Pubblicato il: 20 Febbraio 2026
Quando parliamo di ethos, eros e pathos, in interazione fra di loro, ci rifacciamo a una dimensione di inconscio – per così dire – spirituale che si esprime innanzitutto come ethos ovvero la dimensione morale, poi come eros ovvero l’intuizione d’amore e infine come pathos, cioè quella dimensione di creatività estetica, caratterizzata dal senso del bello e del puro stupore (Nicosia, 2025).
Nella pratica clinica emerge frequentemente come queste tre dimensioni non si presentino in modo armonico, ma spesso frammentato. L’esperienza terapeutica mostra soggetti con una forte strutturazione morale, ma con un eros inibito o confuso, oppure con un pathos espresso in modo caotico, privo di una reale integrazione affettiva.
Ogni soggetto vive questa triade, in una continua ricerca di armonia omeostatica. Da un lato, vi è la coscienza morale che mira innanzitutto ad un individualismo concreto, dall’altro lato vi è l’amore ovvero una spinta motivazionale che ci spinge verso un Tu, aprendosi a molteplici possibilità. L’eros, in questo contesto, consiste in una scelta d’amore per nulla impulsiva, anzi che ha quasi un sapore di logica e di scelta consapevole. Tale consapevolezza a sua volta si interfaccia con lo stupore ovvero uno slancio di libera espressione creativa.
Quando però queste tre dimensioni perdono il loro normale bilanciamento, qualcosa inizia ad incrinarsi nella psiche umana e, di conseguenza, nelle relazioni interpersonali. Nel lavoro clinico, tale squilibrio si manifesta spesso attraverso difficoltà relazionali persistenti, vissuti di colpa non elaborati o una gestione disfunzionale del desiderio, che il soggetto fatica a riconoscere e a simbolizzare.
La competenza affettiva
Quando parliamo di competenza, ci riferiamo generalmente ad abilità, capacità intellettuali e conoscenze, nozioni che sembrano entrare in tensione con l’intera gamma delle emozioni. Ancora oggi, infatti, è diffusa l’idea che le emozioni siano delle semplici attività intrapsichiche, talvolta irrazionali e quindi lungi dal ritenere necessario acquisire una qualsivoglia competenza nell’ambito dello spettro emotivo e relazionale.
Nella pratica psicologica si osserva come questa separazione tra competenza e mondo emotivo sia ancora fortemente interiorizzata da molti pazienti, i quali faticano a riconoscere le emozioni come un ambito che possa essere appreso, elaborato e trasformato nel tempo. È invece necessario sottolineare come le emozioni presentino una struttura complessa, caratterizzata da componenti fisiologiche, espressivo-motorie, motivazionali, soggettivo-esperienziali e cognitive.
Carolyn Saarni, nel prologo al suo scritto The development of emotional competence del 1999, asserisce che, la competenza affettiva è solamente in apparenza “diretta e semplice”, ma in realtà risulta essere piuttosto complessa, in quanto implica una serie di variabili che sono alla base della competenza stessa, quali: competenza, resilienza, autoefficacia.
La competenza affettiva si intreccia inevitabilmente con l’intero spettro relazionale che caratterizza il nostro vissuto e con la personale capacità di saper rielaborare internamente tali relazioni. L’intrecciarsi di tali differenti dimensioni rende lo sviluppo della competenza affettiva spiegabile non solo in rapporto alle relazioni con altri, ma anche a una capacità e possibilità di elaborare internamente quanto di emotivamente saliente si sperimenta nelle relazioni quotidiane (Corsano e Cigala, 2004).
In ambito clinico, tale competenza non appare mai come un dato acquisito una volta per tutte, ma come un processo spesso fragile o interrotto, segnato da esperienze relazionali precoci non sufficientemente integrate, che riemergono nelle relazioni attuali sotto forma di dipendenza, evitamento o confusione affettiva.
Possiamo quindi sinteticamente definire la competenza affettiva come la capacità di saper affrontare un ambiente carico di sfide, in modo da saper trarre da esso vantaggi ai fini di una crescita personale. Così facendo, la competenza affettiva diviene nient’altro che un insieme di abilità collegate al mondo emotivo che consentono all’individuo di stare nelle relazioni in modo sufficientemente stabile e responsabile, senza rinunciare alla complessità dei legami (Nicosia, 2025).
Competenza emotiva e competenza affettiva
Spesso la competenza affettiva viene confusa con la competenza emotiva. Le due dimensioni sono strettamente collegate, ma non coincidono. La competenza emotiva riguarda la capacità di riconoscere, comprendere, esprimere e regolare le emozioni, proprie e altrui. Essa include la capacità di riconoscere ciò che si prova, l’abilità di dare un nome alle emozioni, e di comprenderne l’origine e la funzione, di regolarsi in modo adeguato, e di saper leggere le emozioni degli altri.
La competenza affettiva, invece, concerne primariamente la capacità di vivere, costruire e mantenere legami significativi, integrando emozioni, desideri, bisogni e valori. Essa implica la capacità di entrare in relazione in modo maturo, di gestire l’attaccamento, la distanza e la dipendenza, di integrare affettività, corporeità e responsabilità, fino alla possibilità di amare senza possedere o annullarsi. Sul piano clinico, questo scarto è particolarmente evidente: non di rado il soggetto sa parlare delle proprie emozioni, ma fatica a tradurle in relazioni stabili, coerenti e durature (Corsano e Cigala, 2004).
Modelli teorici e riscontro clinico
I modelli teorici sulla competenza emotiva e affettiva trovano un riscontro significativo nella pratica clinica, dove tali dimensioni non emergono come abilità isolate, ma come sistemi interdipendenti che si rafforzano o si ostacolano reciprocamente (Denham, 1998).
Saarni (1999) elenca otto punti essenziali che stanno alla base della struttura della competenza affettiva ed emotiva:
Nella pratica clinica, queste dimensioni appaiono spesso sbilanciate, con una prevalenza dell’espressione o, al contrario, della regolazione difensiva, a scapito di una reale integrazione affettiva. In conclusione, alla luce di quanto emerso, la competenza affettiva può essere intesa non come un insieme di abilità tecniche, ma come un processo dinamico di integrazione tra ethos, eros e pathos. La psicologia, nei contesti scolastici, clinici e sociali, è chiamata ad accompagnare tale processo, aiutando il soggetto a riconoscere, abitare e simbolizzare il proprio mondo affettivo, affinché la sessualità e le relazioni possano diventare luoghi di senso, e non soltanto di conflitto o di controllo.
Bibliografia
Corsano P – Cigala A. (2004), So-stare in solitudine. Tra competenza emotiva e competenza sociale, The McGraw-Hill Companies, Milano.
Denham S. A. (1998), Emotional development in young children, The Guilford press, New York.
Nicosia, S. (2025), Psicopatologia del Clero. Tra solitudine e maturità emotiva, San Paolo Edizioni, Milano.
Saarni C. (1999), The development of emotional competence, The Guilford press, New York.