Pubblicato il: 2 Agosto 2025
La mortalità materna (MM) descrive un importante indicatore di salute della popolazione femminile di un paese, nonché la qualità di assistenza fornita dal sistema sanitario di riferimento durante il percorso nascita (Paxton, Wardlaw, 2011).
Oggi è difficile immaginare il suicidio materno come uno degli eventi presenti sul territorio nazionale poiché fenomeni come l’aborto e il parto distocico hanno descritto un quadro che negli anni ha adombrato una dimensione psicologica spesso trascurata.
In accordo con la psichiatra junghiana, Jean Bolen (1991) la dimensione femminile viene “assoggettata a quei ruoli unilaterali” che se da un lato vengono imposti dall’esterno dall’altro ne limitano il potenziale espressivo; rendendo il suicidio l’unica strada per tornare a essere libere.
Pertanto se il suicidio rischia di assumere il volto di un quotidiano poco indagato viceversa una maggiore sensibilizzazione sotto il profilo medico-psicologico dovrebbe riflettere la nuova norma.
Il suicidio durante il periodo della gravidanza
Attualmente sono pochi gli studi che analizzano più da vicino questo fenomeno in quanto le ricerche si sono focalizzate in prevalenza sul periodo postpartum (Anniverno, R., Bramante, A., 2015).
Se quest’ultimo descrive una finestra temporale di grande valore per la ricerca non si può escludere quanto effettivamente rispecchi soltanto la punta di un iceberg, di fronte alla quale si percepisce solo una porzione di un intero processo.
Ciò che si dovrebbe promuovere è una riflessione più accurata su tutte quelle dinamiche intrapsichiche e relazionali che se non indagate e approfondite tempestivamente possono sfociare in qualcosa di irreversibile.
Tra i principali fattori di rischio emergono: una gravidanza non desiderata, l’abbandono del partner, la morte di un precedente figlio e l’aborto spontaneo e/o involontario.
Secondo Hensaw (2007) questi fattori rappresentano un indice di rischio suicidario talmente elevato da compromettere lo stato di salute psicofisico della donna durante il periodo gravidico.
In accordo con Appleby (1991) e Gausia (2009) bisogna tenere conto sia dell’età che dei rispettivi vissuti esperienziali, poiché nella maggior parte dei casi tanto le adolescenti quanto le giovani donne portano con sé vissuti traumatici circoscritti ad una o più psicopatologie psichiatriche, le quali se non monitorate possono inficiare per sempre la loro vita.
Nello specifico andrebbero approfonditi quei comportamenti definiti para-suicidari che durante questa fase di transizione non sempre vengono veicolati nel migliore dei modi.
I cambiamenti socio-culturali nel triennio 2020-2023
Come accennato, sono molteplici i fattori che concorrono al suicidio in gravidanza; eppure, analizzando più da vicino l’attuale periodo storico culturale, una riflessione più accurata converge verso tre fattori: il periodo pandemico Covid-19, la crisi economica e l’incremento dei casi di violenza domestica.
Secondo la mia visione, questa suddivisione tripartita ha innescato dal 2020 ad oggi un effetto domino che ha portato ad un ingigantimento di quelle dinamiche silenti sopra le quali il rumore di un gesto è capace di porre la parola fine.
Ritengo che nel loro insieme abbiano legittimato in maniera disfunzionale una moltitudine di comportamenti che hanno reso la violenza l’unica norma attraverso la quale esprimere le proprie emozioni, a discapito di chi abbiamo di fronte.
Determinando, a propria insaputa, la diffusione di nuovi fattori di rischio di fronte ai quali la donna è costretta a scegliere una sola via di uscita.
Sarebbe opportuno interrogarsi sui volti e la funzione che la gravidanza ha assunto all’interno di una cornice culturale che, anziché focalizzarsi sul Dopo, dovrebbe interrogarsi sul Prima, ma ancor più sul Presente.
Provando a rapportare il fenomeno suicidario con la dimensione neurobiologica è interessante sottolineare alcuni studi condotti negli anni novanta grazie ai quali sono stati evidenziati validi cambiamenti che sembrerebbero anticipare l’atto finale.
La neurobiologia del comportamento suicidario in gravidanza
Uno studio promosso da Marzuk (1997) ha esaminato diversi referti autoptici delle morti per suicidio di donne negli Stati Uniti, a New York dal 1990 al 1993.
Secondo i dati emersi sono stati esaminati i cambiamenti ormonali durante la gravidanza rispetto ai quali ad un basso livello di serotonina corrispondeva un maggior rischio di suicidio.
Ad un livello microscopico e sotto un profilo più olistico in grado di promuovere nuovi studi sulla fase prenatale e non solo su quella successiva, gli studi di epigenetica ad oggi dovrebbero delineare nuovi spunti di riflessione e tracciare nuovi orizzonti di pensiero.
