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La presa in carico psicologico-clinica di adolescenti con disforia di genere

Esperienze cliniche

Pubblicato il: 20 Febbraio 2026

Di:Giuseppe Marullo, Roberta Cosentino

Negli ultimi anni, la Disforia di Genere (DG) in adolescenza rappresenta una pregnante tematica di crescente interesse che attiva controversie e dibattiti in ambito clinico, sociale e politico.
Pur trattandosi di un fenomeno difficile da stimare numericamente, risulta evidente un progressivo incremento, negli anni, delle persone che si rivolgono ai servizi per avviare un percorso di affermazione di genere.
Non è chiaro se tale incremento sia espressione di un reale cambiamento socio-culturale, dato anche dalla diffusione, dall’attenzione e dalla visibilità dei social media cui i giovani sono sicuramente soggetti, o se sia invece il risultato della maggiore facilità con cui queste persone fanno “coming out” come transgender, grazie alla maggiore accettazione, in alcuni contesti sociali, alla tendente de-patologizzazione del fenomeno e alla crescente consapevolezza rispetto alle varie opzioni e procedure terapeutiche.
Attraverso questo articolo si vuole rimarcare l’importanza di promuovere una cultura inclusiva e non discriminante, valorizzando il ruolo cruciale degli operatori sanitari nell’affrontare e sostenere queste delicate questioni.
In sintonia con il Codice Deontologico degli psicologi italiani, si vuole contribuire allo sviluppo di una cultura a tutela del diritto fondamentale della dignità e del valore di tutte le persone e per la promozione della libertà, dell’autonomia e del benessere psicologico, nel rispetto della soggettività di ciascuna persona, gruppo o comunità (Codice Deontologico degli Psicologi italiani – Legge 56/89).
Nel corso del tempo sono stati tentati vari approcci volti a cercare di modificare l’identità di genere esperita e l’espressione di genere delle persone transgender, con interventi volti a renderle più “congrue” al sesso assegnato alla nascita, approcci che si sono rivelati inefficaci e associati a un aumento del malessere psicologico e della sintomatologia ansiosa e depressiva. (A cura del Gruppo di Lavoro per i Diritti delle Persone LGBTI+ dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia 2024).
L’identità di genere dell’individuo generalmente si sviluppa in modo coerente con il sesso assegnato alla nascita, ma non sempre questo avviene: alcune persone possono esperire un disallineamento tra il sesso biologico assegnato loro alla nascita e la percezione di sé (Incongruenza di Genere), il malessere legato all’esperienza di incongruenza e alle conseguenze intime e sociali connesse, come stigma e discriminazione, si identifica come Disforia di Genere.
La categoria diagnostica “Disforia di Genere” viene introdotta nella più recente edizione del DSM-5 (2014), dato che segna il passaggio dalla diagnosi di “Disturbo dell’Identità di Genere” a quella di “Disforia di Genere” (processo di de-patologizzazione dell’incongruenza di genere).
L’UOS psicopatologia dell’adolescenza dell’ASP di Catania si occupa di incongruenza di genere in età adolescenziale ed accoglie famiglie e adolescenti inviati da operatori sanitari del distretto di Catania. La presa in carico da parte dell’équipe di questa Unità Operativa (Neuropsichiatra Infantile, Psicologo, Assistente Sociale) prevede varie fasi in un arco temporale che va da sei mesi a circa un anno. Il progetto di presa in carico proposto dagli operatori ha la doppia valenza diagnostica e terapeutico-supportiva e necessita di tale dimensione temporale al fine di soddisfare le esigenze di tutela del/la giovane che desidera fare un percorso di affermazione di genere.
La fase valutativa è finalizzata ad approfondire il funzionamento generale dell’adolescente dal punto di vista psicologico, dello sviluppo dell’identità di genere e la presenza/assenza di psicopatologie.
