La psicologia della migrazione in frontiera. Testimonianza di un intervento psicologico e psicosociale a Lampedusa
Testimonianze | Luglio 2021
Autore: di Ivana Dimino

Sono una psicologa “in” frontiera o “di” frontiera? Tante volte mi sono posta questa domanda, a proposito del mio intervento a Lampedusa, la cosiddetta “frontiera sud”, nell’incontro con bambini, ragazzi, donne e uomini migranti, nei cui occhi ho sempre visto un mondo altro, “un altro da sé” che può spaventare, terrorizzare, da cui ci si può sentire perseguitati, o che si può invece imparare ad accogliere dentro di sé.

Introduco questa mia testimonianza sulla psicologia “in frontiera” o “di frontiera”, con una breve premessa che mi sembra necessaria per contestualizzare “emotivamente” cosa significhi essere una professionista che dà il suo supporto psicologico ai migranti, al loro arrivo a Lampedusa.

Dal 2017 mi occupo di intervento psicologico e psicosociale a minori migranti e a donne straniere con i loro figli minori, provenienti prevalentemente dalle diverse parti dell’Africa, collaborando con una organizzazione internazionale che si occupa proprio di questi target specifici.

Per la mia esperienza, essere psicologi nella migrazione impone di avere uno sguardo ampio, aperto alla diversità, richiede una formazione specifica sui diritti umani, quasi sempre violati, sulla vulnerabilità psicologica, sul trauma e sull’impatto che un viaggio migratorio, di per sé traumatizzante per il senso della perdita che questo ha con sè, nonché sui rischi che esperienze di maltrattamenti e abusi possono avere sull’esistenza di un individuo, in maniera diversa a seconda delle età, dei vissuti e delle esperienze migratorie; certamente bisogna anche avere una formazione specifica in ottica etnopsicologica e/o transculturale, per riuscire ad intervenire in maniera clinicamente sensibile, rilevante ed efficace con i migranti, oltre che una competenza in psicologia dell’emergenza, per la necessità di agire tempestivamente e ad hoc, in relazione agli eventi che possono accadere. Accanto a tutto ciò, posso però sicuramente dire, dal mio punto di vista, che essere psicologi in questo specifico settore, richiede anche una struttura personale e di personalità forte, una certa dose di capacità di autoregolazione emotiva, di coping, di problem solving e di pensiero divergente;  ciò perché, anche il migliore dei sistemi di funzionamento personale può essere messo in crisi dall’impatto con “gli effetti” che la migrazione ha sulle persone che si incontrano in frontiera, siano essi bambini o adulti, perché ciò che si ascolta e si vive ha a che fare con il sé, con la totalità psichica di un altro essere umano, spesso tradito, violato, colpito e ferito. L’empatia, la capacità riflessiva e mentalizzante, che ci contraddistingue come professionisti della salute mentale, vanno gestiti adeguatamente, vanno pensati, colti e ridefiniti allorquando ci si confronta con il dolore vissuto dai migranti.

In questi anni, il mio specifico intervento in frontiera, con i migranti, è stato prevalentemente caratterizzato da interventi di primo soccorso psicologico, da colloqui psicologici mirati alla individuazione di vulnerabilità psichiche e da interventi psicosociali, che hanno quindi coinvolto anche altre figure professionali o istituzioni pubbliche e/o private, a tutela dei più vulnerabili. Allo stesso tempo, quando è stato necessario, la mia azione ha avuto come focus il supporto psicologico a superstiti di naufragio, sempre molto complessa, soprattutto per la portata emotiva dei colloqui, per la necessità di offrire sostegno e rassicurazione e, quindi, anche per la forza personale e professionale da mettere in gioco, per riuscire ad essere una stampella adeguata, in quegli attimi in cui, invece, il crollo psichico rischia di giungere quasi inesorabilmente.

Essere psicologi in frontiera significa poi stare sempre in allerta, pronti all’azione, ma consapevoli e certi del proprio essere, fare e sapere: significa quindi anche avere interiorizzato un modello di intervento, che diventa un modus operandi finalizzato al supporto emotivo e psicologico.

