Pubblicato il: 19 Luglio 2021
Nell’immaginario collettivo l’Iraq è un paese di sofferenza, sangue, guerra. Io l’ho sempre visualizzato come un luogo di colore marroncino, quello delle tute mimetiche, le mitragliatrici, i carri armati, il bronzo delle statue riverenti poi abbattute. Ce l’ha mostrato così la televisione degli anni Novanta e dal 2014 in poi come teatro degli orrori dell’ISIS. Non avrei mai pensato di lavorare lì un giorno.
Quando a marzo 2020, in piena pandemia, ho iniziato il mio ruolo come Psicologa Clinica per un’agenzia investigativa dell’ONU in Iraq, un nuovo mondo si è aperto davanti a me. Ma non si è trattato di un enorme shock culturale o di disagio in quanto donna in terra straniera.
L’Iraq è caratterizzato da molteplici minoranze etniche e religiose che hanno convissuto per secoli e dove la comunità internazionale è ampia, dato il numero di giornalisti e lavoratori umanitari precipitatisi lì durante e dopo le guerre. Ad Ankawa, un quartiere cristiano di Erbil, la capitale del Kurdistan, la vita scorre normale tra ristoranti libanesi, indiani, italiani e nuovi locali ‘alla moda’ dove spesso gli espatriati annegano nell’alcol le preoccupazioni della giornata di lavoro. Questo senso di pseudo-normalità lo si ritrova camminando tra le bancarelle del Suk (il mercato locale) e le strade dell’antica cittadella, tra palloncini, tappeti e dolciumi.
Ma quando ci si allontana dalla città, gli sconfinati campi IDP (internally displaced people) e i numerosi posti di blocco che sbucano come dal nulla tra le distese verdi della Mesopotamia, ci raccontano una storia diversa. Ci raccontano che l’Iraq non è solo marroncino, ma anche verde, un verde intenso. Un verde le cui speranze sono però state lacerate da anni di soprusi, dove molti sono stranieri in casa propria.
Come psicologa, una delle prime cose che ho imparato è stata che in Iraq le dinamiche psicologiche sono imprescindibili dalla dimensione storica e politica. Era tutto scritto negli articoli che avevo letto in preparazione al mio lavoro, ma poi l’ho toccato con mano durante i colloqui con i testimoni e le vittime dei crimini commessi dall’ISIS. Donne schiavizzate per anni, bambini-soldato e testimoni oculari di massacri: i sintomi sono spesso sofferenze fisiche. Gli anni di prigionia, abusi sessuali, uccisioni di massa e conseguenti traumi collettivi si trascrivono come inchiostro sul corpo: mal di schiena, spasmi addominali, intorpidimento, e dolore generalizzato. Si convive-mente e corpo- con il trauma. Il trauma è parte dell’identità storica e comunitaria.
Ho anche imparato che non avrei salvato il mondo. Essere una psicologa in un contesto del genere può essere frustrante, quando aspirazioni quasi eroiche si sfaldano giorno dopo giorno al confronto con la realtà. Spesso ci si sente impotenti. Dopo la liberazione di Mosul, ultima roccaforte dell’ISIS nel 2017, numerose ONG e agenzie dell’ONU hanno mobilitato risorse per aiutare i sopravvissuti durante il processo di pace e ricostruzione. Non ero la prima ad offrire supporto e spesso ho rintracciato un senso di diffidenza, non tanto come donna, espatriata e psicologa, ma più in quanto parte di un’organizzazione internazionale talvolta percepita come distante dai bisogni immediati delle persone. In più, molti non amano l’idea di incontrare uno psicologo, quando le preoccupazioni che ritengono più pressanti riguardano la loro immediata sopravvivenza. La maggior parte delle persone che incontravo si ponevano domande del tipo: “quando avrò la possibilità di tornare a casa e condurre una vita normale?”; “Come potrò sentirmi al sicuro in un villaggio dove i vicini di casa sono diventati carnefici della mia famiglia?”; “Come farò a trovare un lavoro e mantenere me e i miei cari?”; “Che futuro avranno i miei figli?”. Alcune sono domande simili a quelle che io, come probabilmente molti altri giovani siciliani, mi sono spesso chiesta nel tentativo di trovare lavoro e prospettive di un futuro soddisfacente in una terra che non sempre offre molte opportunità. Altre, invece, sono preoccupazioni inimmaginabili per chi, come me, ha sempre vissuto, nonostante le difficoltà, in un clima di pace e con un passaporto che mi permette di andare ovunque io voglia.
Io non avevo risposte a quelle domande, ma poi, scavando più in profondità, ho compreso che i sopravvissuti avevano bisogno di condividere questioni altrettanto pressanti: la tentazione, spesso dietro l’angolo, di farla finita o il desiderio di scappare e iniziare una nuova vita altrove, di raggiungere i figli abbandonati, di reinventare una nuova identità. Io potevo offrirgli un “luogo sicuro” in cui esprimersi liberamente. Potevo aiutarli a confrontarsi con la vergogna degli abusi sessuali, le difficoltà nelle relazioni, la sfiducia e il lutto, spesso un lutto ambiguo, irrisolto e l’accettazione di queste ambiguità, delle contraddizioni della guerra, degli orrori, e dalla forza che ne emergono. Potevo spiegargli quanto fosse importante il supporto degli altri quando ci si sente disperati. Spesso questo non potevo farlo direttamente, ma attraverso il mio lavoro con le ONG locali, che “aiutavo ad aiutare”. Il fatto di interagire solo per breve tempo con queste persone e doverle poi affidare ad altri professionisti psicosociali era un’altra fonte di frustrazione.
Ma c’era sempre un barlume di speranza, la stessa speranza che li spingeva a testimoniare contro i propri aggressori e di contribuire alla giustizia. Il concetto di giustizia, spesso astratto e inconsistente, aveva per loro più valore di quanto potessi immaginare. Era il senso del mio lavoro. Era una forza motrice in grado di restituirgli fiducia, riscatto e forza.