La prima accoglienza in Sicilia come frontiera. Tra de-soggettivazione e ri-soggettivazione
Testimonianze | Luglio 2021
Autori: Francesca Carbone - Gandolfa Cascio

Premessa

Nel corso dell’ultimo decennio il sistema di accoglienza in Italia è andato incontro a diversi cambiamenti organizzativi, spesso corrispondenti ad altrettanti emendamenti normativi. In effetti, più che in altri settori, nel campo dell’immigrazione le normative sono strettamente dipendenti dagli orientamenti politici maggioritari. Spesso, inoltre, sono dettate da dimensioni emergenziali collegate ai flussi e ai processi più o meno strutturali che ne determinano un andamento non sempre regolare.

In linea con queste affermazioni, buona parte delle normative italiane sul sistema di accoglienza sono rappresentate da decreti varati negli anni della destabilizzazione libica e, in seguito, con i governi Conte 1 e 2, fortemente orientati a un cambiamento radicale dell’assetto delle leggi italiane in materia di immigrazione.

Per queste ragioni, ripercorrere le evoluzioni legislative dell’ultimo decennio è un’operazione complessa, ma che aiuterebbe a delineare gli orientamenti nazionali ed europei in materia di immigrazione, tracciando una cornice di riferimento che parlerebbe anche molto anche delle vicende geo-politiche di paesi di provenienza e di transito.

Non è questo, però, l’obiettivo del presente contributo.

Il nostro intento, infatti, è quello di problematizzare alcune questioni che, nella nostra esperienza professionale, non è mai opportuno dare per scontate. Questa operazione, difficile perché comporta una necessaria e costante perturbazione delle proprie credenze e di quelle che riteniamo essere competenze consolidate, passa in primo luogo attraverso il rifiuto di trattare come dati alcuni dispositivi; in secondo luogo, comporta la disponibilità a mantenere uno sguardo critico e ancora aperto circa alcune prassi professionali consolidate in materia di accoglienza delle persone migranti.

Nello specifico, da un lato, stiamo pensando ai dispositivi che caratterizzano, sostanziano e organizzano l’architettura del nostro sistema d’accoglienza; dall’altro, alle modalità abituali e diffuse che regolano la relazione operatore-beneficiario.

Considerare i dispositivi di accoglienza come dati, riduce le possibilità sia di strutturare modalità differenti di accoglienza, sia di pensare in maniera complessa il proprio intervento. Il rischio principale è quello di agire dinamiche caratteristiche di determinati contesti e mandati istituzionali, perdendo di vista alcune finalità che caratterizzano il lavoro di operatori sociali quali psicologi, educatori, assistenti sociali, ecc. Solo per fare degli esempi, pensiamo alle finalità relative alla promozione della salute, dell’autonomia, delle progettualità.

Si tratta di un rischio che può portare a intendere e giocare la relazione tra operatore e beneficiario secondo modelli in qualche modo pre-definiti, dettati da reciproci pregiudizi più o meno sistemici e inconsapevoli e da schemi rigidi che, in maniera automatica, sono spesso cristallizzati e resi immediatamente operativi attraverso le parole dell’accoglienza.

In tal senso e a mero titolo esemplificativo, beneficiario è una parola che condensa le aspettative di estremo bisogno e passività di un utente che si suppone anche dover essere grato per i benefici ricevuti. Lo sfondo relazionale su cui si muove un (s)oggetto così definito e pre-rappresentato, è quello in cui il sistema di accoglienza si presenta come apparato necessario a rispondere a bisogni urgenti e standardizzati di persone tanto piene di carenze quanto prive di risorse (personali, familiari, comunitarie).

