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Rinascita o Rinascimento?

 

di Raffaella Nocito

 

Una testimonianza della Fase 2

“La quarantena” ci ha tolto tanto ma ci ha dato anche tanto “ci ha svelato parti importanti delle nostre vite… ci ha fatto prendere direzioni impreviste”: queste sono soltanto alcune delle riflessioni di Anna, una giovane donna di cui riporto la preziosa testimonianza.

Fase 2: primavera e vestiti colorati. La parola più bella da scoprire la conoscevo da tempo, ma non mi era venuta in mente in questi giorni (ho avuto una buona imbeccata): Rinascimento.

Non “rinascita”, come momento individuale, ma “Rinascimento”, movimento collettivo che ripensa e

sovverte le regole, che ammoderna il pensiero, che coltiva la bellezza della disobbedienza. Ciò che mette chiarezza nel disegno rinascimentale è, non a caso, la prospettiva, proprio quella che a noi serve in questo momento: una visione illuminata e lungimirante del domani, costruita secondo regole diverse da quelle cui abbiamo obbedito fino ad oggi. Un progetto guidato da un sentire comune di donne e di uomini. Scrivo donne per prima perché questo può e deve essere un Rinascimento al femminile: energico, empatico, sensibile, attento.

Ma abbiamo anche bisogno dei “nostri” uomini… Così, con la parola Rinascimento e i fiori della mia

blusa, durante l’ultimo incontro con la dottoressa, non ho potuto che pensare a Botticelli e alla sua

Primavera, alla giovanissima Simonetta Cattaneo, musa ispiratrice, e ai suoi fiori, tantissime e variegate specie che abitano l’intero dipinto: sono loro i veri protagonisti. Come in questa Fase 2, i nostri protagonisti sono i colori riemersi, il sole, l’aria, il vento, le belle giornate.

Avevo già scritto delle riflessioni sulla Fase 1, ma stranamente non ne riuscivo a produrre altre in questi giorni, sarà perché le nostre fasi 1 (quante ne abbiamo avute nelle nostre vite?!?) sono molto più fertili dal punto di vista della riflessione e della scrittura. Le nostre fasi 1 ci motivano ad esporci, a parlare di noi stesse agli altri, a confessare le nostre paure e le nostre sofferenze, a chiedere consiglio.

Le fasi 2, invece, sono da vivere per come vengono, non ci poniamo problemi, non siamo “costrette” a riflettere, a meditare, a darvi importanza. E invece forse abbiamo bisogno di farlo, di “dare peso” anche ai momenti positivi che viviamo, perché anche questi abitano le nostre giornate ed hanno diritto di essere “pensati”, sognati, coltivati, come – tornano i fiori- la rosa del Piccolo Principe. E allora oggi ho messo una blusa rossa a fiori, una sorta di kimono, gli orecchini con le frange e … ho videochiamato la psicoterapeuta. Abbiamo parlato di Rinascimento, di visioni future, ma anche di rinascita e di paure che ci frenano. Sono impedimenti reali o costrutti di un sistema di difesa sapientemente coltivato negli anni?

La quarantena ci ha svelato parti importanti delle nostre vite, ha messo in luce quella metà della mela che ci rifiutavamo di considerare, ha rafforzato le nostre paure, ma ci ha fatto anche prendere direzioni impreviste. Ci ha rivelato degli obiettivi che ci siamo negate a lungo e che per noi erano fondamentali, ci ha fatto scoprire più fragili e più forti.

Di sicuro della mia Fase 1, anzi delle mie fasi 1, porto con me un’immagine: la guardiana del faro. Lontana da tutto, famiglia, fidanzato, amici, ero e sono ancora – ma in modo diverso – una sorta di monade. Ingabbiata, mi sentivo fortemente libera, selvaggia, sola col mare col vento, coi gabbiani. Mi riprendevo la mia vera me, il mio tempo, i miei libri, la cucina. Oggi mi sento allo stesso modo, con la mia blusa a fiori, forse meno selvaggia, ma in ascolto di ciò che di positivo la (mia) natura mi può offrire. Con un suggerimento in più: non è detto che vicino ad un faro, sulla stessa costa, non se ne possa affiancare un altro. Si può essere distinti ma, insieme, anche più luminosi.

Queste riflessioni, maturate durante le sedute, sono emerse a partire dal periodo più intenso della quarantena e mi sono state donate da Anna insieme ad un suo acquarello.

Anna, oggi trentenne, era stata da me seguita anni fa per un disturbo del comportamento alimentare e, recentemente, prima del Covid, avevamo ripreso a fare alcune sedute con una modalità on line perché da anni insegna in una città del nord Italia. Utilizzare questo setting terapeutico non le ha creato alcuna difficoltà perché si era già abituata.

Non ci si può vedere faccia a faccia, non si possono porgere i fazzoletti per asciugare le lacrime, ma resta comunque lo strumento più importante – la parola – che, insieme alle espressioni e alla gestualità, ci aiuta in qualche modo a capirci, ad entrare in sintonia”.

 “Mi sono trovata a vivere una storia a distanza, già prima in bilico, a cui la riflessione della quarantena, credo, possa dare una risposta. È una risposta che non sono stata finora in grado di trovare da sola, forse per timore di lasciarmi andare ad una vita a due, alla costruzione di una vera famiglia, forse per paura di abbandonare lui e ritrovarmi da sola, senza riferimenti. Ho dovuto chiedere aiuto, in un momento delicato della mia vita in cui non riuscivo a fare delle scelte”.

Lo spazio terapeutico sta aiutando Anna a riflettere, a procedere a piccoli passi, cercando di superare gli ostacoli che le si ponevano davanti, e a connettersi con se stessa e con quelle parti di lei che avevano più bisogno di essere accolte ed ascoltate soprattutto in un periodo come questo che stiamo vivendo.

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