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Sessualità e affettività come linguaggi relazionali: una lettura sistemico-relazionale

Riflessioni

Pubblicato il: 20 Febbraio 2026

Di:Antonietta Germanotta

Introduzione

In terapia la sessualità emerge frequentemente come area problematica ma di rado come richiesta d’aiuto. Sessualità che necessita di essere intesa non come comportamento da normalizzare o prestazione da correggere ma quale luogo relazionale in cui si intrecciano storia familiare, modelli affettivi, potere, trauma e aspettative sociali.
Una lettura centrata meramente sull’individuo rischierebbe di oscurarne la dimensione più rilevante dal punto di vista clinico: quella relazionale che consente di collocare sessualità e affettività come un linguaggio del corpo all’interno dei legami. Fondamentale è considerare il binomio sessualità e affettività un’esperienza che prende forma nella relazione con le figure di riferimento e nei contesti affettivi e culturali di appartenenza. Non funzioni isolate bensì processi attraverso cui il sistema regola distanza e vicinanza. In tale cornice il corpo sessuato diventa luogo di espressione della storia relazionale e delle modalità di attaccamento costruite nel tempo. Le riflessioni che seguono nascono dall’esperienza clinica: terapie individuali e terapie di coppia all’interno delle quali le difficoltà sessuali emergono frequentemente non come problematiche autonome, disturbi da trattare, ma come modalità comunicativa attraverso cui il corpo esprime bisogni, ferite, soluzioni di adattamento e richieste di regolazione della distanza emotiva. La sessualità si rivela meno come area da trattare e più come spazio relazionale da comprendere; espressione indiretta di sofferenze relazionali più ampie.

La sessualità come funzione del sistema

Nell’approccio sistemico-relazionale il comportamento individuale acquista significato solo se letto all’interno del sistema di relazioni in cui è inserito; corpo e sessualità rispondono a regole implicite, aspettative affettive e vincoli relazionali.
Come evidenziato da Luigi Cancrini (2013), il sintomo non rappresenta un malfunzionamento ma una strategia adattiva a una sofferenza relazionale piuttosto che un segnale di patologia individuale per la quale il sistema non dispone di risposte più flessibili. Applicata alla sessualità, questa lettura consente di comprendere come difficoltà, blocchi o comportamenti sessuali disfunzionali possano assolvere a funzioni ben precise: mantenere una distanza emotiva protettiva, evitare il contatto con vissuti intollerabili, stabilizzare equilibri di coppia o preservare un’identità costruita sulla difesa. Il sintomo sessuale può essere letto come un tentativo di mantenere un equilibrio relazionale per proteggersi da esperienze emotivamente inaccettabili o di comunicare un disagio che non è riuscito a trovare altre forme di espressione.
La sessualità si configura come un vero e proprio regolatore del legame in grado di segnalare tensioni relazionali, asimmetrie di potere e irrisolti affettivi spesso transgenerazionali. Il corpo non è soltanto sede di esperienza individuale ma luogo di iscrizione della relazione in cui il sistema lascia tracce delle esperienze significative che si riattivano nei contesti di intimità.

