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Il lavoro clinico e la violenza relazionale: Cettina, la vittima utile

Esperienze cliniche

Pubblicato il: 2 Agosto 2025

Di:Federica Ragusa

Il tema proposto mi sollecita una immediata associazione con quelle donne incontrate nel mio studio, che, per diverse ragioni, sono rimaste intrappolate in relazioni abusanti che ne hanno bloccato la pensabilità e, in alcuni casi, l’evoluzione identitaria. Le donne che ho avuto modo di incontrare erano accomunate dall’uso difensivo e massiccio della negazione. Esse negavano a loro stesse la reale ragione per la quale chiedevano una psicoterapia.

Sappiamo bene che spesso la richiesta che porta in terapia il paziente è diversa da quella che si paleserà durante il percorso, ma ciò a cui mi riferisco è la negazione della violenza, fino al punto di indurre la paziente a narrare del partner in modo addirittura idealizzato!

Pz “Sapesse quanto è innamorato…”;“Non posso dire nulla su di lui, ha sempre pensato alla famiglia, sono io che ultimamente sono strana”. Le pazienti da me incontrate, tra i 18 e i 65 anni di età, coinvolte in violenze relazionali, avevano alle spalle tutte una famiglia d’origine abusante, dove col termine abuso non indico solo quello sessuale (alcune hanno subìto anche questo), ma quello psicologico, a causa del quale si disconosce il sentire dell’altro o, ancora, quello dovuto a una adultizzazione violenta: ciò che Ferenczi mirabilmente descrive nel suo articolo Confusione delle lingue.

“La mia famiglia ha sempre fatto conto su di me, sin da piccola”; “Per mia madre era scontato che l’aiutassi nell’accudimento di mia sorella più piccola”; “Quando mio padre si arrabbiava, mia madre mandava me a calmarlo, sin da quando avevo 7 anni!”.

Tutte arrivano confuse da anni di comunicazioni perverse, in cui, parafrasando Meltzer, il buono diventa cattivo e il cattivo buono.

Queste pazienti hanno attivato in me controtransfert intensi, che mi convocavano a sentire e pensare ciò che loro non avevano finora potuto sentire e pensare. Vale a dire: rabbia, disgusto, dolore profondo, senso di soffocamento, paura, solitudine, desiderio di sopprimere l’aggressore.
Stare in seduta con queste emozioni “intense” logora tanto che giunsi a non ricevere più di due pazienti di questa tipologia nella stessa giornata di lavoro!
Come può il terapeuta cercare di rimanere sufficientemente astinente per mettere al servizio del paziente un sostegno lucido e caldo allo stesso tempo? La prima risposta che mi viene è che per fare questo, bisogna costantemente farsi questa domanda!

A tal proposito, ho pensato di condividere il caso di Cettina, per consegnare alcuni momenti complessi della terapia (tuttora in corso), fino ad un cambio di passo, frutto, a mio avviso, di un cambio di prospettiva nell’interpretazione del vissuto esistenziale della paziente, operata dal terapeuta.

