Il corpo ritrovato nella transizione post pandemica
Spunti di riflessione | Aprile 2022
Autore: Patrizia Minona

Il corpo è l’involucro di se stesso, la membrana tra il sé ed il mondo, la forma con cui mi esprimo all’altro e mi dipingo.
Quando si parla di corpo cosa ci viene in mente? Questa domanda solleva una riflessione ampia e complessa che richiederebbe una moltitudine di pagine perché ognuno di noi dà al corpo una accezione personale e soggettiva eppure il corpo è qualcosa che è e che si ha a seconda che si guardi al corpo psicologico o a quello fisico.
Nella clinica, lavorare sul corpo significa innescare un vissuto sul quale lavoriamo e questo vissuto deve essere inteso sia in senso corporeo che mentale poiché lo sdoppiamento di tali fattori comporta sempre la formazione di disagio e malessere.
Basti pensare al fatto che se il corpo non ha più parole per nominare le sensazioni si troverà a doverlo fare in termini psicosomatici.
Riflettere delle conseguenze del Coronavirus e della pandemia sulla salute psicologica è di fondamentale importanza perché è dalla stessa salute psichica che dipende la capacità di resistere agli eventi avversi ed il dispiegamento di risorse atte a fronteggiare le ferite lasciate dal Covid-19.
A differenza però di altre conseguenze, gli esiti psicologici richiedono più tempo per essere registrati e sono di difficile interpretazione.
L’attenzione alla salute psichica appare d’uopo poiché questa produce resilienza ed incrementa la capacità di adattamento o meglio la rende possibile.
L’emergenza da Covid-19 è stata sì una evenienza dolorosa, conflittuale, limitante, luttuosa, eppure la clinica ha evidenziato come sia stata anche un’occasione per la riorganizzazione dei tempi di vita, di cura, di relazione, di contatto, di riscoperta del sé.
Il distanziamento sociale, insieme ai timori per il contagio e la circoscrizione degli spazi, ha modificato i confini del corpo e della relazione che non sono più qualcosa di scontato, innocuo, stabilito una volta per tutte. Il desiderio di stare con l’altro e la paura di stargli troppo vicino hanno reso i comportamenti più ambivalenti e di difficile interpretazione. Il corpo per di più da grande assente nel contatto diretto, è ritornato non come oggetto puramente estetico ma come qualcosa da tutelare, fragile, da attenzionare a dovere, qualcosa che non semplicemente si adorna ma di cui se ne prende cura.
L’impatto della convivenza forzata sulle relazioni ha poi comportato una modificazione delle abitudini anche sessuali, fino ad allora provate da ritmi troppo intensi. La coppia si è trovata a fronteggiare la distanza minima all’interno delle mura domestiche, abbandonando vecchie routine e pudichi schemi, provando altro dalla monotonia del quotidiano. Si sono riscoperte, in tali casi, l’intimità, la voglia di stare insieme, la riqualificazione del tatto, della vicinanza e del sorriso, del gioco erotico.
La modificazione delle vecchie abitudini è stata registrata anche in seno al processo terapeutico stesso in quanto abbiamo visto cambiare i confini della relazione terapeuta-paziente attraverso l’implementazione di altre tipologie di setting: quello virtuale.
La clinica ha dovuto così fronteggiare i cambiamenti dello spazio fisico e di quello mentale conseguenti al mutamento della distanza interpersonale in stanza di terapia e della implementazione delle modalità di comunicazione da remoto. Il depotenziamento della realtà, sebbene abbia limitato i segnali corporei che esprimono la gamma delle emozioni possibili e la capacità di regolazione emozionale, ha permesso di verificare però l’alto grado di resilienza tecnologica frutto di una società modernizzata e performante, ha consentito di fronteggiare la deprivazione sensoriale da confinamento e di allargare i confini della relazione con l’altro.
