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Riflessioni sulla Giornata di Supervisione clinica (Catania, 23 Settembre 2022)

Pubblicato il: 23 Marzo 2023

Di:Luisa Granato

Inutile sottolineare quanto l’esperienza di supervisione clinica, con la presentazione di un mio caso clinico, sia stata per me arricchente.

Quello che desidero dunque argomentare è piuttosto perché.

Proprio in chiusura di quella giornata mi fu data la parola per lasciare un breve commento sull’esperienza fatta. E fu in quell’occasione che pronunciai tre parole che hanno racchiuso per me il significato di quella giornata.

La prima è RICCHEZZA.

Ho sempre creduto che la possibilità di confrontarsi è ricchezza.

Lo è anche quando ci si confronta con chi più o meno la pensa come te, perché dal confronto esce sempre qualcosa di nuovo. Ma farlo con chi ha una epistemologia anche molto distante dalla propria ha in sé la grande potenzialità di allargare enormemente gli orizzonti.

Bateson direbbe che è dalla differenza che si ottiene informazione.

E questo concetto introduce la mia seconda parola chiave: INTEGRAZIONE.

L. Cancrini in La psicoterapia: grammatica e sintassi parla della pluralità formativa come opportunità.

Con una sottolineatura importante: la differenza tra eclettismo, considerato come uso indiscriminato di tecniche eterogenee, e integrazione.

Con quest’ultimo termine ci si riferisce infatti piuttosto alla possibilità di avvalersi di un modello ben sperimentato, di una epistemologia ben salda e conosciuta, da affiancare però, in momenti particolari, ad altri modelli.

La possibilità così di avere punti di vista diversi della stessa cosa permette di raggiungere una maggiore profondità.

Ed è ancora Bateson a ricordarci che “Due descrizioni sono meglio di una” e che “Dalla giustapposizione di descrizioni multiple si genera informazione di tipo logico nuovo”. (Bateson, 1979).

Ho sempre immaginato la mia scuola di specializzazione come la mia base sicura.

Eppure, come ci insegna J. Bowlby, sarà solo la possibilità di allontanarsi da questa base che permetterà di scoprire mondi nuovi.

Integrazione dunque come ricchezza per noi terapeuti, per aumentare la varietà all’interno del nostro strumentario, della nostra casetta degli attrezzi, senza togliere nulla alla nostra identità professionale.

Tuttavia, la possibilità di muoversi con disinvoltura in un campo così vasto può derivare solo da una precisa e specifica conoscenza delle peculiarità di ciascun approccio, in primis del proprio.

C’è un tempo. E la psicoterapia ha avuto, come tutti i sistemi, necessità dei suoi tempi. Tempo in cui ciascun approccio ha dovuto nascere, crescere, sviluppare una propria identità, un’appartenenza.

Tempo in cui ha dovuto definirsi spesso per contrasto.

Forse inizia a prospettarsi oggi un nuovo tempo per il nostro lavoro, quello dello svincolo. Forse questa sarà la nuova frontiera del nostro affascinante e complesso lavoro.

Credo che questo, l’integrazione delle psicoterapie, potrebbe essere un terreno futuro di comprensione, studio e ricerca.

Altrimenti in quell’oceano borderline dove immergiamo spesso troppo facilmente i nostri pazienti presto dovremo immergere anche noi terapeuti, presi da una scissione tra buono e cattivo, giusto e sbagliato, utile e inutile, in assenza di integrazione, l’unica realmente in grado di portarci tutti ad uno stadio più evoluto.

La terapia è un’arte, è quest’arte sta nel modo in cui noi terapeuti possiamo utilizzare strumenti anche spesso diversi e lontani dal proprio modello teorico, al fine di raggiungere un cambiamento utile nei nostri pazienti.

La terza parola che porto con me da questa esperienza è CORAGGIO

Quando mi si palesò la possibilità di presentare un mio caso clinico durante una giornata di supervisione indetta dall’ordine degli psicologi della regione Sicilia, ammetto che il mio primo pensiero fu “non lo farò mai”. Chiamiamola timidezza, imbarazzo, riservatezza, o altro.

Ma poi ho pensato che poteva essere un momento utile per me come terapeuta, ma ancora di più per la paziente di cui avrei esposto il caso.

Uscita da quella giornata certamente sentivo di avere più strumenti da utilizzare, maggiore consapevolezza, e questo mi è stato utile all’interno della relazione terapeutica con la mia paziente.

Credo che il nostro lavoro sia una professione meravigliosa, ma allo stesso tempo richiede audacia e coraggio. Che poi in fin dei conti è lo stesso coraggio che chiediamo ai nostri pazienti.

Essere psicologi-psicoterapeuti è molto di più che starsene comodi su di una poltrona ad ascoltare le difficoltà delle persone e proporre soluzioni… è scendere con i nostri pazienti nei meandri più profondi e lugubri, puzzolenti e angosciosi, e con loro provare a trovare migliori e più funzionali vie di uscita.

Sentivo che proporre il caso in quella giornata poteva essere per la mia paziente un’opportunità, e alla fine non ho esitato a coglierla.

Per tutti questi motivi ringrazio l’ordine degli psicologi per avere messo in campo questa possibilità.

Per me è stato come vedere la stessa cosa ma da molti punti di vista diversi, questo mi ha permesso di creare struttura, connessione, profondità, di avvicinarmi ad una auspicabile totalità pur consapevole che il processo integrativo è e rimane sempre aperto e relativo.

Non so quanti abbiano partecipato a questo evento presentando casi clinici, ma è un esperienza che consiglio di cuore a tutti i miei colleghi.

Accogliere pareri diversi è segno di grande umiltà.

E la nostra professione dovrebbe essere una professione di coraggio e umiltà.

È la capacità di mettersi in posizione down, consapevoli che non esiste un giusto e uno sbagliato, ma solo punti di vita.

Consapevoli che il nostro obiettivo resta sempre uno, migliorare la qualità di vita delle persone che ci chiedono aiuto. Lontani da lotte di potere che sviliscono la professione, e certamente non aiutano i pazienti/clienti.

Oltre l’imbarazzo di una giornata, c’è una possibilità in più che diamo alle persone che a noi ogni giorno affidano le proprie vite. E solo questo è motivo sufficiente e valido per mettersi in gioco e “rischiare”.