In quanto, in accordo con i dati emersi dalla ricerca, il feto risulta il maggiore produttore di questo ormone (serotonina) e che attraverso un meccanismo evolutivo di autoprotezione sembrerebbe prevenire i futuri comportamenti distruttivi della madre, producendo così un abbassamento dei livelli ormonali serotoninergici.
Un altro studio americano condotto da Palladino (2011), ha preso in considerazione le morti materne “violente” verificatesi in 17 Stati tra il 2003 e il 2007, rispetto alle quali la conflittualità con il proprio partner rientrava tra le cause principali nel 45% dei casi.
Nondimeno, come riportato da Appleby, è cruciale considerare l’età della donna che si trova a vivere questo momento di transizione.
Nello specifico uno studio condotto nel 1991 in Inghilterra e in Galles ha evidenziato come le adolescenti gravide riscontrino un tasso di rischio suicidario più elevato rispetto alle donne più adulte, poiché non sono da escludere tutti quei processi evolutivi che fanno dell’adolescenza stessa un periodo complicato e non sempre lineare.
Inquadrare possibili fattori di rischio
Nella pratica clinica se prevenire il suicidio può essere di sicuro un valido indice di successo, indagarlo precocemente dovrebbe consentire più approfondimenti che tengano conto sia del periodo gravidico sia di quello successivo al parto.
Considerando quanto introdotto in precedenza sarebbe opportuno indagare questo fenomeno tenendo sensibilmente conto dei cambiamenti storico culturali degli ultimi anni: durante e dopo la pandemia Covid-19.
In modo tale da non inquadrare più l’evento suicidario quale singolo fenomeno circoscritto soltanto a due o tre fattori, bensì connotato da una moltitudine di sfumature che spesso e volentieri si rivelano difficili da cogliere.
Ciò che dunque si dovrebbe considerare è la mutevolezza di quegli aspetti che se in passato sembravano stabili nella loro manifestazione, oggi viceversa presentano un ventaglio e uno stile espressivo dalle numerose sfumature.
Nel loro insieme i seguenti fattori delineano dei parametri di riferimento connotati da caratteristiche che non possono prescindere le dinamiche del panorama contemporaneo.
Tra questi si annoverano:
Sotto un profilo psicosomatico è interessante notare come il corpo sia il canale preferenziale attraverso il quale viene esperita ed espressa una sofferenza psichica capace di evidenziare uno stato della mente a rischio (Siegel, D, J., 2021).
Durante l’anamnesi è opportuno considerare non solo l’unione tra la mente e il corpo, bensì quel valore simbolico che il corpo stesso esprime con un linguaggio che non sempre si riconosce subito (Morelli, R., Marafante, D., 2012).
Bibliografia
Anniverno, R., Bramante, A., Mencacci, C., (2015), “Il suicidio in gravidanza e nel postpartum”, in Pompili, M., (a cura di), Manuale di suicidologia, Pisa, Pacini, Editore
Appleby, L., (1991), “Suicide after pregnancy and the first postnatal year”, British Medical Journal, vol. 302, pp. 137-40.
Bolen, S, J., (1991), “Le dee dentro la donna, una nuova psicologia femminile”, Astrolabio Ubaldini Editore, Roma, 1991.
Chen, H., (2012), “Understanding maternal mental illness: Psychiatric autopsy of a maternal death”, Singapore medical Journey, vol. 53, n 5, pp. 104-105.
Gausia, K., Fisher, C., Ali, M., (2009), “Antenatal depression and suicidal ideation among rural
Grussu, P., Bramante, A., (2016), “Manuale di psicopatologia perinatale, profili psicopatologici e modalità di intervento”. Edizioni Centro Studi Erikson, Trento, 2016.
Bangladeshi women: A community based-study”, vol. 12, n 5, pp. 351-358.
Henshaw, C., (2007), “Maternal suicide”, Psychological Challanges in Obstetrics and Ginecology”, pp. 157-164.
Marzuk, P, M., Tardiff, K., Leon, A, C., (1997), “Lower risk of suicide during pregnancy”, vol. 154, pp. 122-123.
Morelli, R., Marafante, D., (2012), “Cancro tra mente e corpo”, Riza Edizioni, Milano, 2012.
Siegel, D, J., (2021), “La mente relazionale: neurobiologia dell’esperienza interpersonale”, Raffaele Cortina Editore, Milano, 2021.
Paxton, A., Wardlaw, T., (2011), “Are we making progress in maternal mortality”?, N Engl J Med 2011; 364:1990-1993.
Palladino, C, L., Singh, V., Campbell, J., (2011), “Homicide and suicide during the perinatal period: Findings from the National Violent Death Reporting System”, vol. 118, n. 5, pp. 1056-1063.