Durante la pandemia, in modo quasi paradossale, abbiamo cercato di utilizzare molto di più lo sguardo, di cogliere le dimensioni del volto e le sue espressioni. Così capita che quando il paziente toglie la mascherina abbiamo l’effetto sorpresa! Intuiamo il volto della persona che abbiamo dinanzi e questa a volte ci sorprende: “non avrei mai detto che avesse quelle labbra, quel naso…”! Ognuno di noi quindi, in base al tono della voce, allo sguardo ed a tutte le caratteristiche verbali e non verbali, si crea un’immagine dell’altro che può non corrispondere alla realtà e lo stesso vale per l’altro con noi. Abbiamo così riscoperto il valore dello sguardo, del contatto oculare, la voglia di guardare i dettagli del volto che spesso, troppo spesso, non attenzionavamo a dovere. Ci siamo sforzati nel cogliere un’immagine reale del paziente, ogni minima variazione di posizione della mascherina poteva essere un’informazione in più su chi fosse l’altro davanti a noi, emotivamente così nudo e preventivamente così coperto. L’uso della mascherina sostanzialmente ci ha ricordato quanto sia importante l’implicito del corpo, quanto la voce sia un fenomeno corporeo, quanto la postura incida sui processi mentali variandoli al suo stesso variare e quanto questa sia fondamentale affinché il paziente possa percepire il proprio terapeuta stabile ed in equilibrio.
Il bisogno relazionale che il paziente porta con sé ha sempre un vissuto corporeo ed un vissuto mentale che auspicabilmente non devono mai scindersi. Il corpo agisce sulla mente e anche i pensieri possono essere considerati corporei poiché influenzano organi e cellule. Come terapeuti allora, abbiamo il dovere di considerare entrambi i vissuti, sia del paziente che di noi stessi tenendo presente che il terapeuta è sempre parte del processo che osserva, è sulla scena, lo attiva!
Entrambi colgono tutte le componenti del corpo e le integrano nella definizione dell’altro affinché possano comprendere, ognuno a suo modo, ognuno con il suo obiettivo, quello che si dice di essere e quello che attraverso il corpo si aggiunge. Terapeuta e paziente si studiano nella relazione e si incontrano a un certo punto nella co-costruzione del processo terapeutico dove il corpo non è solo qualcosa da decifrare ma è anche uno strumento attraverso cui si risanano aspetti del sé danneggiati.
Il terapeuta inoltre è presente nella scena terapeutica con un corpo che non può essere trascurato, piuttosto questo lo aiuta e lo confina.
Ci sono terapeuti che si mostrano di più e altri di meno, alcuni mettono in evidenza aspetti di sé, altri li trascurano nella relazione ma certamente, da un punto di vista corporeo, non ci possiamo nascondere. Onnis, affrontando il tema della formazione personale del terapeuta a differenti livelli, aveva espresso l’utilità di un linguaggio analogico per fare emergere ciò che, abitualmente, non può essere espresso attraverso l’uso delle parole perché il corpo del terapeuta entra in terapia occupando uno spazio simbolico che acquista diversi possibili significati nella relazione con il paziente.
Nella transizione post-pandemica sono state affinate anche altre modalità comunicative che hanno fatto a meno degli aspetti di contatto ma hanno permesso il prosieguo del processo di cura, su più livelli. Le tecnologie infatti non possono certamente sostituire la relazione diretta ma offrono un’opportunità̀ di mantenere il legame terapeutico, di offrire continuità psichica anche nei momenti di ricovero.
Solitamente si utilizzano tre modalità comunicative: visiva (focus sulle immagini), auditiva (focus su suoni), cinestesica (focus sulle emozioni, sensazioni e corpo). In qualità di terapeuti abbiamo il compito innanzitutto di conoscere quale sia la nostra modalità usuale e quale quella utilizzata dal paziente.
Certamente queste modalità comunicative del corpo nella clinica, durante la pandemia, hanno visto alterare i rapporti tra verbale e non verbale, hanno modificato il nostro posizionamento rispetto al paziente, hanno determinato una miglioria nella capacità di interazione sebbene contrassegnata da limiti fisici e di distanza che ci stancano e che sopperiamo con grande difficoltà.
Basti pensare alla “zoom fatigue” come stato di stanchezza a seguito di una videoconferenza che ci assorbe di più di un incontro faccia a faccia e reale. E questo perché le nostre modalità comunicative e il processamento dei pensieri registrano un gap che non può essere sanato, la comunicazione online infatti non è completamente sincrona e anche se sembra che le cose stiano accadendo in tempo reale vi è sempre un leggero ritardo tra quello che la persona fa e il momento in cui gli altri sono in grado di osservarlo. Il ritardo nella sincronia comunicativa segnala dunque al nostro cervello che c’è qualche problema per cui questo si attiva nel cercare di ripristinare la sincronia.