Era una mattina di giugno del 2021. Aprii la porta e la vidi: alta, giunonica, capelli ricci naturali lavati di fresco ed elettrizzati, forse a causa di una asciugatura veloce col phon. Indossava una maglia aderente nera anche i pantaloni erano neri, ampi e di maglina. La feci accomodare e le chiesi di dirmi liberamente cosa la portasse da me. I suoi occhi venivano fuori dalla mascherina, spalancati e tristi, la prosodia della sua voce era dolce e dimessa:
Pz: “Sono depressa, non ce la faccio più, non voglio alzarmi dal letto…Che senso ha?”
Iniziò a narrare con voce flebile che l’anno precedente, durante il lockdown il padre era morto a causa di un cancro, la madre già coi prodromi dell’Alzheimer, si era aggravata.
Raccontò di come da sola si fosse fatta carico della cura dei suoi genitori, dato che le altre sorelle non erano disponibili e di come l’aggravarsi della madre avesse comportato il ricovero di questa presso una Struttura, provocandole grandi sensi di colpa. Nel frattempo, il cognato che per lei rappresentava un riferimento importantissimo, si era ammalato di una sindrome rara e nell’arco di un mese era morto.
Pz: “Era un fratello per me!” Iniziò a piangere. Solo grazie a sua nipote Carmen, donna gioviale, si era tirata un po’ su, ma, dopo qualche mese, anche la nipote morì con una leucemia fulminante.
Fui sconvolta, addolorata dall’accanimento che la vita riservava alla paziente. Pensai a Winnicott che incitava il terapeuta ad una cosa fondamentale “Restare vivo!”. Mi disse che gli antidepressivi che le avevano dato non le facevano nulla. Si sentiva in colpa nei confronti delle figlie, perché il suo desiderio era starsene a letto e dormire, oppure mangiare. Il marito era un uomo che lavorava sempre fuori città e poco poteva fare nel sostenerla per la gestione della casa e della famiglia.
Le dissi che davanti a tutti i lutti subiti e al peso della cura dei suoi cari, mi meravigliava che avesse trovato la forza per essere lì; che permettersi il dolore e rispettarlo era il primo passo di un cammino che, se avesse voluto, avrei fatto accanto a lei.
I suoi occhi dapprima si meravigliarono di questa legittimazione, poi sorrisero dolcemente. Si asciugò le lacrime, si scusò per avermi consumato tutti i fazzolettini e mi disse di sì.
A mio avviso, dovevo offrire a Cettina degli occhi in cui rispecchiarsi e per tale ragione decisi di proporle un setting vis a vis una volta a settimana. Negli incontri seguenti affrontammo il lutto dei suoi cari (nel frattempo morì anche la madre). Cettina già dopo i primi mesi stava meglio, sempre più curata e serena. Il terapeuta nel transfert, diventava gli oggetti cari perduti e di volta in volta ne rappresentava degli aspetti: quelli accoglienti della madre o educativo normativi del cognato.
Pz: “Questo sabato ero giù, volevo cucinarmi 500gr di pasta, poi ho pensato…come glielo racconto? Alla dottoressa?”
