Il corpo nel post-pandemia: leggere segni e significati
Spunti di riflessione | Aprile 2022
Autore: Fabiola Di Franco

Gli infettivologi della SIMIT hanno annunciato il passaggio dalla pandemia a una nuova fase del Covid-19, quella endemica. Endèmico agg. [dal fr. endémique, der. di endémie: v. endemia] (pl. m. -ci). – Proprio di un determinato territorio, detto di malattie: morbo e.a carattere e., di natura e..
Ciò significa che il virus, quello che all’improvviso ci ha costretti all’isolamento, alla chiusura, alimentando paura, ansia, sfiducia nell’altro, fino a sfociare in un vero e proprio fenomeno sociale alla Zimbardo (senza carcerati e carcerieri ma con la stessa aggressività di chi si sente nella “parte giusta”), il nemico numero uno con cui lottiamo da due anni, ecco che adesso passa dall’altra parte della barricata e deve convivere con noi. Niente più lotte. Niente più ansie. Nessuna paura. Dobbiamo conviverci.
Razionalmente abbiamo già imparato ad accettare l’idea di questa convivenza per ragioni, e ragionamenti, diversi ma tutti legati allo stesso preciso, ancestrale e innato motivo: l’adattamento per la sopravvivenza.
Il buon Darwin insegna, le Neuroscienze spiegano partendo dalla teoria dei tre cervelli che non possiamo prescindere dalle emozioni e Goleman chiarisce con il concetto di Intelligenza Emotiva il ruolo fondamentale della capacità di comprendere, utilizzare e gestire le nostre emozioni per alleviare lo stress, comunicare in modo efficace, entrare in empatia con gli altri, affrontare le sfide e gestire positivamente i conflitti.
Ormai è ampiamente superata la dicotomia mente-corpo. Le emozioni non sono da rintracciare solo nel Sistema Limbico ma in tutto il nostro corpo, di cui il cervello ne è una parte. Nessuna gerarchia o dominanza. Siamo fatti di mente, emozioni e corpo, tutti interconnessi in modo integrato e circolare.
Il Neo Funzionalismo ha sempre attribuito un’importanza determinante al corpo nella costruzione e nel mantenimento del benessere della persona. Il corpo non è solo la parte fisica e materiale di noi, un oggetto da mostrare, perfezionare e usare. Il corpo è anche emozioni, pensieri, vissuti. È contatto profondo con sé stessi. Le emozioni rimangono scritte nel nostro corpo durante la vita. Il corpo è il mezzo per metterci in contatto innanzitutto con noi stessi e poi anche con gli altri.
L’eccessivo uso del controllo legato ad un costante stato fisiologico di allarme e il distanziamento forzato hanno alterato questa importante funzione del corpo. L’ipertrofismo del cognitivo a discapito del piano fisiologico, emotivo e corporeo ha causato delle disconnessioni tra i diversi piani del Sé alimentando cortocircuiti emozionali e cognitivi.
Il vissuto di questi ultimi due anni, pervaso da un substrato costante di ansia, ha innescato una condizione di stress cronico con conseguente esplosione di sintomi che non possono essere sottovalutati. Ed è proprio il corpo a mostrarci e raccontarci questo mal-essere post pandemico. Tachicardia, insonnia, dolori muscolari, respiro alto, stanchezza, senso di confusione, sono solo alcuni dei sintomi più frequenti. A questi dobbiamo aggiungere quelli mostrati da chi il virus l’ha vissuto in prima persona, sul proprio corpo, a diversi gradi di gravità e di sofferenza fino a lasciare tracce profonde.
È come se stessimo tornando da anni di battaglia, costretti a stare in trincea, a lottare in prima fila con armi impari, almeno all’inizio della pandemia, o murati tra le mura domestiche con la speranza nel cuore che a breve tutto sarebbe andato bene. Ma, come abbiamo visto non è andata poi così bene, o almeno, non come ci aspettavamo. E in questi anni di battaglia abbiamo cominciato a sentire smarrimento, incredulità, un sentimento di protezione sempre più labile fino a perdere completamente la capacità di poterci affidare. Stiamo tutti un po’ soffrendo di uno stato psicofisico riconducibile ad un disturbo post-traumatico da stress.
Poi è arrivata l’unica arma che potevamo impugnare, o inoculare per dirla correttamente, e si è aperto uno spiraglio di luce nel tunnel che sembrava non finire mai. Ma, anche lì, siamo ripiombati nella confusione, nel dubbio, nella paura fino ad arrivare a porci gli uni contro gli altri. Non esiste più un solo, grande, unico nemico da combattere. Si è spezzato un legame di solidarietà che ci univa in quell’ “andrà tutto bene”. Al distanziamento dei corpi, si è aggiunta una distanza più profonda e dolorosa, quella psico-affettiva.
È cambiata la percezione dell’altro, è cambiato il senso dello stare insieme, è cambiato il modo in cui ci relazioniamo all’altro (familiare, amico, conoscente, estraneo) e all’ambiente che ci circonda. Siamo cambiati noi e il nostro corpo con noi. E non in meglio, come speravamo.
Vediamo corpi che si allontanano, che chiudono le spalle per proteggersi, corpi stanchi, arrabbiati, spaventati, violentati quando sono stati costretti a convivere con i propri carnefici.
All’interno della pratica clinica, come negli interventi sociali, diventa sempre più forte la necessità di una capacità concreta di lettura, gestione e cura del corpo. E questa capacità non può prescindere da una visione integrata che tenga conto della teoria della complessità. Una complessità che è propria di ogni persona che ha una storia e vive in un contesto sociale in un preciso momento storico e che ci aiuta a comprendere dove siamo e dove dobbiamo andare per riappropriarci del corpo guardando sempre all’interezza della persona e ritrovare il benessere e la gioia nella nostra vita.