A partire dallo sfondo delineato, lo scritto propone alcune riflessioni fortemente radicate in una specifica esperienza professionale che può essere descritta come solo parzialmente interna al sistema di accoglienza. L’attività lavorativa da cui traiamo spunto per le considerazioni riportate, infatti, si è realizzata in alcuni centri di prima accoglienza della Sicilia orientale nell’ambito di un programma di supporto psicosociale per minori stranieri non accompagnati e famiglie. Perché finanziato da un’Organizzazione Non Governativa (ONG), però, il nostro programma è stato realizzato da équipe con una posizione terza rispetto alla gestione dei centri. Una posizione per molti aspetti privilegiata, capace di assicurare uno sguardo all’interno del sistema sufficientemente esterno da non essere troppo soggetto ad aspetti collusivi di assimilazione o adattamento.

Le équipe, costituite da psicologi, antropologi o sociologi e mediatori, hanno portato avanti un programma orientato ai principi propri della ricerca-intervento partecipata con una metodologia basata sulla rilevazione dei bisogni dell’utenza, la progettazione di équipe e la valutazione partecipata dei risultati raggiunti.

Nel corso degli anni, questi sono stati i caposaldi che hanno guidato una riflessione condivisa sul senso dell’intervento che, grazie al lavoro di confronto avviato nel contesto del lavoro in équipe interprofessionale ed in supervisione clinica, si è sempre più connotato per una certa flessibilità e per il riconoscimento della necessità di co-costruire le azioni progettuali tra professionisti e con l’utenza, senza preclusioni rispetto alle attività da condurre e al netto di stereotipie riguardanti il setting, i ruoli professionali, le mansioni di ciascuno.

È nell’ambito di questa esperienza fortemente radicata anche nelle biografie di chi scrive, una psicologa e un’antropologa, che i contesti di accoglienza sono stati concettualizzati come frontiera, spazi dell’entre-deux (Agier, 2013), decisivi perché la propria e altrui identità possano prendere forma e riconoscersi (Beneduce, 2004). Luoghi, cioè, in cui siano possibili processi di soggettivazione e ri-soggettivazione sia per i cosiddetti operatori che per i cosiddetti utenti.

In effetti, ad un primo sguardo limitati nello spazio e nel tempo, i centri di accoglienza emergenziali appaiono in bilico su una linea di separazione. Guardando oltre, però, si coglie anche il loro aspetto di frontiera-relazione: non si tratta solo di a-luoghi che separano, ma di zone di contatto che possono rivelarsi spazi di interazione, di scambio tra il dentro e il fuori, tra il prima e il dopo. Per questa loro caratteristica, anzi, possono essere attraversati come luoghi che offrono l’occasione per un doppio riconoscimento: di sé e dell’altro.

In questa direzione, l’articolo intende la frontiera non solo come uno spazio, fisico o immaginario. Frontiera, infatti, è una prospettiva per guardare al mondo delle migrazioni, di chi le pratica, le incontra e le gestisce. Una frontiera dove acquista centralità la dimensione della “cura” in quanto categoria di pratica che parte da un movimento di autodeterminazione e riconoscimento reciproco dei soggetti implicati (Grimaldi & Gaibazzi, 2021).

 

Elementi per una psicosociologia dei centri di accoglienza per migranti

Considerando che gli scenari post-pandemici sono ancora incerti, l’analisi che segue si focalizza soprattutto sulla situazione pregressa che vedeva un’importante diffusione della prima accoglienza e una diversa articolazione dei percorsi all’interno del sistema SIPROIMI/SAI. Molti tra gli aspetti descritti, comunque, sembrano caratterizzare anche la situazione attuale e non è difficile immaginarli come potenzialmente descrittivi anche di quella futura.

