Pubblicato il: 23 Marzo 2023
Partecipare all’evento di co-supervisione clinica organizzato dall’OPRS è stata un’importante occasione sia di formazione professionale che di conoscenza. Il confronto reciproco con cinque modelli ed approcci differenti mi ha permesso non solo di arricchire le mie competenze ma soprattutto di accrescere la mia funzione pensiero e anima. A tal proposito, riflettendo sulla mia esperienza e sulle funzioni dell’anima e dell’animus descritti da Jung come elementi strutturali dell’inconscio collettivo, credo che prendere spunto dal suo pensiero con il quale indicava le immagini dell’anima corrispondenti alla controparte sessuale di ogni individuo possa sposarsi bene con ciò che ha rappresentato per me questa esperienza: divenire chi veramente siamo, differenziandoci dagli altri se pur rimanendone in rapporto. In tal senso, prendendo spunto dall’etimologia del termine confronto che significa “mettere di fronte”, da cum “insieme” e frons frontis “fronte”, cioè del mettere di fronte due o più cose per riconoscerne le somiglianze e le diversità, per me l’esperienza ha rappresentato proprio questo: guardarsi e riconoscersi anche nelle individualità, scambiando conoscenze ed esperienze, quest’ultime ancor più importanti poiché è attraverso l’esperienza che ognuno può diventare consapevole delle proprie risorse e modalità relazionali, strumenti necessari alla nostra professione.
Ciò ha aperto in me una finestra di riflessione sull’importanza della co-supervisione clinica, uno spazio di ragionamento, discussione e confronto tra “pari”, un approccio che facilita l’idea di co-costruzione favorendo l’allargamento della cornice di osservazione dei problemi e delle soluzioni, agevolando il cambiamento del punto di vista, aprendo strade di riflessioni, di domande, di scoperte. L’incontro con l’Altro è potenzialmente sempre fonte di nuove conoscenze ed è stato sorprendente accorgermi di come questo incontro di intervisione abbia aperto alla possibilità di rispecchiarsi nell’esperienza dell’altro favorendo maggiore consapevolezza circa il proprio ruolo nella relazione terapeutica, il contesto, i vincoli e le possibilità d’intervento, condividendo le proprie risonanze e suggerendo ipotesi di lavoro all’interno di un linguaggio specifico, ma profondamente comune e condiviso.
Si è venuto così a creare uno spazio di possibilità, ad oggi fondamentale nella pratica clinica, di integrazione in cui noi psicologi possiamo riscoprirci attraverso un vedere insieme, un vedere con, che permetta non solo di apprendere dall’esperienza con il paziente ma anche di trasformare con l’Altro l’incontro analitico con il paziente nel nostro sapere esperienziale, in una dimensione terza, il “luogo dell’incontro” intersoggettivo.