Il controtransfert era potente. La voglia di accogliere e sostenere questa donna verso la quale la vita si era verghianamente accanita, veniva ridimensionata dal setting interno, che mi ricordava che il terapeuta può essere come se, ma non è la madre o il padre del paziente. Cettina portò una vita di deprivazioni economiche, affettive, culturali e di violenze psicologiche fatte dal padre alcolista. Tutto ciò aveva fatto sì che si sviluppasse nella paziente un sentimento di personale indegnità. Uno dei sogni ricorrenti durante la terapia era: “Sogno mio padre, so che è morto, ha mal sopportato la bara, attraversa il muro, torna da lì! Non lo sogno che tipo… poi lo vedo sereno, torna dall’altra parte e poi sto male tutto il giorno. Lo sogno come se lo stessi sfidando”.
Le libere associazioni che ne derivarono ci fecero comprendere come avessimo a che fare con l’esperienza di essere stata ridotta in povertà dal modo superficiale e deviato in cui il padre aveva scialacquato i beni di famiglia, faticosamente racimolati dal lavoro della madre. Interpretai che la funzione predatoria del padre, che voleva tutto per Sé, si attivava nel mondo interno di Cettina ogni volta che tentava di concedersi, come in questo caso, un suo spazio di cura per lei. Ciò mal si sposava con l’oggetto interno mostruoso (Klein), rappresentato dal padre, per il quale nutriva ancora il timore di perire.
Le parti persecutorie della mente traumatizzata sono molto potenti e tornano dal lì e allora per governare il presente; credo tornassero da quel passato contro il quale Cettina aveva eretto il muro del diniego, che nei sogni, però, trovava spazio, mostrandoci il Sè traumatizzato e traumatizzante.
Interpretai il sogno e Cettina scoppiò in lacrime. Mentre piangeva i suoi occhi sembravano essere quelli di una bambina che chiede conforto. Nelle sedute successive decisi di rianimare l’oggetto interno buono di Cettina, non solo attraverso il transfert ma chiedendo concretamente della madre, di come avesse fatto fronte alle sfide della vita e sottolineai la scelta materna di avviare un panificio come un’azione vitale e creativa, che in qualche modo apparteneva pure alla paziente.
A quindici anni Cettina incontra Orazio un giovane uomo bello e particolarmente spregiudicato, decise di cedere alle sue lusinghe e di sposarlo, creandosi una famiglia tutta sua, dove non sarebbe dovuto accadere ciò che era accaduto nella propria.
Dopo circa un anno di psicoterapia, le difese lasciarono spazio alla fiducia e la paziente iniziò a parlare delle minacce fisiche e verbali perpetrate dal marito. L’idealizzata proposta di matrimonio, altro non fu che una sorta di ricatto “Con quello che si sa di voi in paese, puoi metterti solo con uno come me, che è peggio di voi!” Mi raccontò in lacrime di quando incinta veniva picchiata, costretta a dormire a terra perché “Era peggio di un animale” e di come queste violenze si alternassero a scuse e gentilezze imprevedibili, in una sorta di roulette russa in cui il colpo può arrivare da un momento all’altro. Mi parlò dei suoi attacchi di panico, della paura concreta di essere uccisa, unita all’incapacità di denunciare l’Orco per vergogna e perché in fondo… erano uguali, due reietti!