I Centri di Prima Accoglienza (CPA) di natura emergenziale che vengono destinati all’ospitalità dei migranti nelle prime fasi dopo l’arrivo in Italia sono in genere collocati lontani dai centri abitati, nelle estreme periferie delle città è, più spesso, in aree marginali da cui non è possibile raggiungere agevolmente nessun tipo di servizio. In tal senso sono spazi eterotopici per molti aspetti simili a dei non-luoghi, contesti molto lontani dal concetto di ospitalità e molto simili, invece, all’esito marginale di politiche di ordine e sicurezza.  In essi i migranti vivono condizioni di extraterritorialità, nel senso che spesso sono localizzati proprio ai limiti delle città, in posizioni periferiche; di eccezione, in quanto è sospesa ogni possibilità di riconoscimento di uguaglianza politica e giuridica tra stranieri e cittadini; di esclusione, essendo il migrante ormai a tutti gli effetti riconosciuto come una nuova categoria di “paria”, di soggetto debole (Agier, 2013). Questi spazi corrispondono a quello che Rahola (2007) definisce “forma campo”, essendo dei dispositivi di controllo della mobilità delle persone e di confino dell’umanità in eccesso.

Focalizzandoci sulla prima accoglienza, l’aggettivo “prima” fa riferimento al fatto che si tratta di un’esperienza che si colloca temporalmente subito dopo l’arrivo in Italia, precedentemente a tutti gli step successivi, e sembra motivare o giustificare un livello spesso molto basso di ospitalità. Questo standard viene spiegato con la dimensione strettamente emergenziale dei servizi offerti e, tra le altre cose, rende conto di un’attenzione meno che minima ai processi di inclusione.

L’aggettivo “prima”, però, è anche carico di alcune illusioni: lascia prospettare che il dopo sarà migliore, promessa non sempre mantenuta; inganna sui tempi di permanenza, spesso così lunghi che l’accoglienza nei CPA o nei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) può prolungarsi in diversi casi oltre un anno.

Data la diffusione dei centri cosiddetti emergenziali, è inevitabile pensare al sistema di accoglienza prendendo a prestito la riflessione di Michel Agier (2013) a proposito della cosiddetta soluzione del campo sotto tutte le sue forme. Secondo Agier, un encampement progressivo sta coinvolgendo diversi distretti territoriali, Italia ed Europa comprese, nel tentativo di contenere ciò che disturba, per respingere ciò che è in qualche modo di troppo. L’in-campamento, questa potrebbe essere forse una traduzione più evocativa della letterale “accampamento” usata da Agier, si presenta quindi come la soluzione delle soluzioni, il modo forse più semplice ed economicamente conveniente di gestire l’indesiderato.

Meno economica, ma potenzialmente più efficace, l’idea di avere dei dispositivi in grado di tenere distanti dalla terraferma i migranti. Un’idea che è purtroppo diventata realtà solo più recentemente. Era il 2016 e già si parlava di hotspot galleggianti, a-luoghi di esclusione in grado di isolare l’indesiderato ancor prima che potesse toccare le nostre coste. Un’idea che, negli anni, è stata ciclicamente riproposta e infine adottata in tempi di pandemia nella forma di un nuovo dispositivo di contenimento e controllo, la nave quarantena.

Una volta legittimato dalle ordinanze contingibili e urgenti emanate dal Presidente della Regione Sicilia nel corso dell’estate del 2020, questo dispositivo evoca in maniera quasi automatica nella mente l’immagine della nave dei folli, la stultifera navis. Ben rappresentata da Bosch e narrata da Dürer, luogo di isolamento e segregazione deputato a depotenziare la carica disturbante dell’alterità, esorcizzava il male con un tentativo estremo di esclusione dalla comunità dei normali.

In piena pandemia, tra l’altro, la concretezza del contagio reale ha avuto e continua ad avere la capacità di mettere quasi in parentesi gli aspetti evocativi delle questioni che riguardano il “contagio” da parte di ciò che è diverso, estraneo perché straniero. Sono temi noti a chi ha voluto leggere i fenomeni propri della globalizzazione proponendo il costrutto di immunitas (Esposito, 2008): la richiesta di immunizzazione sembrerebbe caratterizzare tutti gli aspetti dell’esistenza come reazione ai rischi di infiltrazione e contagio che si accompagnano ai processi propri degli spostamenti globali. Azzerando le distanze spazio/tempo, la globalizzazione promette ad alcuni una libertà senza limiti e, allo stesso modo, sancisce l’impossibilità di appropriarsi della località per altri. Gli altri, sono assimilati a rifiuti nocivi di cui è necessario liberarsi attraverso una meta-funzione dello Stato finalizzata a ridurre la propria entropia in crescita tramite segregazione ed eliminazione (Bauman, 2005).