La WPATH (World Professional Association for Transgender Health), negli Standards of Care versione 8 (SOC-8, Coleman et al., 2022), affronta il tema della salute mentale, stabilendo che la presenza di psicopatologie non deve rappresentare una barriera per l’accesso ai trattamenti di affermazione di genere e chiarendo che il requisito non è l’assenza di disturbi mentali, ma la loro stabilità (ibidem). Le persone transgender hanno tassi più elevati di ansia e depressione a causa del minority stress (stigma e discriminazione), pertanto, negare il trattamento a causa di questi sintomi creerebbe un paradosso clinico. Secondo le linee guida, infatti, il trattamento ormonale può essere iniziato se i problemi di salute mentale sono “ragionevolmente ben controllati” (ibidem). In quest’ottica, il ruolo dei professionisti della salute mentale nella SOC-8 è cambiato: da “controllore” (gatekeeper) ad alleato nel supporto.
Relativamente alla discussione dei modelli di approccio dell’adolescente con disforia di genere emergono numerose controversie, spesso impregnate di posizioni ideologiche e morali, che tuttavia, non dovrebbero interferire con l’ambito specificatamente clinico.
Nel lavoro clinico si lavora utilizzando delle mappe per orientarsi nel territorio. Le teorie, come affermano Fiora, Pedrabissi e Salvini (1988), rappresentano pertanto degli strumenti per orientarci nella realtà che andremo ad osservare; di conseguenza l’atteggiamento dell’osservatore/clinico dovrebbe non assolutizzare il modello o l’ipotesi di rilevazione. I modelli, per la loro stessa qualità ipotetica, sono incompleti e provvisori, servono semplicemente come guide per il pensiero.
La fase adolescenziale investe molteplici dimensioni di cambiamento che si riflettono in ogni aspetto del “sentire” e dell’ “agire”; rappresenta un momento complesso nella vita di un individuo, governato dalla confusione e dal caos come perdita di equilibrio caratterizzato, inoltre, da elementi fondamentali quali il rapporto con il corpo e il bisogno di autoaffermazione (Fabbrini & Melucci, 2000).
Da qui la necessità di leggere gli eventi umani e pertanto anche la DG come agire intenzionale, non in senso ontologico, riferendoli ad una presunta oggettività, ma in senso storico-ermeneutico, cioè di comprensione dei significati a partire da una totalità a cui riferirli.
Considerando il campo percettivo di ogni individuo organizzato e strutturato in termini di “Figura/Sfondo”, possiamo affermare che il bisogno dominante dell’organismo, in qualunque momento, diventa la figura di primo piano e gli altri bisogni recedono, almeno temporaneamente, nello sfondo (Perls et al., 1971).
In tal senso, l’adolescente arriva presso il servizio con una sua specifica richiesta di sentirsi nel corpo sbagliato, fonte di rifiuto e negazione, di provare sentimenti di disagio in ogni situazione della sua quotidianità e di voler affermare un’identità di genere diversa da quella data alla nascita. Percepire una profonda incongruenza tra il proprio corpo ed il proprio vissuto di genere crea nell’adolescente una sofferenza inenarrabile. Il/la giovane non riesce a dare un senso né al proprio sconforto né alla propria vita; sente di esistere e allo stesso tempo sente negato dagli altri il suo diritto ad “esserci” così com’è. Rimane allora isolato, quasi come spettatore del mondo sino a quando non chiede aiuto ai servizi sanitari per avere, in questa fase, un riconoscimento del suo malessere e dell’identità esperita.
