e vanno affrontati dando sempre estrema dignità all’esperienza corporea, lasciandole la possibilità di parlare all’interno dello spazio terapeutico co-creato, rispondendo alla domanda: “cosa senti in questo momento insieme a me? Dove senti il disturbo?” Perchè è proprio lì che si nasconde l’intenzionalità di contatto rimossa, negata e retroflessa.
Ho cercato fin adesso di dare parola ai sintomi che i corpi esperiscono in questo delicato e complesso periodo di transizione pseudo post pandemico, altro argomento, come precedentemente accennato, su cui vorrei soffermarmi è l’aspetto che riguarda la qualità umana della relazione che cura.
Sento forte questa esigenza perché oltre alle grida del corpo che chiede ascolto ed aiuto, riconosco un valore enorme al lavoro terapeutico, che ancora di più in questo difficile momento , implica un elemento di relazione che entra in gioco spontaneamente, ma il cui risultato (il cambiamento/la cura) dipende dal fatto che il terapeuta abbia raggiunto una certa qualità umana che va al di là della professionalità.
Dare senso e direzione a quello che sente, a quello che in lui risuona in quello specifico momento, nell’unicità della relazione e nello spazio co-creato con il paziente.
L’essere-con, l’ascoltare al di là delle parole, con autenticità e coinvolgimento consapevole permette al terapeuta, non di possedere un codice di infallibilità, ma di promuovere nel paziente un naturale processo di esplorazione ed una spontanea espressione del sé.
Il corpo è il nostro primo sé, la funzione integratrice dell’essere-con; nel qui ed ora della relazione terapeutica il paziente esperisce gli schemi relazionali corporei e sociali assimilati nei contatti precedenti e le intenzionalità che sostengono l’attuale contatto.
La qualità umana della relazione che cura trova riscontro nell’atteggiamento e nello sguardo umile, compassionevole e senza pregiudizi del terapeuta.

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