Pubblicato il: 15 Giugno 2026
Per lungo tempo, condizioni come autismo, ADHD e disturbi specifici dell’apprendimento sono state interpretate come deviazioni da una norma implicita di funzionamento, secondo una logica centrata sul deficit e sulla correzione. Il paradigma della neurodiversità introduce un cambiamento di prospettiva, riconoscendo la pluralità dei funzionamenti cognitivi come parte della variabilità umana.
Nato alla fine degli anni ’90 nel contesto dei movimenti per i diritti civili e dell’attivismo autistico (Singer, 1998; Blume, 1998), il concetto di neurodiversità distingue tra ciò che è statisticamente più comune e ciò che viene definito “atipico”, sottolineando come quest’ultimo non coincida necessariamente con la patologia (Marocchini, 2024; Dwyer, 2022). L’attenzione si sposta così dal deficit al funzionamento e alla relazione tra individuo e contesto, in continuità con il modello biopsicosociale (Engel) e la prospettiva dell’ICF. Viene inoltre messa in discussione la nozione stessa di normalità, evidenziando il carattere storico e culturale dei criteri di “tipicità”.
Considerare la normalità come costruzione socio-culturale implica che la deviazione dalla norma non possa essere automaticamente letta in termini deficitari. In assenza di questa consapevolezza, la clinica rischia di assumere parametri neurotipici come universali, interpretando come disfunzionale ciò che è espressione di un diverso funzionamento. In linea con sviluppi recenti, le difficoltà associate alle condizioni neurodivergenti vengono sempre più comprese come esiti di un disallineamento tra individuo e ambiente. Il funzionamento si configura come qualcosa che prende forma nella relazione tra caratteristiche neurocognitive e contesto, e diventa osservabile nella pratica clinica attraverso le modalità con cui la persona si muove, si regola e entra in relazione con l’ambiente. Il modello ecologico del funzionamento proposto da Chapman interpreta funzioni e disfunzioni come esiti relazionali emergenti dall’interazione tra individuo, ambiente e contesto sociale. La sofferenza può così essere letta come espressione di una scarsa compatibilità tra il funzionamento della persona e ambienti costruiti su aspettative implicitamente neurotipiche.
Questo implica trasformazioni anche nella clinica: comportamenti tradizionalmente letti come segnali di disregolazione o difficoltà relazionali possono essere riletti come tentativi di autoregolazione o indicatori di incompatibilità tra individuo e contesto. L’intervento psicologico si orienta così sia alla comprensione del comportamento, sia all’esplorazione e, quando possibile, alla trasformazione delle condizioni ambientali e relazionali in cui esso prende forma.
Il paradigma della neurodiversità è oggetto di dibattito critico. Alcuni autori evidenziano il rischio di attenuare la distinzione tra differenza e disturbo (Jaarsma & Welin, 2012), altri di trascurare i bisogni clinici nelle forme più complesse (Runswick-Cole, 2014). Tali critiche sono rilevanti nella pratica clinica, dove il rischio è sostituire la patologizzazione con una negazione della sofferenza. Prospettive recenti sottolineano come il paradigma della neurodiversità richieda di comprendere la sofferenza all’interno di una cornice più ampia che includa il rapporto tra individuo e contesto (Sonuga-Barke & Thapar, 2021)
Nella mia esperienza clinica, questo ha portato a interrogare il setting terapeutico, spesso costruito su presupposti neurotipici impliciti. Il setting può essere inteso come dispositivo relazionale, materiale e sensoriale, capace di facilitare o ostacolare l’esperienza terapeutica. La letteratura evidenzia come le caratteristiche sensoriali dell’ambiente incidano sui processi di regolazione emotiva e attenzione, configurando lo spazio come elemento attivo del processo terapeutico (Ulrich, 1991; Ashburner et al., 2008). Il setting si configura come parte integrante dell’esperienza clinica, rendendo maggiormente visibile una dimensione già presente nella tradizione psicologica, ma che in questa prospettiva assume una centralità operativa più esplicita. Studi e applicazioni nel campo della progettazione di ambienti terapeutici per pazienti neurodivergenti mostrano come la modulazione di variabili quali luce, stimolazione sensoriale e organizzazione dello spazio possa incidere direttamente sulla possibilità di accesso all’esperienza e alla relazione (Rossi, 2024).
Nel lavoro con bambini e adolescenti con disturbi del neurosviluppo è emerso come molti presupposti della pratica clinica siano modellati su funzionamenti neurotipici. Questo ha richiesto di rimettere in discussione il mio posizionamento e sviluppare una maggiore attenzione alla configurazione dello spazio: modulazione dell’illuminazione, riduzione degli stimoli sensoriali, introduzione di oggetti di autoregolazione e flessibilità nella postura e nel movimento. Movimenti, tensioni e micro-segnali corporei possono essere letti come indicatori di stati interni non verbalizzati e, al tempo stesso, come espressioni del modo in cui la persona si adatta all’ambiente. In alcune situazioni, il corpo esprime un’attivazione emotiva non mentalizzata: i pazienti dichiarano benessere mentre il corpo comunica disagio. In altre, i segnali corporei rimandano a una difficoltà di adattamento al contesto, come nel caso di un paziente che ha a lungo tollerato il disagio legato alla luce della stanza, sostenendo uno sforzo significativo per permanere in un ambiente percepito come poco accessibile. Una lettura esclusivamente intrapsichica avrebbe potuto ricondurre tale esperienza a stati ansiosi o a dinamiche relazionali, l’esplorazione condivisa ha invece reso evidente il peso della componente sensoriale.
In questa configurazione, il fenomeno del masking assume particolare rilevanza, come possibile chiave di lettura dello sforzo adattivo richiesto dall’ambiente, senza esaurire le possibili interpretazioni cliniche; si tratta dell’insieme di strategie con cui le persone neurodivergenti si adattano alle aspettative sociali e ambientali, spesso con elevato dispendio di risorse (Hull et al., 2017; Cage & Troxell-Whitman, 2019). Intervenire sul setting, modulando l’illuminazione o introducendo strumenti sensoriali e visivi, può ridurre lo sforzo adattivo e rendere più accessibile l’esperienza terapeutica. L’utilizzo di strumenti sensoriali e supporti visivi è associato a un miglioramento della regolazione attentiva ed emotiva (Ashburner et al., 2008; Kapp, 2020). La loro introduzione assume anche una funzione relazionale: utilizzarli esplicitamente come terapeuta contribuisce a legittimarne l’uso, riducendo la pressione alla conformazione e favorendo una maggiore libertà espressiva (Walker, 2014; Chapman, 2021). Il lavoro clinico favorisce così processi di consapevolezza e autoregolazione, sostenendo lo sviluppo di strategie coerenti con le caratteristiche della persona e promuovendo una maggiore comprensione di sé e dei propri punti di forza.
Questa prospettiva si colloca in continuità con orientamenti già presenti nella storia della psicologia. Autori come Lev Vygotskij hanno mostrato come il funzionamento emerga dall’interazione con il contesto socio-culturale, mentre l’etnopsichiatria ha evidenziato il carattere situato e culturalmente determinato delle categorie di normalità e patologia. Il paradigma della neurodiversità riprende e rende operativa questa tradizione, estendendola al campo neuropsicologico e traducendola in implicazioni cliniche concrete.
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