Lo Psychological first Aid (PFA, primo soccorso psicologico), una delle prime attività svolte a supporto dei migranti, è un modello di intervento di sostegno psicosociale, che si attua in caso di eventi critici o emergenze, in cui possono esserci individui più fragili e che risentono di più, in queste situazioni di grande emergenza. L’obiettivo principale del Primo Soccorso Psicologico è quello di mitigare lo stress psicologico derivante dal coinvolgimento in un evento avverso, rispondendo ai bisogni di coloro che sono stati coinvolti nell’evento, promuovendone il funzionamento adattivo, la percezione di sicurezza e il progressivo ritorno alla normalità. Le metodologie di intervento del Primo Soccorso Psicologico hanno una efficacia basata su evidenze empiriche (evidence-based) e che derivano dai risultati di ricerca a livello internazionale nel campo della salute mentale delle persone coinvolte in contesti critici e potenzialmente traumatizzanti.

Volendo invece parlare dei colloqui psicologici finalizzati alla individuazione delle vulnerabilità, potrei citare letteratura specifica, che può darci una panoramica tecnica di come si possa svolgere un colloquio di questo tipo; pur seguendo certamente una scientificità relativa alla conduzione dei colloqui, mi preme di più invece fare rilevare e dare più forza all’incontro con i migranti, a cosa questo significhi, a cosa emerge nei colloqui con minori, donne o giovani adulti magari vittime di violenza, abusi e maltrattamenti, superstiti, sopravvissuti, colpiti fisicamente e psicologicamente dal loro viaggio migratorio.

Per questo proverò a raccontare di Amadu (il nome è inventato), superstite di naufragio, che ho incontrato qualche anno fa, in una delle tante missioni in seguito a shipwreck, in frontiera, a Lampedusa.

Amadu è un ragazzino di 14 anni andato via dalla sua terra perché voleva studiare e diventare un poliziotto. La sua mamma non c’è più, è morta molto giovane a causa di una malattia, lasciando Amadu e i suoi fratelli con una zia, mentre il padre non aveva tempo per occuparsi di loro; Amadu sente molto la mancanza della madre, unico vero riferimento affettivo, e sente anche forte il senso di abbandono e di solitudine che lo accompagnano ancora adesso. Il legame di attaccamento primario è stato interrotto bruscamente, lasciandolo privo di un abbraccio sicuro e rassicurante. Amadu decide allora di lasciare il suo paese, non ha nulla da perdere e dall’altro lato del mare c’è la possibilità di stare meglio, di costruire una propria identità, di essere fiero di sé, di dare forza e valore a sé stesso e magari c’è anche la possibilità di ricominciare a fidarsi degli altri e di essere felice. Parte insieme ad un amico, Mohamed, del suo stesso villaggio, con cui segue tutte le tappe previste e organizzate dai “signori con i pick up” a cui dava sempre tanti soldi, per poter giungere fino in Libia. “Libia is not good place”, dice Amadu, ripetutamente, e mi racconta intanto dei luoghi di detenzione in cui sono costretti a stare, dopo aver lavorato tante ore al giorno per dei signori libici che gli danno pochissimo denaro per lavorare i campi. In quelle carceri, Amadu e Mohamed vengono spesso picchiati con ogni oggetto possibile, restano al buio, non hanno un luogo dove possono lavarsi o andare in bagno.

Il senso di abbandono, di vuoto e di sfiducia crescono, diventano vergogna, senso di colpa, pentimento, stanchezza, e a poco a poco lo cambiano, lo intimoriscono, lo debilitano fisicamente e psicologicamente.  Finalmente, dopo diversi mesi, Amadu e il suo amico, sono riusciti a “comprare” l’ultima tappa del viaggio e sono “autorizzati”, a salire sul gommone e iniziare la traversata in mare, fino all’Europa; Amadu non sa nulla di cosa accadrà, ma parte insieme a Mohamed, facendo leva sul briciolo di speranza che ancora li accompagna. Due giorni di viaggio, il gommone è caldo, sotto il sole cocente che si riflette sul mare; con lui altri uomini, altri ragazzi, donne, bambini piccoli, una donna incinta che spera di partorire in Europa per dare al suo bambino un inizio diverso dal suo.

