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È sempre possibile perdonare?

Riflessioni

Pubblicato il: 23 Novembre 2025

Di:Salvatore Nicosia

Cos’è che rende un evento traumatico?

Ci sono esperienze che attraversano la vita lasciando tracce profonde. Alcune si rimarginano con il tempo, altre invece sembrano collocarsi in un punto più intimo, quasi nascosto, come se avessero trovato un luogo dentro di noi in cui restare.

Lo stesso Freud quando parlava di trauma associava ad esso il termine Hilflösichkeit che significa letteralmente “impotenza”, ovvero una sensazione strettamente soggettiva in cui la vittima si percepisce appunto impotente dinanzi ad una presunta minaccia perpetrata nel tempo (Freund, 1934-1938). Ciò comporta che il significato dato dal soggetto ad un determinato evento è tanto importante quanto l’evento stesso (Kilpatrick, Saunders et al., 1995).

Il trauma, quindi, non dipende solo da ciò che è accaduto, ma da come lo abbiamo vissuto. È nel momento in cui ci siamo sentiti impotenti, soli, non protetti, che la ferita ha iniziato a formarsi. Infatti, ciò che rende un evento traumatico non è unicamente l’evento in sé, ma la nostra impossibilità di farvi fronte in quel momento (Mucci, 2014).

Ricordo una donna che seguivo da tempo, la cui infanzia era stata segnata da un genitore emotivamente assente. Un giorno mi disse: “Non riesco a perdonare mia madre, non per quello che ha fatto, ma per quello che non ha visto.” Il dolore non era legato a un atto preciso, ma a una mancanza di presenza, di cura, di sguardo.

Vediamo quindi come il tema delle ferite si intreccia inevitabilmente con quello del perdono. Nel mio lavoro clinico, questa domanda emerge quasi sempre: “Dovrei perdonare?”. A volte è un desiderio sincero, altre volte è una forma di autoaccusa: “Non ci riesco; quindi, c’è qualcosa in me che non funziona?”. La cultura, la religione e le aspettative sociali ci hanno spesso educati a pensare che perdonare sia un dovere morale, una prova di bontà o maturità spirituale. Ma quando il perdono è imposto, richiesto o anticipato, rischia di trasformarsi in un nuovo trauma, un’ulteriore violenza inflitta a chi la violenza l’ha già subìta.

Imparare a non perdonare

Siamo abituati a credere che perdonare significhi “lasciar andare”. Ma è frequente riscontrare, in terapia, che si può lasciar andare anche senza perdonare. Si può infatti smettere di odiare, respirare di nuovo, trovare uno spazio di quiete dentro di sé, senza essere obbligati a compiere quel passaggio ulteriore, in quanto il perdono non è l’esatto opposto della rabbia, ma l’esito di un percorso emotivo complesso. Il perdono, quindi, è inscritto all’interno di un movimento interno che può maturare solo quando la ferita è stata prima riconosciuta, narrata e accompagnata.

All’interno di alcuni casi clinici, ho riscontrato che il problema di fondo nasce da una valutazione errata del perdono, che per secoli si è fissata come un obbligo all’interno di un recinto fatto di moralità e senso del “peccato” – qualora non fosse portato a termine – riducendo così il perdono ad un gesto impulsivo e tante volte imposto da una motivazione puramente etica. In questi termini, l’incapacità di non perdonare può essere percepita, soprattutto in ambito religioso, come una colpa da espiare, in quanto, un soggetto che non è in grado di perdonare è un individuo alla base rancoroso e oppresso dall’odio.

Può capitare infatti, che alle volte il miglior risultato possibile, all’interno di un processo di guarigione, sia la tregua, con sé stessi e con il mondo circostante: non più l’odio, non più la lotta continua, ma uno spazio di silenzio e dignità. E questo, già di per sé, può essere un modo di guarire.

