Pubblicato il: 8 Luglio 2025
“Nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi“.
La celebre frase di Einstein mette bene in evidenza una questione che sembra attraversare i tempi storici e le culture di appartenenza: l’aggressività umana. In fondo, seguendo anche le indicazioni di sociologi e antropologi, ogni società umana si fonda per cercare di creare una risposta a domande essenziali-esistenziali quali: la morte, la sistemazione dei rapporti umani e la gestione dell’aggressività. Già aperta nell’antica Grecia dalla filosofia, la questione sull’aggressività interroga l’uomo; Erich Fromm scrisse un saggio a tal proposito (“anatomia della distruttività umana”) [1] in cui avanza l’ipotesi che l’esplosione dell’aggressività umana inizia nel momento in cui la società passa da una strutturazione matriarcale ad una patriarcale. Secondo l’autore, infatti, il passaggio al patriarcato ha determinato maggiori conflitti bellici per la difesa del territorio; nel saggio rimane aperta la questione se proprio per la necessità della difesa dei confini sia stato reso necessario il passaggio a questo tipo di società. Dagli studi etologici abbiamo la conferma che l’aggressività sia un meccanismo funzionale alla salvaguardia della specie e questa varia a seconda sia delle dimensioni del branco che in relazione a conflittualità determinate dalla lotta inter-specie. Eppure, soprattutto dal confronto con il regno animale, la questione umana si fa più complessa: un animale uccide molto raramente un altro animale per questioni che non siano determinate dalla salvaguardia del suo benessere o dalla necessità di auto-sostentamento; con questo intendiamo che un animale molto raramente toglie la vita ad un suo simile e soprattutto, quando questo avviene, non prova piacere nel commettere questo gesto. L’uomo, invece, non solo costruisce trappole per topi ma sembra provare, in alcuni casi, piacere a togliere la vita ad un membro della sua specie, a un suo simile. La salvaguardia della specie, l’istinto che dovrebbe garantire la sopravvivenza, la cattura e la fascinazione dell’immagine del proprio simile non sembrano garantire nulla nella specie umana: qualcosa sembra andare al di là dell’istinto. Freud chiama pulsione questo preciso moto al di là dell’istinto animale, qualcosa che contraddistingue la specie umana e determina comportamenti atipici rispetto agli animali. In particolare, vi sono alcuni scritti in cui Freud sembra sistematizzare la questione dell’aggressività umana in relazione alla pulsione. Come segnala lo stesso Fromm nel saggio sopra citato [2], Freud solo nella sua fase tardiva della teoria considera la questione della “pulsione aggressiva o di distruzione” e inizia a prenderla in considerazione nel saggio “Il disagio della civiltà” [3]; in questo saggio Freud interroga la condizione di civiltà, intendendo con questa la gestione delle posizioni soggettive con la conseguente gestione della pulsionalità nella società. La tesi finale è la seguente: ogni soggetto che decide di inserirsi nella società deve rinunciare ad una quota di soddisfazione pulsionale per fondare i legami sociali in un meccanismo di rinuncia e frustrazione che determina sempre una certa quota di aggressività.
Appare paradossale, in tal senso, considerare come nella nostra società attuale – in cui assistiamo ad una normalizzazione di posizioni soggettive precedentemente considerate sintomatiche, ovvero in cui sembra che la rinuncia teorizzata da Freud si allenta – assistiamo ad un vero e proprio scatenamento dell’aggressività soprattutto da un punto di vista relazionale. Considerando gli ultimi dati ISTAT del 2023 [4], gli omicidi sono in aumento del 3,7% e, nonostante un breve ribasso riportata in questa indagine dei casi di femminicidio, attualmente le proiezioni parlano di un aumento rispetto agli anni passati. Sembrerebbe che questo trend abbia subìto un rallentamento durante il periodo di lock-down per l’emergenza sanitaria mondiale per poi riprendere la sua risalita toccando picchi di maggioranza rispetto agli anni passati. Possiamo ipotizzare, concordando con molti degli studiosi internazionali, che questa crisi sanitaria abbia determinato un deterioramento dei legami soggettivi e ci domandiamo se questo possa influire sulle vittime della follia aggressiva. La maggioranza degli omicidi registrati ogni anno in Italia presenta la condizione allarmante di conoscenza tra omicida e vittima: passati gli anni del terrore e delle stragi mafiose o per ideali politici, facciamo spazio agli omicidi di conoscenza per arrivare all’apice dell’uccisione coniugale. La violenza sul genere femminile ha allarmato così tanto tutta la nostra struttura societaria da rendere necessari i “centri anti-violenza” dislocati ormai su quasi tutto il territorio italiano per cercare di contrastare un silenzio allarmante. Questi centri mettono in luce la necessità di lavorare in un’equipe multidisciplinare: medici, psicologi, avvocati e le stesse vittime collaborano fra di loro per cercare di risanare chi porta i segni di una vita all’insegna del subire. Eppure, in ogni studio pubblico o privato che sia, siamo sempre più esposti a storie di violenza relazionale; storie che mettono in crisi il nostro sapere scientifico e spingono il professionista a cercare di comprendere la giusta chiave teorico-pratica per smuovere il soggetto da una posizione che mette seriamente a rischio la propria sopravvivenza. Domande aperte che si incarnano: come può la paura mettere a rischio la propria sopravvivenza? Come si crea il meccanismo dell’isolamento della vittima? Perché questo silenzio?
