Verso l’infinito e oltre (appunti per un viaggio immaginario… o reale?)
Testimonianze | Luglio 2021
Autore: Fabio Arditi

In una delle sue poesie più belle (se non la più bella in assoluto), Octavio Paz dice che la poesia è reale e non è reale allo stesso tempo (Dire : Fare). Ugualmente, pensare ora, a 65 anni, di aver vissuto un bello spezzone di vita all’inseguimento di un ideale di avventura mutuato dalle letture giovanili di Salgari, Verne, Scott, London, Hemingway, Kerouac, mi fa strano, come se quel Fabio non fossi io ma un altro, uno che non conosco e che ha scelto di vivere una vita spericolata al posto mio. Che magari me ne sarei rimasto volentieri altri venti o trenta anni nella stessa USL di periferia, visto che ci avevo resistito i primi dieci.

Ma poi mi fermo un attimo e cerco di guardarmi attorno con distacco borgesiano nel piccolo container austero e malandato come una cella monastica del XXI secolo, mentre sto scrivendo questo pezzo da Juba nel grande compound internazionale dove sono approdato per la prima volta in vita mia da neanche un mese.

In realtà, in Giordania nel corso del 2018 e in Palestina pochi mesi dopo non era stato così diverso; però, o forse meglio sarebbe dire “grazie a ciò”, ugualmente arricchente e traboccante di valori umani profondi ed intangibili, ormai introvabili nella nostra epoca dove qualunque cosa, prima ancora che risolta, dev’essere strumentalizzata.

Allora capisco che non potrebbe essere altrimenti, che per me la vita vera è questa e che ognuno di noi nasce con qualcosa scritto dentro come i cartigli dei baci Perugina, che dipende da come li scarti. Se hai fretta e magari non lo sai che dentro alla confezione di ogni singolo bacio c’è un messaggio, rischi di perderlo o che magari non si riesca a leggerlo da quanto è stropicciato.

Oppure che, lentamente, ma molto molto lentamente, tutto pian piano acquista un senso e che questo senso è leggibile, decodificabile. Solo che a questo pensiero ci sono arrivato un po’ per volta, attraverso un processo meticoloso di de-costruzione, di allontanamento progressivo da quel modello di realtà condivisa e rassicurante anelato dalle famiglie formatesi a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, quando la guerra (mondiale) era ancora un ricordo vivo e il benessere diffuso, largamente a portata di mano. Quindi “fare carriera”, guadagnare, mettere al mondo almeno due figli (minimo), era un imperativo categorico kantiano o -tra i primi anglicismi del periodo- un “must”.

In questo senso però, un conto sono quelli che diventano operatori umanitari per scelta precisa perché ne hanno cognizione già dall’università in base al corso intrapreso o per pregressa tradizione familiare, e un conto sono quelli che ci arrivano dopo, come folgorati (ma oggi ha più senso dire bombardati) sulla via di Damasco. E questo è stato quello che è successo a me.

A guardarlo in modo superficiale, il mio curriculum sembra quello di un pazzo, di un disadattato, di uno che non ha saputo fare altro nella vita che perdere treni o gettare occasioni al vento invece di costruirsi una carriera, mettere su famiglia, avere uno scopo nella vita, come (forse) un tempo si diceva. Eppure il fine ultimo dell’uomo è quello di dare un senso alla (sua) vita, di avere una Storia, di organizzare il racconto in una narrazione avente filo logico. Ho passato anni a chiedermi il mio quale fosse. Perché non riuscissi a trovare il mio sistema di appartenenze, la vita che volevo vivere invece che essere vissuto.

Ora so che ci sono cose che per ciascuno di noi hanno valore e che questo valore dev’essere riconosciuto e conosciuto. Dev’essere forte, profondo, fondativo. Il Benessere Materiale, il Successo, il Potere. Questi sono esempi noti di valori fondativi forti, in cui molti si riconoscono e s’immedesimano per riempire di senso la loro vita.

Altri (e noto con rammarico che sono/siamo una minoranza), il senso se lo vanno a cercare in luoghi remoti, a volte letteralmente a volte metaforicamente (se sono particolarmente coraggiosi o particolarmente fuori di testa, trovano il modo di far coincidere entrambe le valenze). Luoghi remoti nello spazio e/o nello spirito, dove poter esercitare liberamente il diritto di scegliere obiettivi diversi da quelli -diciamo così- consumistici. In questi contesti accade un po’ meno raramente che il merito venga premiato, che la vita umana abbia valore (nel senso che viene realmente insegnato il valore di ogni singola vita e di ogni singola azione da compiere per preservarla). E che pertanto i comportamenti inappropriati siano sanzionati e -duramente- puniti.

In questi luoghi, visto che la vita ha così (o diciamo “più”) valore, lo ha pure la morte. Quindi in Palestina i civili palestinesi (nella mia personale esperienza in massima parte giovani adolescenti) spesso disarmati che muoiono nei conflitti a fuoco coi soldati israeliani armati fino ai denti vengono chiamati “martiri” dalla popolazione e trattati alla stregua di eroi (che poi è un modo un po’ più complesso e doloroso di elaborare il lutto collettivo di vedersi togliere letteralmente la terra da sotto i piedi un po’ per volta, lentamente, finché la Palestina non esisterà più né fisicamente né sulla carta geografica, probabilmente tra meno di 50 anni).

Quindi in Sud Sudan i conflitti sociali possono prendere (e di fatto prendono, come sempre accade ed è accaduto in passato in circostanze simili in tutti i luoghi del mondo) la forma della guerra civile. Ma è comprensibile ed è giusto prendere posizione perché la cosa sia negoziata e per quanto possibile risolta in modo pacifico, visto che parliamo di un work-in-progress e del fatto che nel mondo molto pochi sanno dov’è il Sudan e veramente pochissimi che il Sud Sudan è uno stato autonomo che ha ottenuto l’indipendenza grazie ad un referendum popolare nel 2011 e che è stato riconosciuto ufficialmente nel 2012 come entità politica (cioè uno Stato, una Nazione) a sé stante.

Da questo punto di vista, onestamente capisco (e giustifico) molto meno la guerra civile asimmetrica negli USA tra bianchi e neri, formalmente dichiarata conclusa nello stesso periodo in cui da noi veniva proclamata l’unità d’Italia ma di fatto mai completamente cessata, come dimostrano le vicende degli ultimi anni.

Verso l’infinito e oltre avevo intitolato il breve intervento scritto di getto e col cuore in mano qui dal Sud Sudan (ma non vedo come potrebbe essere diversamente). Ebbene, da quest’ultimo punto di vista (quello del titolo), raccomanderei più di una visione di Black Panther, film a mio avviso altamente profetico nonché proprio per questo istruttivo, uscito in Europa nel 2018, curiosamente liquidato dalla critica come un film di super-eroi e in Africa pressoché sconosciuto.

 

Riferimenti citati nel testo

O. Paz, Il fuoco di ogni giorno, Garzanti, 1994

J.L. Borges, Finzioni, Einaudi, 1971

https://www.imdb.com/title/tt1825683/