Un giorno, una giovane madre, vittima per anni di violenza domestica, mi disse: “Se lo perdono adesso, ritorno da lui.” In quel caso, non-perdonare era proteggersi. Era amore verso sé stessa e verso i suoi figli. Il perdono, se fosse arrivato in quel momento, avrebbe significato ritornare alla propria ferita. Ci sono quindi momenti in cui incoraggiare il perdono può essere clinicamente sbagliato: quando la ferita è ancora aperta, quando la relazione è ancora lesiva, quando la persona non è pronta, o quando rischia di confondere il perdono con il sacrificio di sé. In questi casi il perdono immediato può diventare pericoloso e controproducente. A volte, infatti, la cosa più sana, la cosa più vera, è dire: adesso no!

Il perdono autentico, quindi, quando nasce, deve essere innanzitutto una scelta libera. Esso non cancella ciò che è accaduto, né tanto meno lo giustifica o, peggio ancora, lo dimentica. Il perdono è prima di tutto la possibilità di guardare alla propria ferita senza alcun giudizio e senza che essa definisca il nostro futuro. Ma non tutti compiranno questo passaggio allo stesso modo. Alcuni lo sfioreranno soltanto, altri lo vivranno come un dono maturato nel tempo, altri ancora non sentiranno il bisogno di farlo, e questo non li rende persone meno buone, spirituali o capaci.

Kant, ad esempio, a tal proposito riteneva che il perdono non fosse eticamente giusto in quanto sovvertiva la giustizia, minimizzando e riducendo la colpa in un semplice gesto compensatore del delitto (Kant, 1963). Similmente Hegel, affermava che il perdono toglieva all’offensore il diritto di ottenere una giusta pena (Hegel, 1965).

Quello che a mio avviso è importante, è imparare a vivere il perdono come un’azione libera e liberante, un’opzione praticabile ma non imposta, una scelta che implica un cammino, uno sviluppo, e una profonda motivazione (Nicosia, 2024).

In merito Greenberger e Woldarsky Meneses (2021) elencano una serie di casi in cui non reputano sano un perdono immediato, che fanno da cornice riassuntiva a quanto finora detto:

  1. Quando un soggetto non vuole perdonare.
  2. Subito dopo l’offesa subìta.
  3. Quando la relazione con l’offensore è ancora aperta e il maltrattamento è continuativo.
  4. Quando al soggetto traumatizzato viene imposto il perdono.
  5. Quando la persona ferita si assume troppa responsabilità in merito all’accaduto.

Per concludere, non abbiamo bisogno di forzarci a perdonare per essere persone migliori. Il primo passo necessario, per risalire dalle macerie delle nostre ferite, è dare un nome al dolore, riconoscere ciò che abbiamo vissuto, sentirci accompagnati mentre lo narriamo. Solo chi è stato ascoltato può, un giorno, scegliere liberamente come guardare alla propria ferita, ed eventualmente scegliere la strada del perdono.
Il perdono non è il punto di partenza, anzi, talvolta è un punto di arrivo. E qualora ci rendessimo conto che non è la strada che siamo chiamati a percorrere – almeno per il momento – questo non toglie nulla al valore della nostra storia, alla dignità del nostro dolore, né alla possibilità concreta di vivere comunque in modo pieno la nostra vita.

Bibliografia

Freud, S. (1934-1938), L’uomo Mosè e la religione monoteistica: tre saggi. osf, vol. 11.
Liotti, 2005b).
Hegel, G. (1821), Philosophy of right. Clarendon, London, 1965.Greenberger, Woldarsky Meneses, 2021).
Kant, I. (1931), Lecture of ethic. Harper & Row, New York, 1963.
Kilpatrick, D. G., Saunders, B. E., Amick-McMullan, A., Best, C.L., Veron, L. J., Resnick, H. S. (1995), Victim and crime factors associated with the development of crime-related post-traumatic stress disorder. In Behavior therapy, 20, pp. 199-214.
Mucci, C. (2014), Trauma e perdono. Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale. Raffaello Cortina, Milano.
Nicosia, S. (2024), Psicopatologia del perdono. Dal trauma subìto alla ferita risanata. Tau editrice, Perugia.
Wangh, S. (2005), Revenge and forgiveness in Laramie, Wyoming. In Psychoanalytic dialogues, 15, pp. 1-16.