Sessualità e trauma: il corpo che ricorda

Le esperienze traumatiche, soprattutto quando avvengono all’interno di relazioni significative, hanno un impatto profondo sul modo in cui la persona vive il proprio corpo, il desiderio e l’intimità. La sessualità può diventare un’area di forte ambivalenza, oscillando tra evitamento, ipercontrollo, anestesia emotiva o, al contrario, comportamenti sessuali compulsivi e disorganizzati. Nell’esperienza clinica, le difficoltà sessuali associate a storie traumatiche raramente si presentano come richieste dirette di intervento sul sintomo; più spesso emergono come elementi collaterali, portati dal paziente solo dopo che si è costruito uno spazio relazionale sufficientemente sicuro.
Come sottolinea Van der Kolk (2015) il trauma lascia tracce profonde anche a livello corporeo; in ottica sistemica il trauma non è riducibile all’evento ma va compreso come fallimento della relazione nel contenere e simbolizzare l’esperienza. Quando il legame primario non offre protezione e riconoscimento il sistema sviluppa soluzioni difensive, strategie di sopravvivenza relazionale che tendono a stabilizzarsi nel tempo. L’evitamento dell’intimità, il controllo rigido del corpo o la dissociazione corporea non segnalano un disturbo del desiderio ma rappresentano esiti coerenti di una storia relazionale in cui la vicinanza è stata associata al pericolo e al trauma.
Il corpo conserva la memoria del legame più che dell’evento traumatico; attraverso il sintomo sessuale il sistema segnala ciò che non ha potuto essere elaborato sul piano simbolico e relazionale.

Caso clinico

Nel lavoro psicoterapico con una donna adulta, giunta in stanza di terapia riferendo una difficoltà persistente nella vita sessuale di coppia, emerge fin dalle prime sedute un racconto centrato sul controllo del proprio corpo e sull’impossibilità di lasciarsi andare sessualmente. Nel corso del nostro lavoro la storia familiare rivela un contesto affettivo caratterizzato da una marcata rigidità emotiva in cui l’autonomia affettiva veniva confusa con l’isolamento. Nel suo contesto familiare di appartenenza l’espressione dei bisogni affettivi sembrava essere implicitamente scoraggiata poiché associata a vulnerabilità e perdita di valore. In questo quadro la sessualità sembrava aver assunto, nel tempo, una funzione regolativa stabile del legame: difendere una distanza emotiva tollerabile e proteggersi dal rischio percepito di fusione o intrusione.
Seduta dopo seduta ci si orienta verso la comprensione del sintomo quale soluzione relazionale, coerente con la storia del proprio sistema familiare, favorendo l’esplorazione e l’emergere di inediti significati e sconosciute possibilità di contatto e vicinanza. Il cambiamento clinico, per la paziente, inizia quando il sintomo non rappresenta più un nemico da combattere ma una storia da comprendere; nel momento in cui il sintomo viene riconosciuto come soluzione relazionale il corpo smette di doversi difendere.

Il ruolo del terapeuta sistemico-relazionale

Nel lavoro sulla sessualità, l’intervento clinico assume una posizione di ascolto del sistema più che del singolo comportamento; non mira a ripristinare una presunta normalità ma a dare significato al sintomo ricollocandolo all’interno della storia dei legami. L’attenzione del terapeuta si concentra meno sul contenuto manifesto del sintomo e più sulla sua funzione nel sistema, in modo non lineare ma circolare, mantenendo uno sguardo che integri corpo, storia relazionale e contesto attuale. Il setting terapeutico diventa così uno spazio in cui il corpo può essere riconosciuto come portatore di significati relazionali e in cui il sistema può sperimentare forme più flessibili di regolazione della distanza e della vicinanza affettiva.

Conclusioni

Sessualità e affettività, lette in chiave sistemico-relazionale, non rappresentano ambiti separati della vita psichica ma modalità attraverso cui il sistema organizza la relazione e gestisce la sofferenza. Il sintomo sessuale, lungi dall’essere un semplice disturbo, perde così il suo statuto di disfunzione individuale per acquisire quello di risposta coerente a una storia relazionale complessa percepita come minacciosa o non sufficientemente sicura.
Nella sessualità, come in ogni sintomo, non è il corpo a non funzionare ma il sistema che ha trovato in quel corpo la sua unica soluzione possibile: è da qui che il lavoro clinico può iniziare…

Bibliografia

Cancrini, L. (2006), L’oceano borderline. Raffaello Cortina Editore.
Cancrini, L. (2013), La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline, Milano: Raffaello Cortina Editore.
Van der Kolk, B. (2015), Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Milano: Raffaello Cortina Editore.