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ParoLotta al lutto

Esperienze cliniche

Pubblicato il: 23 Novembre 2025

Di:Martina Vittorio

Parafrasando quanto scritto dal Cardinale Ravasi: ogni famiglia ha un posto vuoto a tavola; posto vuoto non già di un’assenza, ma di una presenza.

L’esperienza del lutto è una delle questioni che da sempre avviluppano il soggetto in una dimensione che può prendere la traiettoria dell’inibizione, del sintomo o dell’angoscia – per citare Freud.

Se infatti alcuni pazienti giungono, volenti o più nolenti, alle porte dei nostri studi, è perché il lutto (di qualcosa o di qualcuno) ha creato una lacerazione che fa emergere ancor di più ciò che è la propria mancanza-ad-essere. Mancanza ad essere che, nel parlêtre è, per definizione, strutturale.

L’esito di un vuoto con cui fare i conti, può talvolta indurre ad una inibizione e ad un ritiro dalla propria vita sociale e/o professionale; alla produzione di un sintomo che faccia da soluzione (talvolta “problematica”) all’esperienza luttuosa; o alla beante apertura di un vortice d’angoscia che preoccupa, e allo stesso tempo attira e “fissa”, il soggetto medesimo.

Quando si fa riferimento al lutto, si lascia intendere implicitamente che si abbia a che fare con la perdita. E, come noto, la perdita implica sempre un oggetto la cui entità può essere meglio letta se sotto il “triplice registro” dell’immaginario, del simbolico e del reale, illustrato da Lacan.

Sebbene Freud avesse già articolato dettagliatamente quali tipi di oggetti fossero presenti nel corso delle varie fasi di sviluppo nei Tre saggi sulla teoria sessuale infantile, è già dalla scrittura “insoddisfatta” dell’Entwurf (Progetto di una psicologia, 1985) che menziona l’Oggetto (Das Ding, “La Cosa”) come oggetto perduto da ritrovare a cui l’essere umano sempre tende.

Essendo innanzitutto l’oggetto (orale, anale o fallico) il punto di aggancio dei primi soddisfacimenti del bambino, questi è e sarà sempre indotto a ricercarlo perché possa esperire quella forma di soddisfacimento completo e mitico vissuto nella primordialità.

Da una parte il reale, dunque. E, dall’altra, la realtà. Da una parte ciò che c’è da prima, da sempre; dall’altra ciò che, del reale, s’installa solo dopo il sopraggiungere di un codice simbolico che provi a dare senso alle cose e agli eventi.

Ebbene, quando ci si ritrova dinanzi alla perdita di un oggetto di realtà, è col reale che si ha un incontro. Nel suo Seminario IV dopo aver rammentato, secondo la dottrina freudiana, che «L’oggetto si presenta prima di tutto come ricerca dell’oggetto perduto [Das Ding]» e che «Si tratta di ritrovare il reale [perseguendo il sistema primario del piacere]», Lacan si rivolge al proprio uditorio chiedendo se si tratti di un oggetto reale o meno. Risponderà lo stesso, affermando che «il reale è al limite della nostra esperienza»: è precisamente l’incontro con la morte, traumatico tanto quanto l’imprevedibilità della Natura e l’incomprensibilità dell’Altro. Il reale «è ciò che effettivamente accade». Inoltre «L’assenza di qualche cosa nel reale è puramente simbolica» ed è «solo nella misura in cui definiamo attraverso la legge [simbolica] che dovrebbe stare lì che un oggetto manca al proprio posto», afferma Lacan. Motivo per cui, per ritornare alla citazione del Cardinale Ravasi, un posto a tavola non è mai vuoto ma è solo l’assenza – reale – di una presenza – simbolica.

Lo stesso Sant’Agostino, influente nella formazione di Lacan, scriveva: «Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. […].| La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.»

Noto, di Lacan, è l’aneddoto del libro in biblioteca che manca dal proprio posto: ciò non vuol dire che non esista, ma semplicemente che non esiste (ovverosia non si trova) in quel suo posto puramente simbolico.

Il Soggetto, poiché segnato dal Linguaggio – e quindi da un Codice Simbolico – ha da sempre a che fare con un’esperienza di lutto primordiale: ha imparato a parlare, a comunicare con l’Altro, per veder soddisfatti i propri bisogni, facendo così venir meno quel godimento originario – quell’omeostasi – in cui tutto era soddisfatto e in equilibrio, senza alcuna necessità di proferire parola. Tale perdita di godimento primordiale è essa stessa un’esperienza di lutto con la quale lottare nel corso di tutta la propria esistenza: in mancanza dell’Oggetto mitico, se ne riedita il suo ritrovo attraverso altri oggetti sostitutivi – che però non soddisfano mai del tutto!

La parola […che uccide La Cosa] è, non di meno, una presenza fatta di assenza che, nella propria funzione dialettica, fa nascere l’universo di senso – da cui verrà a disporsi l’universo delle cose. È dall’alternanza di presenza/assenza molto ben visibile negli stessi giochi dei bambini (o nelle loro storie, capaci di presentificare un elefante in una stanza anche in sua assenza, facendolo sussistere semplicemente tramite il potere generativo della parola) che nasce l’universo di senso.

Ed è sempre tramite l’esercizio della parola che l’esperienza analitica, allora, in quanto scienza del particolare al pari della Storia, può tentare di aiutare il soggetto «a riconoscere come il suo inconscio, è la sua storia – lo aiutiamo cioè a completare la storicizzazione attuale dei fatti che hanno determinato già nella sua esistenza un certo numero di “svolte” storiche».

Ammesso, per assurdo, che il soggetto possa fare esperienza di uno stesso evento luttuoso per due volte, questo – come qualsiasi altro evento di trauma, di reale – non sarà mai comunque uguale se vissuto in epoche diverse poiché la storia la si fa sempre due volte: la prima, quando viene vissuta (e quindi i-scritta nella propria esistenza); la seconda, quando viene ri-vissuta (ossia “recitata”, nel suo ricordo) quella «pagina […] che si dimentica o si annulla, o […] che obbliga». E ciò, perché un fatto analitico ripensato non è meno storico di quando è stato vissuto.

Il lutto, pur variando quello che è l’oggetto della perdita, è quell’evento che riapre nel soggetto il buco traumatico – eppure fondante e strutturale – della mancanza che profondamente lo riguarda e lo caratterizza proprio in quanto parlessere.

Una mancanza che è un po’ immaginaria e un po’ reale (in quanto accade); ma che può trovare sutura nell’esercizio dialettico, generativo e fondante, della parola che è – sempre – una paroLotta a qualsiasi forma di lutto.

Riferimenti bibliografici

Lacan J., Funzione e campo della parola e del linguaggio, Scritti, Vol. I, Biblioteca Einaudi, Torino, 2002.
Lacan J., Il Seminario, Libro IV, La relazione oggettuale 1956-1957, Biblioteca Einaudi, Torino, 2007.
Sant’Agostino, “La morte non è niente”.