Il terzo giorno è quello in cui sarebbero arrivati, ma quel terzo giorno è quello in cui invece il gommone con circa 70 persone non ha retto e, in balia di un mare improvvisamente agitato, si capovolge e lascia tutti in mare. Amadu ricorda di aver visto in lontananza una nave da soccorso, ma ricorda anche di aver visto vicino a sé corpi di uomini e donne, di bambini galleggianti, privi di vita; lui, con la forza di chi vuole vivere, si fa spazio tra i cadaveri, per risalire e sopravvivere. Viene recuperato dai soccorritori e cerca Mohamed, il suo amico, ma non lo trova e lo cerca ancora, lo chiama e urla il suo nome (lo fa anche mentre parla con me, senza versare una lacrima), ma lui non risponde; terminati i soccorsi, Mohamed non c’è, e Amadu ha così la certezza che è rimasto in mare e che quel mare lo ha inghiottito.

Amadu arriva a Lampedusa e io sono in banchina ad accogliere lui e gli altri superstiti. Scorgo il suo sguardo dagli occhi infuocati di stanchezza e dolore; lo incontrerò poi due giorni dopo, quando mi racconta tutto, trovando in me, forse, istintivamente, la sensazione di poterlo fare. Gli faccio qualche domanda, ma lascio che i suoi ricordi vengano fuori da soli, senza interruzioni: non sempre questo si verifica, non possiamo quasi mai sapere come la mente dei sopravvissuti decida se e come accedere alla memoria, soprattutto a quella traumatica.

Amadu ha narrato parte della sua storia, dando a me la dignità di essere il contenitore dei suoi ricordi, del suo dolore, della sua fragilità. Nello stesso frangente in cui io incontro Lui, incontro anche me stessa, perché la forza con cui quelle parole arrivano alla mia pancia, è così forte che, in quel momento, sento bussare emozioni che richiedono di essere ordinate e regolate, per essere ciò e chi di cui Amadu ha bisogno. Nel racconto, poi, Amadu a tratti si ferma, guarda fisso nel vuoto ed è come se stesse rivivendo la scena in quello stesso momento, e mi stesse portando con lui, in mare, tra i corpi annegati. Nessuna lacrima, un freezing emotivo e un distaccamento dal reale, dal quale lo faccio tornare solo toccando la sua spalla. In quell’istante lo riconnetto al mondo, alla realtà di Lampedusa, e mi concentro sul dare integrazione, senso e significato a ciò che mi ha detto, ed insieme speranza e salvezza.

In questo racconto ci sono molte evidenze psicologiche cliniche, spesso rilevabili nei migranti superstiti e sopravvissuti a viaggi estenuanti e di grande potenza traumatica: disorientamento spazio-temporale, congelamento emotivo, distacco dalla realtà, sfiducia, memorie traumatiche, indebolimento del Sé e dell’Io, e tanto altro. E a queste evidenze si può rispondere offrendo un primo supporto come in questo caso specifico, ma anche e soprattutto garantendo ad Amadu e a molti altri come lui, la possibilità di accedere a percorsi successivi di supporto e di terapia.

Essere psicologi e psicoterapeuti operanti in frontiera mette a contatto con un mondo che è dentro gli occhi di chi arriva, un mondo che rappresenta una frontiera, quella psicologica, psichiatrica in alcuni casi, ma inesorabilmente esistenziale; quella frontiera a partire dalla quale niente sarà più come prima nella loro vita.

Raccogliere i sentimenti, permettere la narrazione delle storie, offrirsi come “luogo sicuro” e rassicurante, è un lavoro di grande coraggio, ma bellissimo, e quando percepisci negli sguardi di chi è sopravvissuto alla morte, una luce dentro la ferita, un bagliore negli occhi, fino a qualche ora prima invece spenti e al buio, allora si ha certezza che essere lì è il posto dove è giusto stare.