Diventa allora fondamentale interrogarsi sul mandato istituzionale dei dispositivi di accoglienza. Il che equivale a porsi una domanda parallela sul mandante. In merito, non si ritiene di dire nulla di particolarmente interessante se si propone una riflessione sulla perversione della lingua che, purtroppo, è una cifra ricorrente e confusiva del sistema di accoglienza. Il mandante delle strutture di prima accoglienza è, infatti, il ministero dell’interno con le sue articolazioni territoriali; il mandato è quello di chi gestisce ordine pubblico e sicurezza, controllo che si ammanta di accoglienza e anche di sicurezza e protezione. I destinatari delle ultime due azioni di tutela, tra l’altro, saremmo noi tutti, cittadini elettori.

Un simile mandato ha un impatto sulle dimensioni organizzative del servizio?

La domanda è chiaramente retorica e, per esempio, potrebbero essere ricordati alcuni espedienti utilizzati in maniera diffusa per assicurare il controllo delle persone ospitate nei centri di accoglienza: orari di ingresso e di uscita, sistemi di rilevazione delle firme/presenze, adozione di sistemi educativo-punitivi volti a sanzionare ogni azione che perturbi equilibri interni rigidi e ben dettati da tempistiche, ecc. A livello meno immediato, poi, sarebbe possibile rilevare la limitatezza dell’offerta di strumenti atti a promuovere benessere, autonomia, capacità di orientarsi e comprendere, progettualità. Oltre alla cronica carenza di una funzione cruciale quale quella di mediazione linguistico-culturale, fondamentale per orientarsi e comprendere il nuovo contesto di riferimento, basterebbe pensare alle difficoltà di accesso ad opportunità relazionali, formative o lavorative.

Focalizzando l’attenzione sui percorsi psicologici offerti dal sistema e sulle declinazioni della funzione psicologica nei contesti di accoglienza, inoltre, è impossibile rilevare come siano poche le esperienze in grado di restituire agentività alle persone, con psicologi ridotti a esplicare compiti operativi o, nella migliore delle ipotesi, a raccogliere storie. Psicologi-operatori e psicologi-investigatori che, osservati dall’esterno del sistema, interrogano in maniera forte su cosa significhi esercitare una funzione psicologica nei centri di accoglienza. A un livello diverso dell’intervento psicologico, tra l’altro, ugualmente poco comprensibili sembrano le esperienze focalizzate, al di là dei tempi dell’utenza, delle sue domande e, probabilmente, anche dei suoi bisogni, sulle esperienze di tortura e violenza intenzionale. Qualcosa che, se costruisce identità e soggettività, lo fa soprattutto rispetto al curante.

Non è sempre chiaro se il mandato istituzionale implicito sia chiaro a chi opera a vario titolo nel sistema di accoglienza. In maniera collegata, inoltre, ci si potrebbe chiedere anche quanto gli operatori abbiano dei contenitori in cui potere almeno interrogarsi su queste tematiche. Non avere consapevolezza del mandato implicito che devono portare a termine, in effetti, ha un impatto non irrilevante nella relazione con le persone di cui si occupano. Un aspetto che rende conto anche di un generale vissuto di malessere che può assumere le vesti del burnout e di un turnover estremo che è all’origine delle scarse probabilità che si consolidino delle competenze all’interno del sistema di accoglienza.