Per di più i segnali dall’intero corpo non sono accessibili poiché ciò che vediamo in videoconferenza è limitato al volto che, allargato dell’altro al centro dello schermo, può essere anche elaborato dal nostro cervello stesso come minaccioso inondando il nostro corpo di ormoni dello stress.
A proposito dei vari canali, se si usa il WEB o il DPI, la comunicazione sarà caratterizzata dalla perdita della visione di insieme, dall’impossibilità di contatto eyes to eyes, dalla perdita della qualità di immagine con momenti di freeze con interferenza sulla codifica dei segnali, si avrà un limitato accesso alle espressioni micro facciali con difficoltà di decodifica delle emozioni, insieme a un limite della prossemica per poter supportare i messaggi di contenuto (per non parlare dei problemi di appannamento occhiali!).
Si avrà inoltre una distorsione ed una diminuzione del segnale acustico date da instabilità di connessione e difficoltà di comprensione reciproca anche a causa dell’uso di mascherine.
Si registrerà l’impossibilità di cogliere avvicinamenti e allontanamenti e l’impossibilità a trasmettere tutti gli elementi che fanno parte degli aspetti reali, fisici, ambientali.
Ad ogni modo, occorre precisare che nella modalità da remoto ci troviamo sì a dover limitare l’incontro fisico col paziente, ma la relazione terapeutica è incentivata da una intimità ulteriore data dal fatto che essendo entrambi collegati, paziente e terapeuta stanno sullo stesso piano e si ritrovano a giocarsi la relazione in casa! Ognuno con suo contesto, ognuno nel suo mondo privato.
Ed il corpo nel post pandemia come comunica? Lo fa certamente in modo differente; occorre restare distanti, misurare i cambiamenti di postura, limitarci nel contatto anche quando il paziente d’istinto viene a darci la mano.
Il corpo ha memoria e questo è evidente soprattutto nei casi di abuso, dipendenza, malattie croniche. Tutto ciò ci porta a interrogarci su cosa dovremo aspettarci nel post pandemia, quali saranno gli esiti sul piano psicosomatico.
La struttura corporea si adatta agli eventi della vita (es. vaginismo) e quello che avvertiamo sul corpo è anche emotivo (quando piango si attiva anche una contrazione della muscolatura). Attraverso una lettura attenta dei pensieri, delle sensazioni e delle emozioni è evidente come, durante la pandemia, il corpo abbia perso parte della funzionalità (ritiro le braccia al petto come distanziamento) e questo perché ci sono distretti corporei che in qualità di modulatori della relazione possono essere incentivati o meno a seconda dell’esperienza di vita.
Dalla pandemia questa reciprocità di rapporti tra fisico e psichico appare più confusiva e il corpo ha iniziato a comunicare qualcosa in modo diverso. E una differenza risiede anche rispetto ai disturbi che nella clinica vediamo sempre più spesso. Si è registrato un aumento degli stati ansiosi, delle forme depressive legate al tema della perdita, dei disturbi del sonno, delle paure per il futuro, dell’amplificazione di patologie pregresse, dell’incremento di condotte aggressive, della slatentizzazione di ciò che fino a quel momento era stato tenuto sotto controllo.
Da un punto di vista specificatamente corporeo anche la respirazione ha subito dei cambiamenti; è diventata più affannata e non soltanto per l’uso delle mascherine ma perché siamo affaticati, soffocati da una situazione quasi ingestibile, di costrizione. La muscolatura ha risentito di poca attività fisica, la sessualità è andata incontro a maggiori rischi, la paura del contagio ha influito sullo stato di eccitazione sessuale e sulla capacità di raggiungere l’orgasmo, ha fatto registrare una diminuzione di baci (solo per citare alcuni effetti) tanto da far iniziare a pensare la mascherina come il nuovo condom in tempo di Covid.
Le coppie si sono trovate strette nella morsa del quotidiano o troppo distanti in pochi metri, i figli adolescenti hanno visto trasformarsi le loro camere da rifugio dorato a gabbia, da luogo di tanti incontri possibili attraverso l’uso del web a unica piazza in cui il web fa entrare il mondo ma non ci si può fare ritorno. Gli anziani hanno visto trasformare la premura degli altri in distanza. La struttura familiare è stata messa in crisi e con essa i compiti di sviluppo. I meccanismi difensivi sono stati ambivalenti; da una parte abbiamo trovato il diniego della situazione di pericolo e di rischio, dall’altra la piena ossessione. Nel primo caso come espediente per esorcizzare il senso di morte che ci ha accompagnato in questi ultimi anni, nel secondo come strumento per incrementare la percezione del controllo.
