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Dall’oggetto al soggetto: percorsi di rieducazione affettiva e riconoscimento dell’altro

Esperienze cliniche

Pubblicato il: 20 Febbraio 2026

Di:Licia Cutaia

“L’incontro d’amore è l’incontro tra due libertà e io non posso essere proprietario della libertà dell’altro.”


Massimo Recalcati

Nelle relazioni di coppia contemporanee si evidenzia in modo crescente una deriva patologica che muta il legame amoroso in relazione tossica declinando in modo totalizzante affettività, intimità e sessualità. Questo degrado del rapporto amoroso è sovente a discapito della donna che annulla i propri confini nel sacrificio d’amore e perde l’espressione di Sé stessa o soccombe nello sforzo di preservarla. Questa drammatica dinamica sociale esprime una disabilità intesa davvero come una incapacità di gestire l’Altro nella dinamica di coppia e di riuscire a muoversi nella crescita amorosa mantenendo se stessi pur riconoscendo l’Altro. La coppia è tale se l’Altro funge da valore aggiunto e se resta un compagno di vita. Piuttosto questa consapevolezza è ancora oggi intrappolata in retaggi culturali transgenerazionali avvilenti sicché richiede un cambio di paradigma: l’imposizione di un nuovo codice emotivo.

In ambito clinico, questa confusione si traduce in una distorsione della “domanda d’amore” soffocata nella pretesa di controllo dove il rispetto è subordinato alla compiacenza dell’altro. Il concetto di “No” non viene recepito come affermazione di autenticità personale, ma come attacco al legame. Questa distorsione cognitiva altera i pilastri dell’equilibrio di coppia.

Individuando tre principi dicotomici fiducia/controllo, intimità/sessualità e vicinanza/distanza, emergono frequentemente paradossi clinici: coppie con una vita sessuale priva di reale intimità, legami simbiotici che non tollerano la distanza fisiologica, dove il controllo esplicito o non esplicito, surroga l’accettazione rendendo impossibile il contrasto.

In clinica l’equilibrio di coppia si può rappresentare come una danza che si muove lungo quattro direttrici in modo flessibile ed armonico. Quando uno dei poli domina in modo rigido, la relazione diventa tossica:

Asse Fiducia vs Controllo: La carenza di fiducia ovvero della capacità di credere nell’altro, viene distorta dal controllo iper-vigilante, che riduce l’altro a “oggetto” posseduto.

Asse Intimità vs Sessualità: La sessualità viene agita come performance o scarica libidica, priva di intimità che invero è considerata una declinazione della vulnerabilità.

Asse Vicinanza vs Distanza: L’incapacità di tollerare la distanza si declina in minaccia di abbandono.

Asse Accettazione vs Rifiuto: Il “No” viene interpretato come un attacco al legame, anziché come un atto di autenticità e auto-determinazione.

Bisogna tracciare un percorso d’intervento che traduca la relazione tra disabilità affettiva e salute relazionale in un protocollo procedurale applicabile, capace di bilanciare le variabili in gioco e definire un nuovo codice etico ed emotivo.

Il cambiamento necessita di passaggi chiavi; prima di tutto l’alfabetizzazione emotiva che scardini l’eredità culturale del patriarcato e del possesso.

Occorre poi insegnare e valorizzare l’importanza del Sé Emotivo: solo chi è consapevole dei propri bisogni e limiti può riconoscere quelli dell’Altro.

Ridurre la centralità dell’eros come fulcro della funzionalità della coppia traslando il focus dalla sessualità fisica all’intimità emotiva. La salute di una coppia si misura dalla capacità di integrare il “No” come parte del dialogo affettivo.

È necessario insegnare che l’amore non è “misura dell’azione dell’altro”, ma uno spazio di libertà dove il rispetto precede il desiderio di controllo.

Questa procedura consente di creare una riabilitazione alla capacità di amare perché è evidente che la “disabilità affettiva” non è anedonia o apatia ma qualcosa che riguarda la relazione ovvero la mancanza di strumenti per gestire l’alterità.

Il passaggio dal “Tu mi appartieni” al “Io ti riconosco” è il cardine della rivoluzione culturale necessaria. Un intervento psicoeducativo deve creare un percorso di consapevolezza in cui si insegni a riconoscere quali siano i segnali di allarme prima di raggiungere una deriva patologica per ciascuna dimensione.

Il caso clinico di Cinzia, trentadue anni, vittima di una relazione totalizzante durata sei anni, offre lo spunto per analizzare come la pretesa di controllo possa essere scambiata per “domanda d’amore” e come sia possibile operare un cambio di paradigma.
Cinzia giunge in terapia con una sintomatologia ansioso-depressiva. La sua relazione era patologica; l’altro non era un soggetto da incontrare, ma un oggetto da possedere.
In questa dinamica, il partner di Cinzia utilizzava il sesso come strumento di conferma del possesso e il silenzio punitivo come risposta a ogni tentativo di autonomia di lei. Il “No” di Cinzia non era percepito come una libera espressione della sua personalità, ma come un “rifiuto” intollerabile, un attacco pericoloso, una sottrazione al legame che scatenava nel partner minacce di abbandono.