La domanda su quali potrebbero essere i contenitori per l’analisi del proprio mandato e delle prassi per portarlo a termine ha potenzialmente risposte differenziate. Chi scrive, però, pensa soprattutto a due dispositivi quali la co-visione in équipe interprofessionale e la supervisione clinica. Da una parte, il lavoro di équipe sembra una opzione cui si ricorre raramente, forse perché gestire individui isolati è più semplice che gestire gruppi. È comunque difficile lavorare in équipe, se mancano una funzione di coordinamento forte, un orientamento agli obiettivi, la capacità di confronto su punti di vista spesso distanti sul piano teorico e metodologico. Dall’altra, la supervisione sembra essere un lusso in genere limitato alle esperienze in seconda accoglienza. Come risultato di questi processi, l’operatore è spesso solo un tassello isolato di un dispositivo che non ha una progettualità e che vive in una eterna quotidianità fatta di incombenze da gestire il cui fine ultimo è difficile da cogliere. Questo elemento, spesso dettato dalle peculiarità delle condizioni permanentemente emergenziali, si associa all’impossibilità radicale di trovare un senso al proprio lavoro, con un vissuto che non raramente accomuna utenti e operatori, quello di essere al centro di un meccanismo stritolante che controlla e che non ha vie di fuga. Un meccanismo in cui sembra quasi sempre impossibile trovare una soluzione funzionale ai problemi e dove si alimentano livelli di sofferenza e disagio importanti.  La non disponibilità di occasioni in cui promuovere consapevolezza e auto-riflessione, in aggiunta, priva gli operatori di uno spazio terzo in cui affrontare queste dinamiche e trattare non solo l’emozionalità potente spesso elicitata dalle storie di migrazione forzata, ma anche gli aspetti di controtransfert culturale che si attivano nella relazione con lo straniero.

 

Costruire la frontiera

Come anticipato, gli utenti che popolano i luoghi dell’accoglienza sono normalmente intesi come “bisognosi”, “vulnerabili”, “minori”, “soli”, occupando una posizione che non sembra possibile associare a condizioni di autonomia e agency. Gli operatori, parallelamente, sono facilmente descrivibili come “esperti” e, per il lavoro nell’umanitario, anche “buoni” e “caritatevoli”. Ne consegue un positioning reciproco (Harré & Gillet, 1994) che rischia di riprodurre dinamiche che sono in parte caratteristiche di ogni relazione di cura, in parte della relazione tra il mondo occidentale e il resto del pianeta.

Da queste considerazioni, in primo luogo, la necessità di nuove prassi discorsive orientate alla creazione di narrazioni meno stereotipiche del lavoro in accoglienza e dell’esperienza migratoria, capaci di accogliere le storie individuali leggendole alla luce di quelle collettive; in secondo luogo, l’opportunità di creare contesti relazionali, in setting individuali e gruppali, in cui siano parlabili elementi caratteristici dei rapporti tra i reciproci gruppi di appartenenza.

Ciò significa provare ad andare oltre i movimenti stereotipati per incontrarsi su una frontiera che abbiamo concettualizzato come un luogo di separazione e di relazione, incerto e indefinito. In tal senso, i centri di accoglienza sono contesti di intervento in cui è possibile trasformare lo straniero globale in un’alterità più prossima e relativa, accompagnandosi a svariate possibilità di apprendimento su di sé e sull’altro, sia per chi accoglie che per chi viene accolto.

Il prerequisito affinché ciò possa essere possibile, però, riguarda la capacità di attivare sia le prassi riflessive di lavoro cui si faceva cenno, sia occasioni di incontro autentico.

Per diverse ragioni, non si tratta di un compito semplice. In prima istanza, è necessario andare oltre una modalità emergenziale del lavoro così da proiettarsi su una temporalità almeno di medio respiro basata su una necessaria progettazione degli interventi e sulla loro valutazione. In seconda battuta, è utile essere aperti ad affrontare la vicinanza con l’estraneità, riconoscendo l’incontro con l’altro come perturbante ed associato a vissuti emozionali che devono essere contattati al fine di evitare agiti poco funzionali. In ultimo, è importante saper accogliere aggressività e violenza che possono emergere e che sono fenomeni da gestire, ma, soprattutto, da significare. Molto spesso, in effetti, aggressività e violenza vengono sanzionate e punite senza interrogarsi sul loro valore comunicativo e senza coglierne le possibilità di trasformarle in un’area di confronto e lavoro.