Rientra nello specifico dell’équipe ascoltare/accogliere questo disagio e vista la peculiare fase del ciclo di vita, valutare ed approfondire insieme alla persona interessata il “now for next”, per dirla con le parole di Margherita Spagnuolo Lobb (2011). Così come previsto dagli standard di cura (SOC8), la presa in carico deve prevedere un approfondimento diagnostico, relativamente all’incongruenza di genere, ma anche eventuali comorbilità. Le evidenze empiriche indicano che gli adolescenti transgender sono a maggior rischio di difficoltà di salute mentale, spesso legate al rifiuto della famiglia, ad ambienti sociali ostili, dove non viene riconosciuta la loro identità. In letteratura si osserva un’associazione tra la diagnosi di DG e quella di disturbi psicologici di diversa natura, tra i quali ansia, depressione, disturbi dell’alimentazione e della nutrizione. L’esperienza clinica con gli adolescenti ci spinge ad effettuare una specifica diagnosi differenziale tra un dismorfismo corporeo, in cui spesso è presente una distorsione cognitiva o una preoccupazione ossessiva (ove la persona vede un qualche difetto oggettivamente insignificante come una grave malformazione) e la DG, ove invece si rileva un disallineamento identitario ed una percezione realistica delle proprie caratteristiche fisiche che vive come estranee o errate.
Nel disturbo da dismorfismo corporeo o dismorfofobia la persona mira a “correggere” un difetto specifico; tuttavia, a differenza della disforia, i trattamenti chirurgici o estetici spesso non risolvono il disagio poiché l’ossessione tende a spostarsi su un’altra parte del corpo o a persistere nonostante il miglioramento oggettivo. Inoltre, una diagnosi di disturbo del comportamento alimentare talvolta sottende un quadro clinico ben più complesso, ove la restrizione alimentare diventa un modo per alleviare l’angoscia legata ad un corpo rifiutato in relazione all’incongruenza di genere.
Un tema ricorrente è l’utilizzo della restrizione alimentare e/o dei comportamenti compensatori quali mezzi efficaci per far sì che il proprio corpo appaia maggiormente conforme al genere a cui si sente di appartenere (in un uomo transgender, per inibire lo sviluppo del seno e/o per far cessare il ciclo mestruale; in una donna transgender, per far sì che il proprio corpo rispecchi gli ideali stereotipici di bellezza femminile socialmente definiti) (Coelho et al., 2019).
Diverse riviste scientifiche internazionali evidenziano che l’utilizzo di pillole dimagranti e il ricorso a condotte compensatorie, vomito autoindotto e lassativi per prevenire l’aumento del peso, è due volte superiore tra i giovani transgender rispetto a quello registrato tra i coetanei cisgender.
In merito alla complessità del lavoro con adolescenti transgender, le linee guida Standard of Care della WPATH (Coleman et. al, 2022) sottolineano come la presa in carico del paziente adolescente che sperimenta incongruenza e/o disforia di genere debba essere graduale e multidisciplinare in quanto necessita di un’attenta valutazione caso per caso.
Relativamente al lavoro presso l’Unità Operativa, nelle prime consultazioni viene proposto al minorenne e alla famiglia un progetto di presa in carico che tenga in considerazione aspetti di tipo psicologico (sostegno alla famiglia e/o al giovane), ambientale (scuola, agenzie educative), consulenze endocrinologiche presso un servizio dedicato dell’ASP-CT. La presa in carico prevede, pertanto, un percorso multidisciplinare e integrato in fasi successive (psicologico, neuropsichiatrico, endocrinologico) che riguarda gli adolescenti e le loro famiglie.
A tal proposito, il percorso psicologico/psicoterapeutico potrebbe rappresentare un prezioso aiuto per le persone transgender al fine di: chiarire ed esplorare l’identità e il ruolo di genere; affrontare l’impatto dello stigma sulla propria salute mentale e sul proprio sviluppo; facilitare il processo di coming-out all’interno del contesto familiare e sociale.
Il progetto di presa in carico si può concludere con una relazione psicologico-clinica da presentare all’endocrinologo per intraprendere il percorso di terapia ormonale, oppure, se si ritiene opportuno, potrà proseguire anche nelle fasi successive sino al cambio dei dati anagrafici, producendo, su richiesta dell’interessato/a, la relazione clinica necessaria per il Tribunale per l’acquisizione formale della nuova identità, ai sensi della legge 164/82 (“Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”).

