Riflessioni ad alta voce dei Gruppi di Lavoro di Psicologia dell’Emergenza e di Etnopsicologia e Psicologia delle Migrazioni OPRS
Comunicato congiunto | 18 Marzo 2022

Quotidianamente ci prendiamo cura di persone esposte ad eventi traumatici di natura individuale e/o collettiva ed attraverso il nostro lavoro sappiamo che le guerre hanno un impatto negativo sulla salute mentale di chi vi è direttamente coinvolto, ma non solo. Il conflitto armato e la violenza non distruggono solo i beni materiali di una comunità o il suo territorio. Guerre e violenze devastano anche il substrato relazionale delle comunità coinvolte, spesso associandosi alla perdita dei propri cari, alla necessità di separarsi da loro o alla migrazione forzata, alla perdita della propria lingua madre, delle proprie ritualità, delle cornici socio-antropologiche al cui interno ci si sente persona.
Il confronto con la morte e con la continua minaccia all’integrità psicofisica propria o altrui, può facilitare la slatentizzazione di alcune fragilità pregresse, spesso esitando in veri e propri quadri psicopatologici di rilevanza clinica significativa.
Esiti di questo tipo possono riguardare chi è vittima diretta della violenza indiscriminata della guerra, ma anche di chi non l’ha conosciuta facendone esperienza in prima persona. Non pensiamo solo alla trasmissione del trauma da una generazione all’altra, ma anche al fatto che, complice l’infodemia dilagante e l’innesto sullo stress cronico alimentato dalla pandemia, tutti noi siamo maggiormente esposti a sperimentare vissuti di insicurezza, paura, rabbia. Ci sentiamo pertanto di condividere che è fisiologico percepire uno stato di paura e di allerta, che potrebbe manifestarsi anche attraverso disturbi del sonno e dell’alimentazione, tendenza alla continua ricerca di informazioni o tentativi di isolarsi totalmente dagli eventi, tutto ciò ricade ancora nella  fisiologica percezione della paura.
La paura genera ansia che esaspera le percezioni di cui sopra e può portare allo sconfinamento dall’ansia all’angoscia.
Lo stato di angoscia si può manifestare con forme di abuso sia di sostanze, cibo, alcool, fumo, farmaci, sia di informazioni, infodemia, sia nelle relazioni interpersonali, maggiore aggressività e/o promiscuità nei rapporti affettivi.
Ciò potrebbe anche sfociare in un’esasperata ricerca del capro espiatorio o di ideazioni paranoidee, che cerchino colpevoli a quanto accade, aumentando la rabbia e gli eccessi di irascibilità.
Tutto ciò può accadere con modalità espressive e comportamentali diverse in qualunque fascia di età della popolazione, dai bambini sino agli anziani, passando per gli adolescenti e gli adulti.

In questo momento tutti ci sentiamo sotto minaccia, non solo per il rischio della perdita degli ideali della pace e della convivenza democratica, ma anche come possibilità concreta di impoverimento economico tale da creare una reale sfida alla nostra stessa esistenza.

Diventa fondamentale restare in ascolto di noi stessi e dei nostri figli, farci e far loro delle domande e accogliere i pensieri, senza sentirci “in colpa” se non riusciamo a darci e a dar loro risposte; abbiamo bisogno di sentire che siamo vicini ed empatici con noi stessi e con gli altri, per riuscire a gestire il senso di smarrimento che talvolta ci pervade.

Come comunità professionale non possiamo dimenticare che tra i soggetti attualmente esposti ad un elevato rischio di traumatizzazione vi sono le popolazioni attualmente in fuga dai territori colpiti dall’attuale guerra, ma anche coloro che in Europa avevano già cercato rifugio, fuggendo da altre guerre. Profughi e migranti arrivati in Europa da territori extraeuropei percepiscono improvvisamente come NON sicuro il contesto che li ha accolti. Inoltre, come dovrebbe essere percepito il fenomeno di discriminazione attuato al confine con la Polonia davanti ai profughi non europei?
La guerra ci riguarda tutti, insomma, forse più da vicino di quanto vorremmo.
Compiere gesti solidali verso chi è in difficoltà diventa un modo per recuperare spazi di attività in una situazione altrimenti subita passivamente, una possibilità di costruire convivenza attivando dinamiche comunitarie di cura.
Riteniamo importante ricordare che le iniziative personali devono sempre ricadere dentro le cornici istituzionali di intervento.

I nostri Gruppi di Lavoro si uniscono alle voci di coloro che sostengono le opzioni non cruente di risoluzione dei conflitti bellici.
A noi, in quanto comunità professionale, resta il compito oneroso di facilitare processi di comprensione di quanto avviene intorno e dentro di noi di fronte all’ennesima guerra.