Nel nostro caso tutti gli elementi citati sono stati messi a fuoco attraverso un costante lavoro di gruppo. Nelle diversità esperienziali e disciplinari di ciascuno, l’équipe è stata il luogo in cui avviare un confronto sul senso dell’intervento di supporto psicosociale che ci era stato affidato dal nostro committente. Oltre al lavoro di équipe, del resto, la riflessione sul senso dell’esperienza che stavamo facendo e sulle esperienze che proponevamo agli utenti è stata affidata alla supervisione di uno psicologo-psicoterapeuta esterno: essa ha consentito di attivare dei processi di sensemaking, favorendo la riflessione sulle attività, la loro organizzazione, gli errori, il rischio iatrogeno implicito in attività focalizzate eccessivamente sul trauma. Nel dettaglio, il lavoro di supervisione ha potenziato le capacità di lettura dei fenomeni da parte dell’équipe; ha favorito lo sviluppo di un vero e proprio gruppo di lavoro; è stato il contesto in cui poter prendere consapevolezza di alcune dinamiche contestuali, gruppali e personali, favorendo anche l’elaborazione dell’emozionalità talvolta intensa circolante tra di noi e nella relazione con l’utenza.

Sul piano metodologico, inoltre, il lavoro di équipe, in maniera congiunta alla supervisione, hanno suggerito l’adozione di una teoria della tecnica plurale (Braibanti, 2015) che ha valorizzato l’analisi della domanda e dei processi di committenza sistemica. Rispetto alle strutture di accoglienza ed agli altri attori istituzionali, il posizionamento dell’équipe è stato di tipo prevalentemente consulenziale, volto a sostenere un dialogo sia con tutti i soggetti coinvolti (committenti-clienti-destinatari), sia tra le diverse culture professionali implicate. Ad ogni professionista, al di là della sua formazione, è stata infatti richiesta la disponibilità a frequentare zone di confine ultradisciplinari e la capacità di intervenire in modo variazionale sui setsetting.

Ne è risultata una proposta multimodale in grado di attenzionare allo stesso tempo il funzionamento psicologico, l’adattamento socio-culturale, la salute fisica e le difficoltà psicosociali, in accordo con i dati di letteratura che ribadiscono la funzionalità di simili opzioni (Drožđek, 2015). Inoltre, ancora una volta in linea con alcune ricerche, abbiamo proposto sia attività incentrate sulla parola che di tipo espressivo (Tyrer e Fazel, 2014), prestando sempre molta attenzione ad attivare una funzione di mediazione utile a rendere espliciti i bisogni e a prendersi cura delle differenze (Ehntholt & Yule, 2006).

Rispetto all’équipe, si vuole sottolineare anche la progressiva consapevolezza circa l’importanza di fornire contesti di trasformazione dell’aggressività che può emergere nel contatto tra reciproche estraneità. Simili opportunità, oltre a evitare agiti, prevedendo una gestione punitiva e sanzionatoria, rappresentano anche una preziosa possibilità di apprendimento.

Ne parliamo più diffusamente in uno scritto che si focalizza sui processi attivati in una specifica circostanza in cui siamo diventate oggetto di una forma sottile di aggressività e provocazione con riferimento alla nostra identità di donne e bianche (Carbone & Cascio, 2021). Un episodio in cui il diventare bersaglio di commenti poco piacevoli ha dato avvio ad un’esperienza che abbiamo letto come foriera di processi di ri-soggettivazione per i nostri utenti, normalmente costretti al silenzio ed all’accettazione passiva di un ruolo oltre che di attività, norme e compiti da portare a termine.