L’intervento si è strutturato rileggendo la loro relazione e gli scambi comunicativi della coppia alla luce delle precedenti direttrici:

  • Gli scambi tra i partner erano privi di fiducia mentre c’era una prevalenza di manovre controllanti (richiesta di password, uso del GPS, controllo degli orari). Cinzia era diventata una “estensione” del partner. (fiducia/controllo)
  • Gli scambi sessuali erano meccanici e privi di comunicazione emotiva. Cinzia si sentiva sola e usata (intimità/ sessualità).
    Ogni spazio individuale di Cinzia era considerato dal compagno come il rischio di essere abbandonato (vicinanza/distanza).

Il percorso di riabilitazione alla capacità di amare si è articolato in tre momenti cruciali per modificare il concetto di “possesso” e pervenire al “riconoscimento”.
Il primo passo è stato sbriciolare i retaggi transgenerazionali che condizionavano Cinzia: per lei “amare significava sacrificarsi” e riconoscere gradualmente l’importanza del rispetto dei confini per l’emergenza del Sé emotivo. Da qui l’interiorizzazione di un nuovo principio per Cinzia ovvero: solo chi è consapevole dei propri limiti può riconoscere quelli dell’altro.
Poi, Cinzia ha appreso a esercitare i diritti assertivi su piccole questioni di ordinaria quotidianità, gestendo proficuamente anche la propria reazione e imparando a sgretolare il proprio senso di colpa quando agiva in modo nuovo rispetto al passato. L’obiettivo era accettare il contrasto riconoscendolo come parte del dialogo affettivo, trasformando il diritto di dire “no” non più come attacco ma come affermazione della propria auto-determinazione.
Cinzia ha imparato a distinguere tra la concessione sessuale basata sulla paura e l’intimità emotiva basata sulla sicurezza e sulla considerazione reciproca.

L’intervento non è stato orientato a salvare la coppia (giacché essa non c’era, invece era sostituita da una scarna dualità) piuttosto a lasciar emergere la persona oltre il legame consentendo a Cinzia di riappropriarsi dei propri confini.
La “disabilità affettiva” del partner, incapace di gestire l’espressione dell’Altra, ha reso impossibile il mantenimento del legame ma ha consentito a Cinzia di uscire dalla miopia relazionale. Il passaggio dal “Tu mi appartieni” al “Io ti riconosco” è stato il cardine di questa rivoluzione personale.

La capacità di Cinzia di svincolarsi da questo legame tossico è stata possibile attraverso una consapevolezza del gioco relazionale di cui essa era parte e che essa stessa alimentava assecondando i moniti relazionali acquisiti nella sua storia personale e familiare ed al contempo aderendo all’idea di se stessa come inadeguata e indegna di essere amata in modo libero e rispettoso. La consapevolezza della volontà di essere rispettata è stata raggiunta tramite la consapevolezza che essa stessa doveva prima rispettare sé stessa.

In generale, riconoscere di aver alimentato il legame patologico non significa colpevolizzarsi, ma identificare la propria quota di responsabilità e riacquisire il controllo del cambiamento attraverso l’irriverenza ad un meccanismo servile. Come a dirsi: “Se io contribuisco a mantenere l’equilibrio tossico, io stessa ho il potere di romperlo smettendo di assecondare quei moniti”.
L’interiorizzazione di questo nuovo orizzonte di pensiero ed il consolidamento di una nuova immagine di sé stessa inaugura una nuova postura relazionale.
Questo passaggio segna il cambiamento dal “Tu mi appartieni perché sei come Io ti chiedo di essere” al nuovo messaggio “Io ti riconosco come diversa nei valori, nei bisogni che rispetto anche se non coincidono con i miei”

L’amore si fonda sull’esercizio delle libertà dei poli di una coppia. La capacità di esercitare un nuovo codice etico ed emotivo può consentire di salvarsi dalla trappola del controllo costruendo relazioni dove il rispetto precede e sostiene il desiderio.

Bibliografia

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Cancrini, L. (2002). L’amore che cura. Raffaello Cortina Editore.
Chiara Simonelli, Adele Fabrizi, Roberta Rossi, Francesca Tripodi (2019). Sessuologia clinica. Diagnosi, trattamento e linee guida internazionali. Franco Angeli Editore.
Cigoli, V., & Scabini, E. (2006). Il famigliare. Legami, simboli e transizioni. Raffaello Cortina Editore.
Crepet, P. (2001). Non siamo capaci di ascoltarli. Einaudi.
Harris R. (2011). Se la coppia è in crisi. Impara a superare frustrazioni e risentimenti per ricostruire una relazione consapevole. Franco Angeli.
Schnarch D. (2001). La passione del matrimonio. Sesso e intimità nelle relazioni d’amore. Raffaello Cortina Editore.