L’attacco alla coppia terapeutica

Poiché la psicoterapia andava avanti, il marito, sentendo minacciato il suo potere di controllo, disse a Cettina che era la solita stupida senza speranza e che io le stavo rubando i soldi. Poiché a questi attacchi, Cettina, per la prima volta, non diede spazio e decise di continuare la sua psicoterapia, il marito avanzò la richiesta di venirmi a parlare in modo che potessi aiutare anche lui!
Riflettei molto su come rispondere ad una richiesta così perversa. La definisco tale in quanto millanta una richiesta d’aiuto, mentre il vero obiettivo è rompere il setting per controllarlo. Inoltre, percepii allo stesso tempo la volontà di intimorirmi, timore che, onestamente, provavo e provo, trattandosi di un narcisista maligno. Che fare? Riflettei tanto sulla mia risposta e decisi che volevo dimostrare a Cettina che l’Orco poteva essere affrontato (lo dicevo anche a me stessa); allo stesso tempo volevo smontare le fantasie paranoiche del marito, il quale vedeva la terapeuta come qualcuna che “Sparlava di lui”.
Risposi alla paziente che apprezzavo la voglia del marito di chiedere aiuto, che io non avrei potuto, onnipotentemente, essere la terapeuta di entrambi e fare un buon lavoro, ma che lo avrei potuto ascoltare, per poi inviarlo al professionista a lui più utile. Non venne mai, dicendo alla moglie di ringraziarmi, ma lui era un caso disperato per chiunque. La psicoterapia è sopravvissuta al carnefice. In questo lungo percorso che dura da quattro anni, credo sia utile offrire alla riflessione un momento in cui sono stata investita da grande sconforto: l’invio della paziente presso due centri antiviolenza in due tentativi diversi, per fornirle una assistenza legale ai fini della separazione e l’avvio di un progetto di autonomia economica. Entrambi i tentativi collassarono, non solo per la sensazione della paziente di non essere ascoltata nella sua individualità, Pz: “Una ragazzina con la metà dei miei anni, ripeteva come un disco rotto…la capisco, sappia che la capisco…Che poteva capire?”, ma anche, e soprattutto, dalle resistenze alla denuncia, mantenute da Cettina: “Se lo denuncio non avrò cosa mangiare e scatenerò la sua ira, mi dice sempre che non ha niente da perdere, di imparare dalla cronaca”.
Provavo rabbia e sconforto e più volte le ho interpretato questa posizione, come motivata da guadagno secondario, il piacere di essere necessaria per qualcuno. Il marito infatti, pur non picchiandola più, prima la umiliava con frasi sadiche, poi ne richiedeva pietosamente l’aiuto per lo svolgimento di alcuni compiti relativi alla cura della propria persona.
Pz: “Quando cambia tono, non so perché ma spero di nuovo, che possa cambiare…vorrei che rimanesse sempre così…poi, però cambia ancora, diventa l’altro, imprevedibile…cattivo”.
Iniziai a chiedermi se anche io come l’operatrice non stessi capendo nulla! Iniziai a leggere alcuni testi sul tema e fui molto aiutata dal concetto espresso dalla dott.ssa Filippini, che da anni si occupa di donne maltrattate. La Filippini sostiene che pensare che una donna rimanga col proprio carnefice perché in fondo nutre un narcisismo malato, fa ulteriore violenza a questo tipo di pazienti. Le donne circuite da uomini abusanti vanno lette esattamente come i bambini abusati. Diremmo mai che questi rimangono in famiglia per un guadagno secondario? Rimangono perché non hanno scelta! Troppo fragili, trovano senso alla loro esistenza diventando vittime utili [1] per qualcuno, a prescindere dal prezzo da pagare. Il concetto fin qui sintetizzato mi ha fatto cambiare prospettiva. Iniziai ad accogliere la Cettina bambina, tenendola per mano accogliendo il suo sentirsi indifesa, ma, allo stesso tempo, facendo in modo che si rendesse conto di quanto fosse cresciuta e di come, oggi, una scelta fosse possibile. Il passo di andare via da casa è stato anticipato da questo sogno:
Pz: “Ho sognato di essere in macchina, era buio, ero con le mie figlie; ad un certo punto, sul ciglio della strada, vedo qualcosa: è un coniglietto trema di freddo, decido che non posso lasciarlo lì! Freno, scendo e lo accolgo tra le mie braccia, non so come farò, ma non posso lasciarlo lì!”. Credo che dal momento in cui le parti piccole e abusate hanno trovato accoglienza e protezione nella terapia, per le parti adulte e sane è stato possibile prendersene cura.
Oggi dopo quattro anni Cettina è riuscita a trasferirsi nella casa, che era della madre, insieme alle sue figlie. Ha iniziato a lavorare, anche se si tratta di piccoli lavori, che non ne consentono ancora l’indipendenza.
Questo allontanamento dal carnefice esterno, nei confronti del quale vuole avviare una separazione formale, non coincide ancora con l’allontanamento dal suo carnefice interno, che per anni l’ha spinta a doversi guadagnare affetto a qualsiasi costo, in quanto indegna.
La convivenza coi perversi relazionali (prima il padre e il marito poi) si trasforma in una sorta di innesto psichico, dove le parole del carnefice sono così reiterate nel vuoto relazionale della vittima che finiscono per diventare voci interne della stessa.
L’incontro con un terapeuta vivo e non perverso può diventare lentamente l’opportunità di introiettare un nuovo oggetto interno, che può essere usato dalla paziente.
Pz: “Sa dott.ssa quando lui mi chiama e vuole incontrarmi, d’istinto io vorrei andare, poi non so è come se lei… mi apparisse davanti! E mi dico. No! perché devi farti questo!?E rimango a casa…in pace.”

Note

[1] Definizione mia, ndr.

Bibliografia
Ferenczi S. “Confusione delle lingue tra adulti e bambini” articolo del 1923
Filippini S. “Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia” Franco Angeli 2005
Klein M. “Sullo sviluppo dell’attività psichica” – Scritti 1921-1958 Bollati Boringhieri Torino 1978
Tabbia C. “Clinica del significato” Alpes Barcellona 2021
Winnicott D. “Sviluppo affettivo e ambiente” Armando Editore 1970