Pubblicato il: 8 Luglio 2025
Che cos’è la violenza relazionale?
Con violenza relazionale si intende un insieme di comportamenti aggressivi o abusanti diretti a ferire o svalutare l’altro. Essa si mostra all’interno delle relazioni significative controllando, umiliando o danneggiando l’altro attraverso la relazione stessa. Rappresenta una modalità disfunzionale e patologica di stare in relazione: uno dei membri esercita un potere coercitivo, denigrante o distruttivo sull’altro.
Può essere esplicita e manifesta (come nel caso della violenza fisica o verbale: urla, insulti, colpi) o implicita, sottile, silenziosa e insidiosa (come avviene nelle forme di manipolazione, umiliazione).
Non è definita da un singolo e specifico atto ma da uno schema ricorrente di comportamenti che vanno a minare l’integrità psicologica, emotiva e fisica dell’altro.
Dal punto di vista teorico, la violenza relazionale può essere letta attraverso diversi paradigmi: in un’ottica sistemico-relazionale la violenza viene decodificata come un comportamento inserito in una rete di interazioni circolari: ciascuna azione violenta è, al contempo, effetto e causa di altre risposte del sistema. La coppia o la famiglia che vivono violenza tendono a irrigidirsi in ruoli complementari (vittima/persecutore, controllore/controllato, carnefice/vittima) e coalizioni implicite che rendono difficile il cambiamento.
La violenza emerge da dinamiche familiari disfunzionali, in cui i ruoli sono rigidamente polarizzati e le relazioni sono fondate sul controllo, la svalutazione e l’esclusione. In queste situazioni la violenza spesso può essere tramandata transgenerazionalmente e riprodotta nei legami futuri.
Frequentemente la violenza compare, o si acuisce, nei momenti di crisi evolutiva del sistema (quali la nascita di un figlio, una separazione, una malattia), nel momento in cui le vecchie regole familiari non funzionano più e modalità relazionali altre non riescono a stabilizzarsi. In tale prospettiva, la violenza è vista come un tentativo maladattivo di mantenere la coesione e il controllo.
Le comunicazioni paradossali e i doppi legami creano confusione e legano la vittima in una trappola emotiva che alimenta la ciclicità della violenza. Lo stesso sistema, inconsapevolmente, sostiene e perpetua queste dinamiche.
Il ciclo della violenza è una pattern che si ripete: una fase di tensione crescente, un’esplosione (atto violento), una fase di luna di miele con richieste di perdono e riavvicinamento, e una nuova escalation. Tale ciclicità intrappola i membri in una spirale disfunzionale, alimentata e rinforzata da miti familiari, paure della separazione e lealtà invisibili.
Nel lavoro clinico, la violenza relazionale emerge frequentemente come sofferenza sommersa e taciuta: non sempre identificata, non sempre nominabile ma presente nei non detti, nei sintomi, nei silenzi che tuonano nelle sedute. La violenza va esplorata non come gesto ma quale dinamica circolare. Non come colpa individuale, ma come risultato di interazioni, storie familiari, pattern relazionali disfunzionali, alleanze o coalizioni rigide e copioni tramandati e appresi.
La violenza relazionale, pertanto, non è riducibile all’aggressione fisica o verbale; è una modalità di comunicazione patologica reiterata che si sviluppa in un contesto relazionale segnato da simmetrie esasperate o complementarità irrigidite. Può manifestarsi sotto forma di silenzio ostile (silenzio punitivo, manipolatorio), di svalutazione continua, di controllo travestito da protezione. È il prodotto di un sistema che, per mantenere la sua omeostasi, immola l’individualità di uno o più membri e vuole cancellare l’IO per un altro IO mascherato da NOI.
La violenza relazionale, quindi, si cela spesso sotto vesti differenti, ambigue, forme sottili, normalizzate e invisibili. Non si rivela necessariamente attraverso agiti o parole offensive; può assumere la forma del silenzio, dell’ambiguità relazionale. La violenza relazionale richiede un ascolto attento, capace di cogliere non solo il contenuto verbale ma anche il contesto, le dinamiche, le alleanze implicite e i ruoli irrigiditi che caratterizzano il sistema relazionale del paziente.
