Nuove crisi e nuove vulnerabilità
Esperienze cliniche | Dicembre 2020
Autore: Dott. Calogero Lo Piccolo

Ci siamo.
Eccoci dentro la seconda ondata, tanto preconizzata quanto poco attesa, sembrerebbe. E proprio per questo esplosa in modo repentino e violento, nonostante tutti i pallidi tentativi di evitarla e contenerla. La pandemia torna a dilagare, in verità adesso in molti luoghi comincia
a dilagare, mutando una volta di più il quotidiano di tutti.
In che modo il nostro vissuto è oggi simile a quello di marzo e in che modo invece è differente?
Le reazioni collettive indicano vissuti molto diversi; nessuno slogan, neppure canti collettivi, la preoccupazione a farla da padrone assieme a un senso di stanchezza. Più rassegnazione e meno disorientamento sembra essere percepibile negli stati umorali di fondo.
Quindi cosa sta accadendo? Quali segni possiamo cogliere oggi nel lavoro clinico quotidiano?
Mi sembra che il primo costrutto di senso atto ad organizzare un pensiero e una qualche narrazione possa essere quello di essere in balia . Che è la condizione che sempre caratterizza il malessere esistenziale di ciascuno di noi in certi frangenti della vita. Può sembrare beffardo, ma ciascuno di noi è oggi migrante durante la traversata, che non sa quanto dura e neppure se arriva l’onda e se l’imbarcazione reggerà.
Ciò che abbiamo in comune è la nostra vulnerabilità.
La vulnerabilità dei corpi in primo luogo, che condiziona e determina altri molteplici livelli di vulnerabilità, esistenziale, psicologica, relazionale ed economica.
La vulnerabilità che non è più soltanto un oggetto del setting clinico, ma è diventata parte costitutiva dello stesso dispositivo di cura.
Il distanziamento delle poltrone, le finestre aperte, le mascherine, i saluti a distanza sono alcuni dei nuovi modi in cui le sedute di analisi o di psicoterapia si declinano, proprio a marcare la cura per la potenziale vulnerabilità dei nostri corpi, e il sostanziale piano di simmetria in cui oggi è dato l’incontro terapeutico.
Come nuova forma di scambio affettivo, che non si fonda più soltanto su una asimmetria di ruoli e funzioni.
La vulnerabilità è il punto di attracco attraverso cui gli eventi stressoggeni fanno presa sulla soggettiva condizione esistenziale.
Ciascuno di noi è vulnerabile in modo diverso, sia qualitativamente che quantitativamente, e una politica di cura comunitaria è sempre resa difficile anche per l’eterogeneità delle vulnerabilità.
Che occorrerebbe mappare per strutturare un pensiero di presa in carico e di cura.
Certamente il setting terapeutico resta un punto di osservazione privilegiato rispetto alla conoscenza di questa complessa mappa.
Il ritorno violento della condizione pandemica sta facendo riaffiorare dei vissuti intensi di malessere.
In primo piano resta sempre il predominio dell’apprensione, quel particolare tipo di ansia anticipatoria che determina una importante serie di sintomi fisici, ma soprattutto una forte limitazione della lucidità, soprattutto per ciò che concerne la capacità di valutazione dei
potenziali livelli di rischio. Tutto viene amplificato e reso terrifico, a volte al limite della fobia ossessiva.
Altro sentire diffuso è uno stato di apatia, con scarsa o nulla motivazione a fare anche le piccole cose quotidiane. Come se si galleggiasse nell’esistenza un giorno dopo l’altro senza una precisa meta.
Le energie svuotate, il corpo astenico, poco o nulla da desiderare.
Le limitazioni, l’isolamento, la complessiva incertezza determinano uno stato di frustrazione di fondo, con poche strategie compensatorie disponibili e praticabili. Per tanti, le strategie usuali non sono disponibili date le restrizioni in corso e non sempre è semplice elaborarne
velocemente delle nuove. Quindi è più semplice cadere nella negazione e nell’insofferenza verso le limitazioni stesse e l’esistenza del problema. Abbiamo ballato una intera estate al ritmo di non ce n’è Covid, sperando in fondo che fosse vero, che tutto svanisse magicamente come un triste sogno. Così non è, e la negazione maniacale non funziona più molto, sotto i colpi crudi dei dati di realtà, dei vicini contagi.
A ciò aggiungiamo le incertezze di tipo economico, l’ansia per il futuro lavorativo, la preoccupazione per i propri cari più potenzialmente esposti.
politiche di austerity nel corso degli anni hanno sostanzialmente aumentato il grado soggettivo di vulnerabilità, chiudendo tutti i paracadute disponibili. Privatizzazione del rischio e dello stress, le politiche sociali sono state sostanzialmente improntate a questo sempre più, e la conseguenza è che le cause della sofferenza diventano sempre più sociali, ma la soluzione della stessa, o semplicemente il tentativo di fronteggiarla e di contenerla, sempre più è personale, con tutti i divari che tale sistema amplifica ed evidenzia, come esemplarmente narrato negli ultimi film di Ken Loach.
Di quali e quanti spazi di contenimento collettivi necessiteremmo?
Quanti ne sono stati predisposti e quanto potremmo predisporne?
Attorno la risposta a queste domande si gioca la partita che determina la cura di sé da parte della comunità piuttosto che i vari relativi gradi di abbandono di ciascuno al proprio essere in balia secondo il personale grado di vulnerabilità soggettiva.