Il concetto di “violenza relazionale” si identifica come molto ampio e all’interno di esso emerge la difficoltà della persona che riveste il ruolo di “vittima” nell’elaborare anche il più banale vissuto al fine di utilizzare le ormai conosciute capacità di coping e resilienza nell’affrontare ciò che provoca malessere. “Nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi” forse è la stessa metafora che vorremmo attribuire alla categoria degli esseri umani, ma che, in svariate occasioni si identifica impossibile da mettere in atto.
La riflessione teorica si aggancia quasi automaticamente alle storie cliniche (o meglio di vita) che incontriamo all’interno del nostro servizio territoriale.
Il caso che descriveremo è quello di Arianna, (nome di fantasia), che accede al servizio per la presenza di sintomatologia ansiosa – depressiva con elevato livello di deflessione del tono dell’umore, chiusura relazionale e conseguente isolamento sociale. Arianna è una donna di 45 anni nata e cresciuta in un paese della provincia di Catania. A partire dall’età adolescenziale intraprende una relazione con un suo coetaneo che, in breve tempo, diventerà marito e padre delle tre figlie. Arianna programma la propria esistenza in funzione dell’altro familiare, limitando fin da subito ogni forma di autonomia personale ed economica; dai colloqui emerge l’impegno e la costanza che la stessa ha messo in tali comportamenti che, con il passare del tempo, si sono trasformati da rinunce prima e, totali privazioni. Arianna, quindi, interrompe gli studi alla terza media, non inizia alcun lavoro e non stabilisce relazioni amicali tra pari. La propria esistenza viene fatta ruotare sulla cura delle figlie e, in particolar modo, del marito (che sembra così assumere anche lui il ruolo di figlio).
Sente di dovere; dovere che diventa, in qualunque modo, aiutare il proprio coniuge. Quest’ultimo, con il passare del tempo, diventa sempre più possessivo. Elio (anch’esso nome di fantasia), marito di Arianna, proviene da una famiglia residente nello stesso paese della paziente. La famiglia di origine di Elio è composta da genitori e tre fratelli (un maschio e due femmine). Fin da giovanissimo si occupa di lavori nell’ambito edilizio, ma ha sempre presentato profonde difficoltà a mantenere un lavoro da dipendente. Negli ultimi anni ha sviluppato una moderata dipendenza da alcolici. Il rapporto tra i coniugi è sempre stato altamente conflittuale; conflitti nati a causa della presenza di continui dubbi di Elio nei confronti della moglie: ha sempre pensato che la moglie intrattenesse diverse relazioni extra-coniugali configurando un tradimento ripetuto e continuo. “Come padre è sempre stato impeccabile!”: queste sono le parole di Arianna con cui definisce il ruolo di Elio; infatti lo stesso si è sempre occupato della gestione e dei bisogni delle figlie. In atto, a causa di una lite familiare che ha determinato un passaggio all’agito aggressivo da parte di Elio avvenuto nel mese di ottobre 2024, il marito si trova agli arresti domiciliari presso l’abitazione della sorella e non ha contatti con la moglie e con le figlie, per lo meno questo afferma la paziente anche se si evidenziano profondi dubbi ascoltando le sue parole e il suo para-verbale.
Nel corso dei colloqui effettuati è emerso come Arianna non sia in grado di affrontare il distacco fisico e psicologico dal marito, sviluppando sintomatologia ansiosa, attaccamento morboso e un elevato livello di deflessione del tono dell’umore che non le permette di affrontare la maggior parte degli impegni quotidiani. Nel corso dell’iter terapeutico emerge in modo chiaro il concetto di “violenza relazionale”, un tipo di violenza che non solo attacca la vittima in maniera diretta (fisicamente) ma che, con molta costanza, indebolisce il processo di rafforzamento dei livelli di autostima e autoefficacia nel soggetto, relegandolo ad una posizione marginale che esiste solo nella presenza dell’altro.
La frattura che Arianna percepisce in sé stessa risiede in ciò che lei pensa di essere, ciò che lei deve essere, e ciò che sarebbe giusto essere; un dovere che accompagna la vita del soggetto, ma che in realtà non le permette di esserlo. Le varie parti della persona si sovrappongono e si mescolano provocando, negli anni, una vera e propria crisi.
Possiamo così definire la “violenza relazionale” come un insieme di fenomeni marcatamente cruenti: della violenza agita a manifestazioni più “sottili” (non facilmente decodificabili) della violenza psichica, che conformano il campo relazionale e che spesso non vengono riconosciute dal soggetto che vi partecipa e che lascia aperta la questione del perché questo avvenga. Si evidenzia, però, un’assuefazione e adesione inconscia a modelli collettivi del rapporto uomo-donna (la cosiddetta violenza simbolica) creata da distorsioni percettive e dalla dipendenza affettiva. Un profondo intreccio di motivazioni che si muovono tra il mondo interno e la storia relazionale in atto e che evidenziano, almeno nella storia di Arianna, una posizione di sofferenza che viene mantenuta dal soggetto e che crea delle profonde difficoltà negli operatori che si trovano a confrontarsi con una posizione tanto difficile da smuovere quanto rischiosa per la vita del soggetto. Rimane aperta la questione sollevata inizialmente dell’auto-distruzione che caratterizza l’essere umano e che sembra intrecciata sia nella questione relazionale dell’altro, come simile prossimo, che dell’altro come alterità interna che abita ogni essere umano e che sembra dividere la soggettività.
Note
[1] Fromn E., “Anatomia della distruttività umana”; Mondadori editore, Milano 1990.
[2] Ibidem
[3] Freud S. “Opere”, vol. 10 1924-1929; Bolloti Boringhieri, Torino 1978.
[4] https://www.istat.it/comunicato-stampa/le-vittime-di-omicidio-anno-2023/