La comunità terapeutica come luogo di recupero e di ricostruzione delle relazioni
Esperienze cliniche | Dicembre 2021
Autore: Antonino Iacolino

I molti volti del disagio sociale e della sofferenza psicologica, oggi hanno in comune una medesima difficoltà: l’incapacità dell’individuo a relazionarsi. L’incremento dei numeri di giovani che fanno uso di sostanze e di persone con problematiche di dipendenza patologica, rappresentano un’emergenza per il Nostro Paese. Dal punto di vista psicologico assistiamo all’immagine del soggetto addicted prigioniero di un’arida solitudine, in cui la relazione, ha assunto caratteristiche di un legame assoluto che lo rende orfano della relazione con l’altro. Un ruolo importante nel recupero e nel trattamento delle persone con problematiche di dipendenza sono oggi le comunità terapeutiche  all’interno delle quali, prende forma la cultura della vita nella relazione con l’altro, in cui quotidianamente gli operatori [1] attraverso un lavoro di rete (pubblico e privato) si sforzano di accogliere, comprendere, dialogare e conoscere i molteplici volti della sofferenza e comprendere le cause, portandola a recuperar quelle abilità emotive, cognitive, sociali, relazionali, che le dipendenze hanno cancellato portandolo a riscoprire la propria identità e dignità di uomo. Secondo una prospettiva della Gestalt Therapy la dipendenza è l’esito funzionale di una esperienza relazionale che non si integra più nello sfondo. La persona con problematiche di dipendenza infatti è rimasta legata ad una fase dello sviluppo e non ha avuto la possibilità di destrutturare ed assimilare le esperienze sane, rimanendo in una posizione di confluenza con la sostanza, perdendo la spontaneità del contatto, l’energia e la pienezza del corpo. Citando le parole di G. Salonia:“chi è affetto da addiction, è bloccato in una esperienza relazionale il cui il piacere diventa “nel qui ed ora” vincolo e non più risorsa, un’interruzione di contatto, una esperienza di scissione, in cui l’individuo è bloccato nel suo processo di crescita, sperimentando un vuoto affettivo. L’intenzionalità di contatto, che non si è conclusa,“ rimane così aperta, in attesa che qualcosa spinga l’organismo verso un’esperienza di crescita al confine di contatto”. Gli studi condotti sugli stili di attaccamento su popolazioni di tossicodipendenti, continuano ancora oggi a confermare l’idea secondo la quale, la tossicodipendenza, rappresenta l’esito di un fallimento relazionale precoce [2] in cui il bambino non avendo ricevuto il necessario sostegno per la costruzione di contatti sani con l’ambiente [3], arretra dal coinvolgimento dell’esperienza di contatto, trovando sostegno in un sostituto che rappresenta l’instead-of della relazione. Le storie familiari di cui sono portatori gli ospiti delle nostre comunità terapeutiche, sono storie di vita i cui legami sono spezzati, frammentati ed impantanati in territori di non-senso, conducendo il paziente a rallentare il proprio percorso maturativo e a bloccare ogni compito evolutivo. Ciò che noi sperimentiamo attraverso il lavoro terapeutico è che la persona e, molto spesso, la sua famiglia, non sono più in grado di leggere la realtà ed interagire con essa, poiché non riescono più a sostenere i propri ruoli. Oggi la comunità terapeutica attraverso i suoi strumenti, può essere considerata Setting terapeutico privilegiato, un potente attivatore di salute mentale intesa come la capacità dell’organismo di identificare i propri bisogni, di fare una esperienza sana e spontanea sia con l’ambiente fisico che relazionale. Secondo la Relazione annuale sui dati relativi allo stato di salute delle tossicodipendenze in Italia, (Politiche Antidroga 2017), le strutture socio riabilitative private accreditate presenti nel territorio nazionale sono: 922 di cui il 70,4% sono di tipo residenziale, il 16,3% di tipo semi residenziali ed il 13,3% sono ambulatoriali. Nel nostro Paese nel 2017 i soggetti in trattamento presso le strutture socio-riabilitative private accreditate sono state 15.412, circa 500 in più rispetto al 2016. Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Marche, Umbria e Lazio mostrano tassi più elevati di soggetti in trattamento (3 per 10.000 abitanti).A livello territoriale il 58% delle strutture socio-riabilitative private accreditate presenti in Italia è dislocato nelle regioni del Nord; Il 19% del totale delle strutture si trova nelle regioni centrali e il restante 23% nelle regioni del Sud e nelle Isole. La Comunità Terapeutica dal punto di vista tecnico, deve i suoi principi e modelli teorici e la sua operatività a diversi autori: Maxwell Jones e W. Bion, T.Main, S.H.Foulkes e Rapaport che nel (1960) ha definito i principi basilari su cui si fonda una comunità: tolleranza, democrazia, confronto con la realtà. Negli anni ’80, altri autori Zimmermann e Rapaport, introdussero il termine empowerment  per indicare una caratteristica distintiva di alcuni loro pazienti che era determinante per una buona riuscita del percorso comunitario.Nel nostro Paese, le prime esperienze di comunità terapeutiche per la prevenzione e la cura delle dipendenze nascono negli anni ’70 ad opera di gruppi religiosi e del volontariato, tra le più importanti ricordiamo il:“Progetto Uomo” del Ceis (don M. Picchi)ed in Sicilia l’Associazione “Casa Famiglia Rosetta”.Possiamo definire la “Comunità Terapeutica”una struttura di lavoro clinico- residenziale, una rete di contesti di vita e di lavoro che funzionano nel “qui ed ora” come “ambienti abilitanti”, un Io Ausiliario all’interno di un complesso sistema relazionale, nei quali si attiva una convivenza comunitaria tra Persone e Gruppi di Persone(pazienti, operatori, familiari, manager, committenti, volontari e facilitatori sociali, ecc.) che condividono norme, regole psico affettive e relazionali che rimandano ad una famiglia sana, autorevole nel rispetto reciproco dei ruoli e delle funzioni, nella quale nessuno dei componenti si può percepire escluso o minacciato. Facendo riferimento ancora ad altre definizioni, la Comunità terapeutica ancora, può essere definita un “Campo mentale” ovvero l’organizzazione relazionale che offre senso all’insieme delle esperienze cognitive, emotive ed affettive di una comunità in un tempo storico (Pontalti, Menarini, 1994). Il campo mentale di una comunità, può essere identificato come un “campo gruppale” in grado di fondare nuovi spazi relazionali e di appartenenza, che costringono di conseguenza gli individui che la “abitano” ad accogliere sempre nuovi pensieri e nuovi valori (Di Maria, 1993). Secondo le parole di Bin KimuraLa comunità Terapeutica può essere intesa come Traità’ (Bin Kimura,2013) in cui Spazio, Tempo e Relazione risultano intrinsecamente connessi, fanno parte della terapia, diventano chiavi ermeneutiche non solo per accogliere, orientare, ma soprattutto per fare esperienza, ed aiutare la persona addicted a costruire la propria competenza al contatto. La comunità terapeutica con i suoi strumenti ed i suoi operatori, contribuisce nel “qui ed ora” ad essere un sistema dinamico e complesso, un Organismo vivente che fa si che nell’incontro con l’altro, la persona addicted possa ritrovare nel “qui ed ora” le parti autentiche di sé che non è riuscito a trovare “li ed allora” facendo si chela comunità, diventa il luogo esperienziale, un non luogo, un luogo di passaggio, un luogo di contatto in cui l’ operatore e l’ospite si incontrano in un continuum di consapevolezza. Nel lavoro terapeutico di tipo comunitario, non dimentichiamo un ruolo importante rivestono la salute ed il benessere degli operatori che nelle loro funzioni affettive, sociali e relazionali, rimandano ad uno stile di attaccamento sicuro. (Bowlby-Ainswort). Ma perché ciò possa accadere è necessario una formazione continua e costante, supportata da una supervisione individuale e di gruppo tale da fare acquisire consapevolezza delle proprie ferite (operatore/guaritore ferito) e anche dei propri limiti nel processo della cura. La Comunità Terapeutica “Casa Famiglia Rosetta” con il suo programma ed i suoi operatori ed i suoi modelli teorici, continua a presentarsi come un “ambiente abilitante” in grado attraverso una grammatica relazionale di aiutare la persona ad essere attore-protagonista del proprio processo di cambiamento.