La posizione più idonea del nostro corpo nel tempo del Covid è stata a casa, tra poche mura, limitata. Non a caso nella transizione post pandemica si sono registrate difficoltà di memoria, paure circa il futuro e le decisioni, limiti nella metacognizione. Oltre a tutto ciò, possiamo anche affermare che il contatto è stato messo quasi del tutto al bando, per cui lavorare sul ripristino di questa funzione e sulle possibilità terapeutiche di un lavoro sulla postura, sulla muscolatura, sul corpo tutto, appaiono alquanto utili come esperienze per l’accrescimento dell’intimità, per favorire reciprocità ed erotismo, per trovare un senso nuovo di equilibrio e di stabilità, per riconoscere stati d’animo e per scovare o costruire un nuovo spazio vitale/di sicurezza. Il tutto ovviamente all’interno di un percorso di cura che vede al centro la Relazione intesa in modo unico e irripetibile tra paziente e terapeuta.
L’atteggiamento di quest’ultimo (non solo l’uso della sua tecnica che andrebbe rivista alla luce del fatto che occorre andare oltre i tecnicismi di scuola perché come afferma Luigi Cancrini la Psicoterapia è una sola) influenza la risposta del paziente e il suo modo di sentirsi nella stanza di terapia.
Nell’attività stessa del terapeuta è implicita la seduzione; egli usa il corpo in senso di fascinazione ma il punto fondamentale è l’averne consapevolezza, significa lavorare con l’uso del simbolico.
La responsabilità terapeutica, secondo Cecchin, “inizia dal vedere la propria posizione nel sistema” e quindi egli deve essere irriverente dai condizionamenti ambientali e dalle sue teorie, deve aiutare le persone a rendersi consapevoli dei livelli di relazione in cui si trovano e su cui agiscono, ad adattarsi ai contesti, a riflettere e a prendere consapevolezza dei pattern che si attivano nella situazione terapeutica: posso trovarmi e riconoscermi solo se ho consapevolezza di come mi sento dal punto di vista emotivo.
Il terapeuta dunque non deve solo ascoltare, piuttosto deve anche sentire, vedere, bonificare, toccare con mano l’intreccio della relazione con l’altro, chiedersi sempre come siamo noi rispetto all’utilizzo del corpo e come con quel paziente da un punto di vista cognitivo, emozionale e somatico.
L’esperienza della morte, del lutto, della separazione, della perdita ha mostrato la caducità della vita anche del nostro tempo che fino ad allora era stato un momento storico privo di confini del cronotopo e che adesso li ritrova attraverso una esperienza dolorosa, cruda, globale.
I tempi allungati e gli spazi ristretti hanno permesso di riscoprire aspetti del sé lasciati nelle zone d’ombra della propria mente, hanno permesso un dialogo intenso che era rimasto sospeso all’orecchio reso sordo dal rumore frenetico di una vita fatta di ritmi esagitati e pasti veloci.
Il limite che abbiamo esperito, gli stati depressivi, i lutti, la limitatezza degli spazi, ci ricordano che il narcisismo può avere le ore contate e che probabilmente urge riscoprire una nuova dimensione di comunità e di appartenenza globale dove vige il rispetto, il noi, il senso del limite e del prendersi cura, dunque della vita stessa.
Ricominciare a spolverare vecchie routine appare la cosa più difficile e forse quella meno funzionale poiché abbiamo raggiunto un altro livello di apprendimento e siamo approdati a un cambiamento sostanziale. Non possiamo riprendere la vita come se non fosse successo nulla secondo il famoso “ritorno alla normalità” poiché questo sarebbe un tempo sospeso, non elaborato, vano. Occorre allora ricordarsi del prendersi cura del sé e dell’altro facendo leva sulle nuove consapevolezze.
Quale traccia resterà sul nostro corpo, quale effetto nella memoria collettiva psichica, quale risorsa/limite nella generazione pandemica?
Il domani appare più incontrollabile, ma proprio per questo, in alcuni casi, quello che sfugge al controllo stupisce, è sorpresa, per questo il domani potrà essere anche più rassicurante perché se è successo questo, tutto può succedere, tutto può cambiare.
Quello che resta è quello che ci ha reso più forti: l’adattamento. È così che si vince nella specie e nella vita, da persona e da terapeuta.