Senza ripercorrere nel dettaglio quanto accaduto, si può rilevare come questa esperienza avrebbe potuto avere esiti molto diversi sia nel caso in cui fosse stata sanzionata, sia nel caso in cui avessimo scelto di ignorarla. In realtà, nonostante la necessità di trattare aspetti di controtransfert tanto potenti quanto sgradevoli, la scelta dell’équipe è stata quella di trasformare quanto si presentava in un’occasione di lavoro. Una scelta simile, tra l’altro, è stata perseguita a partire dalla valorizzazione dell’emersione di una certa aggressività nei confronti dell’équipe come un indicatore positivo. Dal nostro punto di vista, infatti, era stato evidentemente creato un contesto capace di tollerare l’emersione sia di aspetti di autenticità, sia di elementi caratteristici dell’incontro tra appartenenze gruppali differenti.

Se sembra ovvio il valore di creare spazi di espressione autentica, meno immediato può essere comprendere l’importanza di predisporre occasioni di confronto a partire dalla propria appartenenza a gruppi che rappresentiamo attraverso la lingua, il colore della pelle, la religione, il genere, ecc. Nel lavoro in contesti migratori, in realtà, è molto importante affrontare questioni inerenti a quella che potrebbe essere genericamente indicata come relazione bianco/nero nella misura in cui è utile rendere consapevoli e parlabili i vissuti che riguardano il sistema fortemente asimmetrico di potere in cui si colloca l’aiuto. Una simile operazione, in effetti, è di supporto nel tollerare le sollecitazioni identitarie connesse all’esperienza migratoria, ma anche al lavoro con una utenza così tanto altra e che, in maniera più o meno consapevole, può sgomentare o risultare estremamente affascinante.

Sotto il profilo dell’autenticità, nel caso specifico, è possibile ricordare che i nostri utenti hanno potuto svestire i panni del minore straniero accompagnato per mostrare la loro parte più adulta e per esprimere la sofferenza sperimentata nel contatto con un contesto vissuto come fortemente razzista. Dal nostro punto di vista, il contatto con una utenza più reale, ci ha restituito la possibilità di entrare in rapporto con degli individui caratterizzati da una loro soggettività, meno gruppo indifferenziato e più persona. Parallelamente, c’è stata la scoperta di proprie porzioni identitarie particolarmente attivate dalla scarsa disponibilità ad essere trattate come “corpi che devono sedurre per forza”, impuri e portatori di una moralità dubbia. Ugualmente importante, la possibilità di svincolarci da una sorta di senso di colpa dell’ex colonizzatore che ci avrebbe portate a proporre un modello di relazione maggiormente accogliente e tollerante, ostacolando di fatto la possibilità di un agire trasformativo costruito sulla capacità informativa dei vissuti emozionali da noi sperimentati, in primo luogo la rabbia.

Il processo avviato, descritto sinteticamente per ragioni di spazio, è stato complesso e parlarne non è mai semplice. Un processo attraverso il quale, tutti ci siamo ricoperti persone reali, difficilmente stereotipizzabili o idealizzabili, premessa per ciò che riteniamo essere un incontro consapevole, spazio di emersione dei soggetti nella frontiera.

In tal senso, se dovrebbe essere ovvia l’importanza di creare delle possibilità di presa di parola per utenti fin troppo passivizzati, può essere forse meno immediato il valore di opportunità rappresentato dagli incontri sulla frontiera per gli operatori. In questa prospettiva sembra importante ricordare che incontrarsi sulla frontiera è stata un’occasione per vedere parti di sé attraverso l’altro e per trovarsi di fronte alla propria identità emozionata. Ancora una volta, una possibilità che ci si offre reciprocamente e che si rende attiva solo nel momento in cui si rinuncia ad un uso difensivo delle emozioni.

È banale, infine, ricordare che lo sviluppo della convivenza nei sistemi sociali passa attraverso l’incontro con l’estraneo nella relazione di scambio (Carli, 2006). Essere frontalieri, insomma, è la premessa perché di possa promuovere convivenza anche in contesti il cui mandato implicito sembrerebbe escludere ogni possibilità di incontro reale e crescita nella relazione.

 

Bibliografia

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