Vulnerabilità da covid-19: la particolare situazione nelle carceri durante la pandemia
Testimonianze | Dicembre 2020
Autore: Dott.ssa Stefania Saputo

La pandemia da Covid-19 ha creato una crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti, a cui gli Stati del mondo sono stati chiamati a far fronte in maniera tale da non mettere a repentaglio la democrazia, lo stato di salute e i diritti umani, come indicato dal Consiglio d’Europa.

Questo approccio dovrebbe essere ancora più centrale in relazione alle persone appartenenti a categorie vulnerabili, come bambini, persone anziane, soggetti con disabilità, migranti, senza fissa dimora o persone private della libertà. In questo breve testo, desidero porre attenzione sulla condizione psicologica proprio di quest’ultimo gruppo.

L’Italia, essendo uno degli stati più colpiti dalla pandemia, ha fin dall’inizio dell’emergenza implementato una serie di disposizioni volte alla salvaguardia delle persone ospitate negli istituti di detenzione, provando così a contenere la diffusione del virus al loro interno. Se in un primo momento il Dipartimento d’Amministrazione Penitenziaria aveva fornito raccomandazioni e indicazioni generali, in seguito sono invece stati suggeriti interventi ben precisi, come la sospensione delle attività trattamentali per cui era previsto l’accesso della comunità esterna (associazioni varie per la promozione della formazione professionale, insegnanti per il mondo della scuola, Caritas, volontariato a vario titolo, tirocinanti delle Università), la riduzione di attività lavorative esterne (attività di agricoltura/giardinaggio) ed interne (lavori di portavitto e pulizie interne) e non ultimo la sostituzione dei colloqui con i familiari con modalità a distanza. Oltre ai discutibili metodi di comunicazione, per quanto gli interventi introdotti possano sembrare legittimati per proteggere la popolazione carceraria, questi sono stati fin da subito fortemente criticati poiché imposti in mancanza di dispositivi di protezione individuale e di misure sanitarie adeguate a personale e detenuti, senza contare il fatto che questi provvedimenti, non accompagnati da altrettante misure di apertura, hanno provocato un ulteriore allontanamento del carcere dalla società, vista l’interruzione dei colloqui familiari, aggravandone le condizioni di detenzione. Sebbene il Sottocomitato delle Nazioni Unite avesse ribadito l’importanza di comunicare le nuove norme introdotte in modo trasparente, secondo il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute in Italia, è stata proprio la mancanza di una spiegazione efficace sulla natura e il contenuto delle misure a provocare lo scoppio delle proteste nelle carceri, a cui abbiamo assistito impassibili ed attoniti nei racconti dei vari telegiornali italiani. Sia le preoccupazioni rispetto al rischio di contagio data la promiscuità spaziale, sia la difficoltà nell’ottenere una percezione affidabile della reale entità del fenomeno, sono stati gli elementi che hanno portato da lì a poco allo scoppio delle rivolte. Queste, scoppiate tra l’8 e il 9 marzo in 49 istituti italiani, hanno provocato la morte di 14 persone tra i detenuti e di 59 feriti tra i poliziotti penitenziari, senza contare gli ingenti danni provocati alle strutture detentive.

Dopo le parole del Presidente della Repubblica, anche quelle di Papa Francesco si sono soffermate sulle difficili condizioni dei detenuti, in tempo di pandemia da Coronavirus. Il particolare ed intenso pensiero del Pontefice attraverso il racconto durante la Via Crucis delle diverse figure che gravitano attorno al sistema carcerario (familiari, detenuti, medici, psicologi e polizia penitenziaria), di particolare vicinanza nei confronti di tutte le persone maggiormente vulnerabili per essere costrette a vivere in gruppo, ha trovato una specifica menzione proprio riferendosi “alle persone nelle carceri”. Alla già precaria condizione vissuta all’interno degli istituti di pena per le condizioni di sovraffollamento si è aggiunta l’ulteriore ed insidiosissima emergenza, quella del rischio di contagio che renderebbe drammaticamente ingestibile la situazione sotto il profilo sanitario. Fuori dalle strutture, oltre “i cancelli”, l’unico modo per contrastare il diffondersi del virus è quello del distanziamento sociale. Lo impongono i provvedimenti adottati dalle Autorità centrali e territoriali, lo prescrive la comunità scientifica che lo diffonde attraverso ogni canale comunicativo. Tutti siamo chiamati a rispettare un piano di profilassi che tuteli, per quanto possibile, dalla diffusione di un virus la cui insidiosità è sotto gli occhi di tutti, e l’eventuale diffusione del virus all’interno delle strutture di detenzione è un fine da perseguire senza indugi. Un evento drammaticamente epocale, come quello che stiamo vivendo, impone al Governo di assumere misure immediate ed efficaci, calibrate sulle peculiari condizioni dei detenuti. Nel bilanciamento tra le esigenze di tutela della sicurezza collettiva e quelle di tutela della salute non è possibile non porre mano ad un piano di rivisitazione delle condizioni e delle modalità esecutive della pena.