La violenza come conseguenza di dinamiche relazionali disfunzionali
Nel modello sistemico il sintomo non è solo del singolo; rappresenta la modalità con cui un sistema esprime un equilibrio, anche se disfunzionale e patologico. La violenza, in quest’ottica, non è un comportamento unico bensì una forma relazionale reiterata, appresa e mantenuta nel tempo. Famiglie contraddistinte e segnate da ruoli rigidi, alleanze improprie, tabù e segreti possono dare origine a contesti nei quali la violenza è l’unico linguaggio possibile per manifestare disagio, potere o disperazione.
La violenza relazionale affiora nei legami in cui uno dei poli si arroga il diritto di determinare e stabilire l’identità dell’altro, fino a negarne l’autonomia e la soggettività. Tale violenza può essere agita o subita, ma spesso co-costruita, all’interno di copioni relazionali che si reiterano.
La persona che chiede aiuto può essere intrappolata in una posizione relazionale rigida che diventa essa stessa fonte di sofferenza.
La stanza di terapia come spazio relazionale
Il clinico non cerca e determina chi sia “il colpevole”, osserva il sistema. È fondamentale chiedersi cosa mantenga attiva quella dinamica violenta, quale funzione abbia avuto nella storia dell’individuo, della coppia, della famiglia. Cosa ha fatto si che si incastrassero i bisogni di un individuo con quelli di un altro? Cosa ha agevolato l’instaurarsi di una relazione violenta?
Intercettare, decifrare, capire e agevolare il paziente a poter trasformare le modalità relazionali che sostengono la violenza. Bisogna sentire frasi non dette perché indicibili.
La terapia si configura quale laboratorio relazionale, spazio protetto all’interno del quale poter ridefinire i ruoli, rinegoziare i confini, ipotizzare narrazioni alternative. La presenza del terapeuta, come altro regolatore del sistema, consente di interrompere sequenze patologiche e introdurre nuove modalità, nuove ipotesi, nuovi significati.
La presenza del terapeuta nella relazione: tra risonanza e distanza
Il terapeuta sistemico vive nella stanza le proprie risonanze; la violenza relazionale, all’apparenza invisibile, può evocare nel terapeuta emozioni forti: rabbia, impotenza, alleanza collusiva. Essere consci di queste reazioni è parte del lavoro clinico: il controtransfert diventa strumento di comprensione e guida per l’intervento.
Nel lavoro con la violenza relazionale, la postura del terapeuta è basilare. Conservare una presenza non giudicante; offrire uno spazio emotivo contenitivo, sicuro e coerente, in grado di sostenere, e gestire, sia la complessità sia l’ambivalenza. Il terapeuta sistemico non si pone come esperto che cura l’altro, ma come co-ricercatore che agevola e favorisce il cambiamento.
Il lavoro implica anche la legittimazione del dolore, la decostruzione dei ruoli rigidamente cristallizzati e l’apertura verso possibilità relazionali altre.
L’ascolto sistemico: mappe, domande e significati
Nel lavoro clinico sistemico, lo psicoterapeuta non raccoglie solo i sintomi, ma esplora e collega i nessi tra sintomi e relazioni. Alcuni strumenti tra cui genogramma, mappe relazionali e domande circolari consentono di evidenziare le connessioni tra eventi, emozioni e ruoli all’interno di quel peculiare sistema.
L’ascolto si orienta alla ricerca di significati e funzioni: a che cosa serve quel comportamento violento in quello specifico momento? Chi contribuisce a mantenerlo? Quali sono le lealtà invisibili in gioco? Tale approccio consente di uscire dalla logica colpevolizzante e di costruire una narrazione alternativa, che promuova responsabilità e trasformazione.
Conclusioni
La violenza relazionale, letta in chiave sistemico-relazionale, diventa un segnale di sofferenza e, poi, la possibilità per un cambiamento profondo. Lavorare sul sistema significa spezzare la rigidità dei ruoli, modificare le regole implicite e promuovere relazioni più sane ed equilibrate. Affrontare la violenza relazionale in chiave sistemica significa abbandonare la ricerca di colpevoli e abbracciare la complessità delle relazioni umane. Offrire uno spazio in cui la parola possa sostituire il sintomo e la narrazione possa dare possibilità a un futuro diverso, più sano.
La sfida del terapeuta è restituire al sistema la capacità di scegliere modalità relazionali meno distruttive, sostenendo la crescita individuale e collettiva. Lo psicoterapeuta, in tale processo, si fa promotore di legami funzionali e generativi, contribuendo a trasformare la violenza in dialogo e la sofferenza in consapevolezza.