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Terapia di Gruppo da remoto

 

di Calogero Lo Piccolo

 

A partire dall’8 marzo, il quotidiano non è più stato lo stesso, come sappiamo bene. Pratiche consolidate, tranquillamente rubricate nel tran tran abitudinario, improvvisamente sono diventate non praticabili, in termini di legge e in termini di senso ad un tempo.

Dopo più di un paio di decenni di esercizio della professione, di repente fare gruppi non era più possibile.

Considerando che il fare gruppi è sempre stato il centro del mio agire e del mio pensare terapeutico, non una cosa da poco.

Giorni trascorsi faticosamente a contattare i pazienti, a comunicare la sospensione delle sedute, a cercare alternative possibili, che fondamentalmente si riducevano al ritorno alla seduta individuale, da remoto per lo più e per di più.

Che per alcuni poi diventavano anche un arresto brusco del progetto della fase di vita, perché poi la vita di un gruppo è, inevitabilmente, la vita di tante persone.

Conduco da anni, tanti, tre gruppi settimanalmente.

Ciascun gruppo ha un suo proprio ciclo di vita, che si sostanzia non soltanto con gli incontri settimanali, ma che si struttura via via con il lento movimento che attraversa la trama gruppale, i nuovi inserimenti, la conclusione delle terapie, qualcuno lascia il gruppo, qualcun’altro comincia, e in questi passaggi semplici la vita del gruppo permane ed evolve.

Proprio la settimana della sospensione, un nuovo paziente avrebbe dovuto compiere l’inizio della sua conoscenza nel gruppo, col gruppo e attraverso il gruppo. Per ironia della sorte, un paziente con un severo disturbo d’ansia da contaminazione, che mi aveva contattato proprio per la decisione di vivere una esperienza di condivisione per allentare la morsa della sintomatologia fobica.

Altri pazienti stavano invece lavorando per concludere il proprio personale percorso, momento sempre intenso per sé e per i compagni di gruppo. Accoglienza e separazione, non diversamente dalle altre esperienze di vita, in gruppo si attraversano questi momenti che simbolicamente e concretamente costituiscono i cicli del gruppo stesso.

Tutto fermo, tutto sospeso, tutto rinviato a chissà quando.

La segregazione come atto di cura e responsabilità verso l’altro imposta dalla situazione emergenziale che si mette di traverso verso gli usuali atti e gesti di cura reciproca.

Fin qui la parte nota.

Dopo le prime settimane di assenza, dopo il primo momento di attesa, di navigazione a vista, comincia ad arrivare dai pazienti stessi la sollecitazione a riprendere, a pensare a nuovi dispositivi, che sostanzialmente potevano soltanto essere quelli in remoto.

Per quanto nella mia pratica professionale mi sia ritrovato già da alcuni anni a condurre, più precisamente a continuare, delle terapie online con pazienti che per scelta di vita non vivevano più in città, quindi in parte aduso ad esse, le mie perplessità non sono state poche nel pensare il gruppo in modalità virtuale.

Direi anche le mie resistenze, ad uscire dalla stanza e dall’incontro dei corpi e tra corpi, pur dentro le regole della astinenza analitica.

Poi, comprendendo anche che i tempi non sarebbero stati brevi, decido di fare quello che in fondo ho sempre fatto, sperimentare, esplorare, studiare e vedere cosa ne sarebbe venuto fuori, condividendo tutto questo con i pazienti, ovviamente, a partire da alcune perplessità e la decisione di andare vedendo.

Il primo incontro, i primi incontri sono stati strani e stranianti. Pieni di emozioni contrastanti, da un lato il sollievo dell’essersi reincontrati, dall’altro tutto quello che la mediazione dello schermo poteva implicare.

Non semplice e non di poco conto. La stanza virtuale della analisi non è esattamente corrispondente alla stanza di analisi.

Ciascuno era un volto che però abitava in quello stesso momento il proprio spazio di vita, che più che mai meticciava lo spazio della terapia, non soltanto in termini simbolici.

Spazio fisico in cui si abita, le persone con cui si abita, le voci e i rumori, tutto entra meravigliosamente nello spazio della seduta e della relazione analitica, nello spazio mentale dei partecipanti. L’irruzione improvvisa dei bambini sullo schermo ne costituisce il simbolo più intenso.

Decenni interi di teorie della tecnica, improvvisamente diventati relativi, come tutto il resto del resto.

Più che mai al saltare del set, non resta null’altro che il setting nella sua pura dimensione relazionale interiorizzata e condivisa.

A volte, le parole si smorzano perché non si è sicuri che nessuno sia in ascolto nelle stanze attigue, a volte rumori di sottofondo frammentano le voci per disturbo alla linea. La fatica di ascoltare è anche fisica, non soltanto di sintonia di codici, come di solito avviene.

Ma la voglia di trovare un senso condiviso ad un momento così unico e accomunante, così difficile e deprivato, è una molla potente che fa accettare con lievità tutti gli imprevisti via via che accadono.

Certamente in questi momenti viene fuori tutta la solidità della matrice gruppale, che smette di essere un costrutto teorico per incarnarsi appieno. Il fatto è che questi gruppi esistono da decenni, due di essi in particolare da un paio di decenni e più, il terzo è più giovane, ma ormai con una storia consolidata.

E le trame affettive che sono andate via via tessendosi hanno mostrato tutta la loro tenuta nei momenti di crisi e in quelli di passaggio.

Quando Foulkes parla del conduttore come del primo paziente del gruppo, potrebbe sembrare un artificio retorico, con pochi agganci con la realtà fenomenica delle sedute; eppure, mai mi sono sentito più allo stesso livello dei pazienti, mai mi sono sentito più aiutato, sia nella gestione degli aspetti tecnologici che in quelli relazionali profondi. D’altra parte, la cosa che ha reso molto particolare tutto questo periodo caratterizzato dalla pandemia, è stata proprio l’essere immersi tutti nella medesima condizione esistenziale di fondo. E questo si riflette profondamente nel vissuto della seduta.

Una differenza notevole, determinata dal medium tecnico, riguarda il processo comunicativo, più alternato che corale. Ciò ha trasformato la terapia più in una terapia in gruppo, in un certo senso, che attraverso il gruppo, perché lo spazio di parola è molto più soggettivo, la narrazione più personale, meno interconnessa, ed anche l’ascolto rivolto all’altro che alle proprie risonanze interiori.

Così come la gestione dei silenzi è più complessa, perché sa più di attesa e di vuoto davanti lo schermo più che di pensare condiviso.

Inevitabilmente ciò comporta un’attitudine differente anche nello stile di conduzione, più volto verso una facilitazione della comunicazione intanto, meno alle altre funzioni, che permangono sullo sfondo, come quella di riprendere le fila dei nodi narrativi comuni.

La cosa sorprendente però, quella per me inattesa, è stata spesso la sensazione di una strana e paradossale intimità, che viene a determinarsi non so quanto perché data dal mezzo, o quanto perché la densità della fase storica lo richiede.

Naturalmente ci sarebbe molto altro da dire, ma la cosa più importante è la dimostrazione che, una volta di più, questo mestiere ti mette sempre nelle condizioni di imparare, sperimentare, stupirti. E di dire che ne vale la pena.

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