L’intervento psicologico nel contesto ospedaliero ai tempi del COVID-19
Testimonianze | Ottobre 2022
Autori: Alessandra Giammanco - Serena Riina - Federica Lisciandrelli - Simona Salvo - Giorgia Coniglio

A decorrere dal mese di aprile 2021, il nostro gruppo, composto da tre psicologhe e due psicoterapeute, svolge il proprio lavoro presso il P.O. “G. F. Ingrassia” al fine di fronteggiare l’Emergenza Sanitaria Covid-19, effettuando interventi di supporto psicologico sintetizzabili in:
• Supporto psicologico ai pazienti e ai loro familiari e/o caregivers;
• Facilitazione, mediazione e supporto della comunicazione tra familiari e pazienti e tra familiari e/o pazienti e il personale sanitario;
• Accoglienza e supporto delle donne vittime di violenza di genere;
• Interventi di supporto e di contenimento emotivo nel fine vita;
• Riduzione delle condizioni di stress lavoro-correlato degli operatori sanitari;
• Rafforzamento e consolidamento del rapporto con i Servizi Territoriali, nell’ottica del lavoro di rete.
Nel corso dei primi mesi, dopo un accurato confronto con il Direttore Sanitario e i Primari dei reparti, si è resa evidente la necessità di effettuare un’analisi dei bisogni degli operatori della struttura, non sempre consapevoli dell’entità dei vissuti che stavano attraversando. L’estrema stanchezza degli operatori sanitari che, a causa dell’enorme numero di contagi, si trovano a reggere, in numero ridotto, un carico di lavoro senza precedenti, ha richiesto un intervento di supporto psicologico costante e capillare. Dai racconti di medici, infermieri e personale sanitario tutto, più volte è emerso come, al fine di fronteggiare l’emergenza sanitaria e l’ansia derivante da questa, sia stato necessario anteporre il “saper fare” ai propri vissuti emotivi, quasi mettendone in stand-by l’elaborazione simbolica. Questa fase è stata imprescindibile per una presa di coscienza di quanto accaduto negli ultimi due anni: il contatto quotidiano con la sofferenza e la morte accentuato dalla paura del contatto fisico, legata al timore di contrarre il virus e di poterlo trasmettere ai propri familiari.
Al contempo, è stato possibile costruire giorno per giorno un lavoro sinergico e di équipe, volto all’accoglienza e all’ascolto delle persone che accedono al Presidio ospedaliero. In particolar modo, la nostra esperienza all’interno dell’area dell’emergenza ci ha permesso di entrare in contatto con un ampio spettro di psicopatologia e condizioni di disagio psico-sociale. La società post moderna è infatti caratterizzata da forti spinte individualistiche che favoriscono, laddove non siano già presenti, vissuti di solitudine e vero e proprio isolamento sociale.
Nella fattispecie l’incontro con la solitudine, non soltanto legata alla pandemia, spesso si concretizza in anziani in condizioni di fragilità psichica ma anche fisica e sociale. Non di rado la carenza di servizi territoriali e/o caregiver di riferimento fa sì che l’ospedale divenga un luogo dove ricercare rifugio e accudimento, talvolta accedendovi anche in maniera impropria.
È il caso di una signora di oltre settantacinque anni che, in seguito alla morte del coniuge, accedeva con frequenza quasi giornaliera al Pronto Soccorso del presidio, richiedendo cure mediche di cui non necessitava in ambito emergenziale. La presa in carico multidisciplinare (con assistente sociale, psichiatri, medici di sala, ecc.) ci ha permesso di rispondere in maniera risolutiva al bisogno della paziente, interrompendo così un circolo vizioso di solitudine, emarginazione sociale e richieste improprie.
Un altro aspetto dell’isolamento che riguarda tutti i pazienti, dalle donne in gravidanza alle persone più anziane, è legato all’impossibilità di avere accanto i propri cari durante la degenza (seppur oggi, rispetto allo scorso anno, le misure di sicurezza adottate dagli ospedali siano meno stringenti) cui spesso si accompagnano difficoltà a comunicare con questi ultimi. Questo genera vissuti abbandonici e un’ansia quasi soverchiante non soltanto nel degente ma anche nel caregiver, il quale a sua volta si ritrova in preda ad una forte paura, non potendo accertarsi in prima persona delle condizioni di salute del familiare. In questo contesto diventa fondamentale un lavoro volto al contenimento e alla facilitazione della comunicazione tra paziente e caregiver, nonché tra caregiver ed équipe medica, soprattutto quando si rende necessario agevolare un’elaborazione emotiva delle condizioni di decadimento psicofisico del paziente anziano.
Ancora, è evidente come la pandemia abbia contribuito da un lato a slatentizzare preoccupazione di stampo ipocondriaco, dall’altro la comparsa o accentuazione di condotte di evitamento: non è raro incontrare pazienti in triage che raccontano di non aver effettuato durante gli ultimi tre anni i controlli di routine (ad esempio screening, rivalutazioni di terapie già assunte, ecc.) e di rivolgersi, in seguito alla comparsa di sintomi anche lievi, a un contesto emergenziale come quello del Pronto Soccorso, quasi certi di andare in contro a gravi conseguenze mediche. Il bisogno di mantenere il controllo e la paura di perderlo generano infatti una spirale di fantasie terrifiche, che quasi impedisce il contatto con la realtà.
Sostituirci al vuoto con l’accoglienza e l’ascolto e restituire un senso a ciò che accade durante la permanenza in ospedale sono gli obiettivi che guidano quotidianamente il nostro intervento. La possibilità di guardare il paziente in un’ottica integrata in cui il piano cognitivo-simbolico, emotivo, fisiologico e posturale-muscolare sono tutti al contempo oggetto di attenzione; dare ascolto a un corpo che soffre: questi aspetti permettono al paziente di essere visto nella propria globalità e di riportare dignità alla sofferenza che si manifesta su tutti i piani del Sé.