Il tema della vulnerabilità delle persone detenute è di constante attualità, sia in considerazione delle tendenze della giustizia penale sia – e in particolar modo – a motivo dell’impellente necessità di intervento. All’interno della popolazione detenuta la parte di alcuni gruppi vulnerabili (come le persone anziane o affette da disturbi mentali) è in costante aumento. È dunque necessario, più che accordare dei privilegi, rispondere ai bisogni di questi gruppi e garantire loro un’assistenza professionale nel rispetto del principio di equivalenza (art. 74 CP). L’obiettivo ultimo deve essere quello di evitare gravi danni alla salute fisica e psicologica e tutelare i diritti fondamentali delle persone detenute. È un tema antico quello del “sovraffollamento”, rispetto al quale, va ricordato, l’Italia è già stata condannata dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Ma oggi l’emergenza del sovraffollamento è stata fagocitata da un ulteriore e più insidioso allarme che ne ha moltiplicato esponenzialmente la portata del disagio. Ed allora, solo consentendo all’interno delle strutture la presenza di un numero di detenuti compatibile con l’isolamento degli eventuali contagiati sarà possibile fronteggiare la diffusione epidemica garantendo così condizioni di tutela anche a tutto il personale chiamato ad operare negli istituti. I detenuti non vivono da soli nelle strutture: polizia penitenziaria, personale amministrativo, personale sanitario, insegnanti, psichiatri e psicologi sono chiamati quotidianamente a prestare servizio al loro interno. Tutte professionalità alle quali si deve garantire di lavorare in sicurezza e poter svolgere l’attività funzionale alle rispettive e specifiche attribuzioni.  Ove misure efficaci non fossero adottate in tempi rapidi sarebbe l’intero sistema carcerario a rischiare di andare in tilt! E qui torniamo, inevitabilmente, al punto di partenza. La tutela della salute per la popolazione detentiva è una tutela che va garantita senza tentennamenti e senza la paura di esposizioni alla protesta populista di chi tende a confondere e sovrapporre il concetto di certezza della pena con quello della necessità del carcere. Peraltro, talvolta, per considerare il carcere come un luogo di mera punizione ed in quanto tale non particolarmente interessante da analizzare sul piano dei diritti. È necessario abbandonare una concezione “carcerocentrica” della pena.  Perché non è possibile, a mio a avviso, non pensare che chi vive il mondo delle carceri non sia parte di noi, non sia parte della società. Non è possibile pensare che le chiavi di quei cancelli separino “i buoni” dai “cattivi” anche con riferimento a questi diritti elementari. A lungo si potrebbe parlare della funzione della pena e della scelta più o meno condivisa di ricorrere alla detenzione in carcere piuttosto che ad altre forme di espletamento della pena, anche guardando ai dati sulla recidiva. Non è il tempo di dibattiti. Se di emergenza si tratta, ed i numeri drammatici dei decessi e dei contagi ce lo ricordano giornalmente, è necessario agire immediatamente ed in modo adeguato alle circostanze. Oggi le persone ristrette nelle celle\strutture detentive rappresentano una delle fasce della popolazione maggiormente vulnerabili a causa della loro condizione psicologica e della forzata condivisione degli spazi. All’interno del carcere la convivenza si caratterizza per una dipendenza istituzionale reciproca e le interazioni mostrano un alto grado di complessità. Inoltre, l’asimmetria dei rapporti sociali e la vulnerabilità insita nella condizione di persona detenuta possono rendere quest’ultima vittima di abusi di potere, ovvero di discriminazione, isolamento, stigmatizzazione, maltrattamento e violenza fisica e psicologica. Ed è proprio questa condizione di maggiore vulnerabilità che, a mio giudizio, rappresenta una priorità assistenziale alla quale far fronte con interventi coraggiosi ed immediati, tanto che consentirebbe al principio di uguaglianza nel diritto alla cura di nutrirsi, in concreto, di effettività solidale e fisicità pulsante. Alcuni fattori personali (come il sesso, l’età, l’orientamento sessuale, lo stato di salute o il paese di origine) possono accentuare la vulnerabilità delle persone detenute. In molti casi, poi, queste persone presentano e accumulano molteplici fattori di rischio, trovandosi in una condizione conosciuta come «multivulnerabilità». Fortunatamente, sebbene non in maniera totalmente efficace, anche lo Stato Italiano si è impegnato a ridurre i numeri dei detenuti, provando ad assicurare misure sanitarie e di prevenzione allo stesso modo di tutti gli altri. Data la fine della piena emergenza, con l’inizio della fase due, anche la situazione all’interno del carcere è cambiata. Tramite il decreto-legge del 10 maggio è stato possibile riprendere i colloqui in presenza, sebbene in forma contingentata e su decisione dell’autorità sanitaria. Nonostante ciò, è stato ritenuto importante non abbandonare le nuove modalità di comunicazione sperimentate durante l’emergenza, considerando quindi di continuare l’utilizzo di tecnologie che permettano modalità comunicative efficaci e di estrema importanza per il benessere psicologico della popolazione carceraria.

In generale quindi, sebbene siano stati mesi di cambiamenti e restrizioni nella quotidianità di ognuno di noi, quella del carcere appare una delle realtà più vulnerabili. In questi luoghi infatti, il minimo cambiamento può rivoluzionare l’intero equilibrio, come è stato possibile notare dalle rivolte scoppiate poco dopo l’introduzione delle prime misure, soprattutto poi in un clima di paura e terrore per un qualcosa di sconosciuto come il Coronavirus.