“Il Progetto Uomo” dell’Associazione Casa Famiglia Rosetta è programma trattamentale che attraverso le sue tre fasi (Accoglienza, Comunità e Rientro) continua ancora oggi ad esprimere la centralità dell’uomo lungo un continuum di consapevolezza che si avvicina ad una prospettiva trasformativa in tutte le modalità dell’essere uomo. Esso infatti, secondo una lettura gestaltica può essere in tal modo paragonato all’esperienza del ciclo di contatto in cui Organismo ed Ambiente si incontrano (pre-contatto, contatto, contatto pieno e post contatto) rivitalizzando nella persona addicted le interruzioni di contatto causate dalla malattia. Citando Buber (1965)“L’essere umano, è per essenza, dialogo il quale trova la sua piena realizzazione nella comunicazione con l’altro”. Attraverso il cammino terapeutico, ogni ospite è chiamato ad incontrare sé stesso e dialogare con l’altro, l’uomo addictive si fa IO, non più nella sostanza, ma nella relazione con l’altro ovvero con il TU”. La Comunità Terapeutica potrebbe essere interpretata non solo come un contesto di apprendimento- cambiamento ma soprattutto un ambiente di vita, di living learning in cui l’Io si incontra con il Tu al confine di contatto.Il Tu che incontro nella relazione, è al pari dell’Io, unico, irripetibile ed autentico.La comunità dunque costituisce un contesto relazionale dove l’IO della persona addictive impara a fare una nuova esperienza relazionale procedendo verso la sua vera autenticità. Secondo la psicologia analitica quanto sopra espresso, rimanda al processo di individuazione attraverso il quale, l’ospite in trattamento, dall’essere “Maschera/Persona,”procede verso l’Essere/Individuo cioè un soggetto armonico e vitale in tutte le sue dimensioni esistenziali sia interne che esterne. La persona in trattamento attraverso il programma terapeutico recupera le Funzione del Sé (Funzione ES, -Funzione IO -Funzione Personalità’),acquisisce autenticità e vive in un continuum di consapevolezza. Infine la comunità terapeutica, diventa una palestra relazionale, luogo dell’identità emotiva, sociale e cognitiva che toglie il potere alla sostanza e dona il potere alla parola per esprimere le sensazioni e le emozioni di un corpo in relazione. Attraverso la partecipazione attiva alla vita quotidiana della comunità, gli ospiti partecipano meglio alla vita nella comunità sociale, sostenendo così processi di convivenza politica, sociale, democratica e non per ultima quella spirituale. La comunità, quindi non è soltanto il luogo dove l’individuo incontra se stesso ma anche il luogo, il Kairòs, che apre al Trascendente. Citando le parole di Padre Vicenzo Sorce nel suo libro “Un Prete in avanti” dice… “laddove l’uomo, ritorna alla relazione con il Signore e gli mostra il suo volto e gli fa sentire la sua voce; là, si realizza la guarigione.”[4] 
 Concludendo “Solo esprimendo la propria intenzionalità al contatto, la persona riesce ad esprime la propria autenticità”.

Note
[1] medici, psicologi, assistenti sociali, educatori.
[2] Pintus, Pg.75 La relazione assoluta.
[3] poiché l’adulto si è ritirato precocemente dal confine di contatto.
[4] P.Sorce,  cit.  Prete in Avanti, Pg 37 Edizioni solidarietà, Caltanissetta 2018

 

Bibliografia
Bin Kimura, Per una fenomenologia dell’incontro, Il pozzo di Giacobbe 2013;
P. Cavaleri, Vivere con l’altro, per una cultura della Relazione, Città Nuova,2007;
M. Coletti;L.Grosso;la comunità terapeutica per persone tossicodipendenti,Edizioni Gruppo Abele;
L. Brunori, C.Raggi; Le comunità Terapeutiche, Il Mulino, 2007;
G. Pintus;La relazione Assoluta a cura di G. Pintus, M.V.Crolle Santi;Aracne;
G.Buono,G.Gagliardi; L’agire Terapeutico in Comunità, Edizioni Universitarie Romane, 2007;
G. Salonia,V.Conte,P.Argentino Devo sapere subito se sono Vivo, saggi di psicopatologia gestaltica, il Pozzo di Giacobbe 2013;
G. Saòonia, Sulla Felicità e Dintorni, tra corpo, parola e tempo, Il Pozzo di Giacobbe, 2011;
P.Argentino, Comunità terapeutiche e psicoterapia della Gestalt in Quaderni di Gestalt, N.24/25, 1997;