La centralità del corpo nell’adolescente transgender

Quando lo sviluppo procede normalmente, l’adolescente deve confrontarsi con un corpo inquietante-estraneo che minaccia il suo sentimento di integrità e la sua continuità identitaria, determinando, internamente, vissuti di disagio dati dalla fatica di riconoscere se stessi in un corpo che non si riconosce più (Salonia, 2011). Il giovane adolescente si trova a dover affrontare mutamenti corporei rapidi e incontrollabili che influenzano i processi di auto-riconoscimento, interessando sia il mondo interno che quello esterno (Fabbrini& Melucci, 2000). Il nuovo corpo genitale, di uomo o di donna, è inizialmente vissuto come appartenente al sé e allo stesso tempo esterno al sé, in una dimensione di frontiera tra l’ “essere” e l’ “avere” un corpo. Di centrale importanza, nella psicoterapia della Gestalt, è la concezione di “corpo vissuto”, cioè il passaggio dal “corpo che ho” al “corpo che sono” (Salonia, 2008). Affinché l’adolescente possa sentire di “essere” il corpo che “ha” occorrono tempi piuttosto lunghi. Possiamo affermare che l’adolescente con DG vive un costante ed angoscioso conflitto dovuto al disallineamento tra la maturazione fisica, sul piano estetico, e la maturazione psicologica e cognitiva (Rigobello, L. & Gamba, F., 2016), volto a “nascondersi” dal proprio corpo o a dover esibire un corpo vissuto come “alieno”. Quando il corpo è disincarnato, viene vissuto come “ostaggio” e la persona entra in relazione con l’immagine del corpo e non con il corpo (disturbi del comportamento alimentare).
Dall’esperienza maturata in questi anni, abbiamo osservato che nelle persone con incongruenza di genere vi è un transitorio “senso di vuoto” nel vivere in un corpo che non riconoscono, in attesa di un “senso di pienezza” tanto desiderato, di un corpo immaginato, talvolta idealizzato, ma non ancora vissuto.
L’esperienza di non avere il corpo desiderato diviene difficilmente sostenibile e rende complesso il rapporto con se stessi e con il mondo. Il corpo vissuto rimanda alla soggettività e all’espressione del sé, alla coscienza delle sensazioni interne ed esterne: il corpo mi rileva, mi rappresenta, “io ho un corpo” ed “io sono il mio corpo” nelle varie forme in cui posso esprimermi; il corpo mi dà un senso di appartenenza. In questa prospettiva, appare difficile separare o ignorare i profondi legami fra corpo fisico e corpo vissuto: il corpo è un organo senziente ove posso percepire me stesso, il mio corpo con il corpo (Merleau Ponty 1945).
Infine, come sostiene la psicologia fenomenologica, il Leib o corpo vissuto è ciò che ci rende presenza, ci consegna al mondo, consentendoci di progettarci in e con esso, diventando così la condizione di possibilità per ogni esperienza e relazione.

