Ogni storia è un corpo e ogni corpo ha la sua storia
Spunti di riflessione | Aprile 2022
Autore: Tatiana Pagano

Negli ultimi due anni l’emergenza causata dall’irruzione inaspettata del Covid-19 ha messo a dura prova il benessere psicofisico dell’intera popolazione mondiale, richiedendo notevoli adattamenti e cambiamenti nello stile di vita e stravolgendo le abitudini quotidiane. Numerosi ricercatori hanno esplorato gli effetti del virus individuando un insieme di persistenti sintomi fisici e psicologici in coloro che ne sono stati affetti o che hanno vissuto, indirettamente, la malattia. Tra gli elementi riscontrati vi sono: aritmie, spossatezza, difficoltà respiratorie, problemi cognitivi ed effetti di natura psicologico-emotiva.
L’evitamento del contatto con possibili fonti di contagio durante la quarantena ed il lockdown ha avuto, infatti, importanti ricadute sulla sfera psicologica e relazionale dell’individuo. L’isolamento ha comportato l’impossibilità di partecipare all’esperienza altrui, di essere concretamente presente con e per l’Altro significativo, di condividere a pieno le proprie emozioni attraverso un abbraccio, un bacio, una carezza. Sono venute a mancare, dunque, quelle risonanze corporee che forniscono importanti informazioni circa la realtà e la qualità di qualsivoglia contatto e delle sue intenzionalità, generando anche un notevole incremento di disturbi ansiosi e depressivi.
Il Covid-19 ha portato alla luce paure latenti sulla finitezza del vivere e ha fatto sì che la sopravvivenza assumesse un valore assoluto.
Il supporto psicologico, che ha visto nel setting online non più un doppio binario, un’opzione aggiuntiva al tradizionale confronto de visu, ma l’unico metodo possibile durante il lockdown, ha rappresentato spesso un’àncora di salvezza.
Tuttavia, la virtualità non ha permesso al clinico di recuperare una distanza intercorporea già enfatizzata dalla pandemia e di cogliere la chiarezza e la gestualità autentica di un corpo che, spesso, sa comunicare più delle parole.
Lo stesso terapeuta, in una dimensione estetico-fenomelogica, riesce a comprendere l’esperienza del paziente al confine di contatto attraverso l’utilizzo dei sensi incarnati nel corpo e attraverso la sua stessa esperienza corporea.
Essendo ormai nota l’unitarietà mente-corpo risulta chiaro quanto quest’ultimo assuma un ruolo determinante all’interno del setting terapeutico, erigendosi a portavoce della sofferenza psicopatologica dell’individuo.
Il rientro in presenza presso gli studi di psicoterapia, ha permesso ai clinici di recuperare la dimensione corporea consentendo, al contempo, di raccogliere importanti informazioni sulla transizione post pandemica.
Il “corpo accusa il colpo” e Bessel Van Der Kolk, noto pioniere nella ricerca sullo stress traumatico, lo sa bene.
Il corpo del paziente nello scenario post-pandemico è teatro di una sofferenza che spesso, attraverso di lui, trova la sua massima espressione. Basti pensare ai pazienti con disturbi d’ansia, notevolmente incrementati durante la pandemia, che non riescono a sostenere l’energia contenuta nel corpo attraverso un adeguato apporto di ossigeno e che, quindi, parlano attraverso “fame d’aria” e agitazione psicomotoria. Il corpo aumenta la sua pressione sanguigna, il cuore accelera i battiti esplodendo in tremolii e visibili rossori. Il paziente ansioso dell’epoca pandemica è colui che vive proiettandosi nel futuro con incertezza ed evitando di fuoriuscire dalle zone di comfort che sono tali in quanto già sperimentate. La novità è, quindi, evitata in quanto sconosciuta, così come è sconosciuto il futuro dopo la pandemia.
Più spesso però, il corpo dei pazienti traumatizzati è un corpo che parla attraverso il silenzio, un corpo che vive attraverso l’apparente quiete della desensibilizzazione, un corpo che preferisce non sentire, piuttosto che sentire troppo. Un corpo che si chiude a riccio in una postura quasi fetale; le braccia che proteggono il ventre, il capo chino su di sé, lo sguardo perso nel vuoto. L’intero corpo assente. Così come si percepiscono assenti, in terapia, i corpi traumatizzati dei pazienti che hanno vissuto la tragicità del Covid sulla propria pelle, che hanno visto morire i propri familiari e che hanno sentito vicina la morte. Corpi che parlano di paure, dolore e perdita.
Il terapeuta ha il ruolo di rivitalizzare il confine di contatto accompagnando il paziente ad una piena ripresa della sua vitalità e spontaneità, ripristinando le funzioni perdute.
Il corpo è, dunque, nella clinica non solo un canale di comunicazione preferenziale, ma un vero e proprio ponte tra un io terapeuta e un io paziente che conferisce all’incontro e alla relazione la vera cura.