L’intervento psicologico con gli adolescenti transgender

Il lavoro in terapia con questi pazienti è molto complesso in quanto l’instabilità e l’ansia di fare un percorso di affermazione di genere molto spesso impediscono allo sfondo relazionale di co-costruirsi. Il lavoro terapeutico, inoltre, può essere ostacolato dall’insoddisfazione del paziente che sente disattesi i propri desideri di risoluzione immediata della propria richiesta, ritardando il raggiungimento dei propri obiettivi. Il terapeuta, per tale motivo, deve provare ad offrire all’adolescente con DG la propria capacità di stare in una relazione in cui l’angoscia è spesso presente, offrendo un luogo sicuro e non giudicante dove poter esplorare la sua identità di genere: l’ascolto e l’accettazione di questi vissuti è basilare se si vuole in qualche modo raggiungere la persona con disforia di genere. Se il terapeuta riesce a contenere e trasformare queste energie, che a volte divengono distruttive, in qualcosa di nuovo e creativo, la relazione avrà la possibilità di costruirsi e il rapporto divenire un modello di contenimento costante.
Il tempo, mentre permette alla relazione di “farsi”, la costringe anche a definirsi. Lo scorrere del tempo, infatti, dà alla relazione fondamento (grounding) e configurazione (Salonia, 1992). Tempo e relazione risultano pertanto intrinsecamente connessi dal momento che non esiste una relazione astratta e atemporale.
Come affermano i fondatori della Gestalt Therapy, ogni messaggio si chiarifica in profondità, quando viene collocato all’interno di un movimento, che è il divenire della relazione.
In una relazione psicoterapeutica, il modo migliore per aiutare un individuo non consiste nel dirgli “cosa deve fare”, ma nell’aiutarlo a comprendere la sua situazione, a recuperare le proprie risorse assumendosi la responsabilità delle proprie scelte.
Affinché la persona possa comprendere se stessa, il proprio concetto di sé, i propri atteggiamenti e possa acquisire un comportamento autodiretto, è necessario che trovi, nella relazione con lo psicologo, le condizioni che agevolino il suo processo di crescita (clima ed atteggiamenti psicologici positivi).
Quando si parla di “comprensione empatica” del mondo personale dell’adolescente, ci si riferisce alla capacità dello psicologo di “sentire” la realtà sperimentata dall’altro, capire ciò che l’utente sta vivendo cioè nell’adottare il suo schema di riferimento (mondo soggettivo dell’individuo) nel percepire come il giovane vede se stesso ed il mondo o come pensa di essere percepito dagli altri e nel comunicargli questa comprensione empatica (Rogers- Kinget 1970).
Lo psicologo, in definitiva, dovrà mettere in campo quella forza relazionale capace di far “sentire” fino in fondo alla persona come funziona, quali modalità mette in atto per entrare in contatto con gli altri e quale flusso di esperienze blocca; la consapevolezza, in questa prospettiva, potrebbe essere rappresentata dall’acquisizione della capacità di riuscirsi a sperimentare in maniera olistica.

L’intervento con i familiari di adolescenti transgender

Il coming-out di un figlio o di una figlia come persona transgender è un’esperienza che spesso i genitori vivono come altamente destabilizzante. Assumendo come ipotesi di fondo che il malessere del figlio/a rappresenta il racconto di un corpo che cambia e rispetto al quale i membri della famiglia faticano a adeguarsi (Salonia, 2010), il percorso di affermazione di genere dell’adolescente con DG non può non prevedere un parallelo percorso di sostegno per i genitori e di accompagnamento verso un cambiamento che coinvolge l’intera rete di rapporti affettivi familiari. Il gruppo genitori come intervento specifico offerto dall’UOS psicopatologia dell’adolescenza nasce da una lettura del bisogno della persona transgender di sentirsi riconosciuta nella sua identità di genere nel proprio contesto più prossimo, la famiglia, la quale spesso esprime un senso di disorientamento, di resistenza e di limitata comprensione per ciò che vive il/la figlio/a.
Molte volte l’adolescente riferisce di aver raggiunto un suo equilibrio nella relazione con il gruppo dei pari o con i compagni di classe, i quali lo riconoscono nella sua identità e lo chiamano con l’alias prescelto; i genitori ed altri familiari invece, spesso, pensano che la scelta dell’alias o la correzione, da parte dell’adolescente, dei pronomi utilizzati dai familiari, sia più un “capriccio”, liquidando in maniera sbrigativa tale desiderio del figlio/a come inopportuno e pretenzioso.
Il coinvolgimento attivo dei familiari al processo di affermazione del giovane aiuta i genitori a dare significato a ciò che sta accadendo, di conseguenza appaiono più supportivi (Rigobello, L. & Gamba, F., 2016).
Dall’emergere di questi bisogni, rintracciati dal racconto dei giovani pazienti, già dal 2024 viene attivato, in forma sperimentale, un “gruppo genitori” di adolescenti seguiti dagli operatori dell’U.O.S. psicopatologia dell’adolescenza con un conduttore, psicologo-psicoterapeuta, ed una psicologa tirocinante di una scuola di specializzazione in psicoterapia. Si tratta di un gruppo aperto che, nel corso di questi due anni, ha visto la partecipazione di un numero variabile di genitori,da nove a tredici. Attualmente il gruppo ha una cadenza mensile ed ogni incontro ha una durata di un’ora e mezza.
Vista l’adesione/motivazione mostrata dai genitori ed il loro desiderio esplicitato di proseguire il percorso di gruppo, il gruppo genitori rappresenta ormai un intervento permanente. Alcuni di questi sono genitori di giovani che hanno già iniziato la terapia ormonale, mentre altri ragazzi/e dovranno ancora intraprenderla.
Il gruppo dei genitori si configura come gruppo supportivo con un profilo psicoterapeutico in senso lato, collegato alla dimensione gruppale comunicativa e di condivisione, oltre che di prevenzione. La coesione, la fiducia/empatia tra i partecipanti e verso i conduttori, e ancora, l’informazione e guida, l’accettazione, l’apprendimento interpersonale e su di sé hanno sicuramente una valenza psicoterapeutica.
Nel gruppo, molti genitori descrivono di sentire un senso di isolamento nella loro esperienza. Spesso hanno la sensazione di essere gli unici al mondo ad affrontare questo problema, senza poter pensare a nessun possibile interlocutore nella loro cerchia di conoscenti o amici. Questa sensazione si associa spesso a un senso di vergogna che rinforza ulteriormente l’isolamento. Alcuni genitori si sentono senza speranza nel riuscire a gestire al meglio la rivelazione del proprio figlio/a. Spesso i genitori temono di parlarne con chiunque, persino con gli altri componenti della famiglia, difatti, conseguenza del coming-out del figlio/a è il coming-out dei genitori, i quali dovranno scegliere se e quando comunicare quanto vissuto ai familiari, ai colleghi, agli amici.
Nel gruppo emergono sentimenti di perdita e lutto: i genitori, infatti, devono affrontare la dolorosa perdita del figlio o della figlia che hanno conosciuto fino a quel momento e prepararsi ad accogliere la nuova identità di genere. L’elaborazione di questo lutto è alquanto complessa/problematica e spesso i tempi del genitore non coincidono con il desiderio impellente del figlio/a di essere riconosciuto/a ed accettato/a, dovendo elaborare la perdita di tutte le aspettative, costruite negli anni, legate al futuro del proprio figlio/a. Da un punto di vista psicoterapeutico, tale spazio di gruppo potrebbe rappresentare un’opportunità, nel vissuto psicologico-relazionale di ognuno, di “chiudere” un’esperienza per “aprirsi” ad un nuovo poco conosciuto e all’esplicitazione di dubbi/perplessità che potrebbero trovare chiarezza e risposte nel fluire dell’esperienza sia all’interno del gruppo sia nella relazione con il proprio figlio/a.
La finalità generale dell’intervento di gruppo con i genitori consiste nel favorire lo sviluppo della capacità di mettersi in gioco, nello scambio reciproco, condividendo esperienze, facendo emergere e potenziando le competenze genitoriali; inoltre, nel diffondere conoscenza contro stigma e pregiudizi, destrutturando in primis il pregiudizio interiorizzato, nell’assumere infine un ruolo attivo di genitori come attori di cambiamento.
L’obiettivo dell’intervento di gruppo potrebbe essere così sintetizzato:

  • rompere l’isolamento entro cui spesso i genitori si trovano ad affrontare il coming-out del figlio/a;
  • offrire un luogo protetto e non giudicante dove esprimere ed elaborare sentimenti e vissuti di colpa e vergogna, preoccupazioni e resistenze;
  • connettersi al bisogno del figlio/a nell’essere riconosciuto nella propria identità di genere;
  • costruire un luogo privilegiato di comunicazione tra pari al fine di migliorare le competenze comunicative e relazionali nei confronti dei figli;
  • sostenere il riconoscimento e l’accettazione della peculiarità dello sviluppo dell’identità di genere di ogni individuo in ogni sua espressione;
  • incrementare la consapevolezza del ruolo educativo dei genitori e della famiglia;
  • promuovere risorse e nuove capacità di lettura degli eventi e dei bisogni individuali e collettivi;
  • promuovere la crescita familiare resiliente e garantire il benessere emotivo di tutti i componenti della famiglia.

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