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ADHD nell’adulto e gioco d’azzardo: traiettorie di autoregolazione e adattamento disfunzionale. Un contributo clinico

Pubblicato il: 17 Giugno 2026

Di:Nicoletta Faraci

L’interesse clinico e neuroscientifico per le neurodivergenze in età adulta ha contribuito a una progressiva riformulazione dei modelli interpretativi del funzionamento psicologico. In particolare, il Disturbo da deficit di attenzione e iperattività viene sempre più considerato non solo come condizione clinica definita in termini di deficit, ma come variante del funzionamento neurocognitivo che emerge nell’interazione tra caratteristiche individuali e richieste ambientali.

In questa prospettiva, la diagnosi in età adulta rappresenta spesso l’esito di traiettorie adattive complesse, nelle quali strategie compensatorie e difficoltà di adattamento si sovrappongono nel tempo, fino a configurare quadri psicopatologici secondari quali disturbi dell’umore, ansia e dipendenze comportamentali (American Psychiatric Association, 2013).

Tra queste, il disturbo da gioco d’azzardo rappresenta un ambito clinicamente rilevante per la sua connessione con impulsività, ricerca di stimolazione e alterazioni nei processi di autoregolazione motivazionale (Sonuga-Barke et al., 2010). In una prospettiva orientata alla neurodiversità, il comportamento di gioco può essere letto come modalità di regolazione contestuale attraverso cui il soggetto tenta di modulare stati interni di sovraccarico attentivo, noia o disorganizzazione cognitiva, con un incremento rapido dell’arousal dopaminergico e della rilevanza motivazionale dell’azione.

Nell’adulto, l’ADHD si manifesta con difficoltà di continuità attentiva, disorganizzazione, impulsività decisionale e instabilità nella gestione dei compiti, più che con iperattività evidente (American Psychiatric Association, 2013). Tali caratteristiche, se non riconosciute, possono essere vissute come inefficienze personali, favorendo una rappresentazione di sé centrata sul fallimento e sulla discontinuità del controllo volontario. Il ritardo diagnostico incide così anche sulla costruzione dell’esperienza di sé e sulla progressiva organizzazione narrativa del funzionamento personale.

Le evidenze indicano che la presenza di ADHD in età adulta si associa a maggiore vulnerabilità al gioco problematico e a una gestione clinica più complessa (van Emmerik-van Oortmerssen et al., 2012). Tale associazione viene interpretata alla luce di un modello di disregolazione dei sistemi motivazionali, in cui l’iperresponsività alla ricompensa immediata si combina con un deficit dei meccanismi di inibizione e pianificazione comportamentale.

Il caso di G.

G., 51 anni, si rivolge a un servizio specialistico per il trattamento del gioco d’azzardo dopo una progressiva compromissione personale, familiare ed economica. Negli ultimi due anni ha accumulato perdite pari a circa 80.000 euro tramite piattaforme online, con indebitamento e difficoltà nel sostenere gli impegni familiari. Riferisce vissuti di fallimento e ideazione suicidaria nelle fasi di maggiore disregolazione emotiva.

Dal racconto emerge una percezione costante di funzionamento “non sincronizzato” con le richieste ambientali. G. descrive difficoltà persistenti di attenzione, pianificazione e gestione sequenziale delle attività, a lungo interpretate come limiti personali piuttosto che come possibile espressione di neurodivergenza.

Nonostante una posizione lavorativa stabile come responsabile commerciale, il funzionamento quotidiano è caratterizzato da elevato dispendio cognitivo ed emotivo e da costante sforzo compensatorio.

L’anamnesi evidenzia difficoltà attentive e impulsività già in età scolare, con rendimento altalenante e distraibilità. In adolescenza emergono discontinuità formative e ricerca di stimoli intensi, senza valutazioni diagnostiche strutturate.

Il gioco assume progressivamente funzione autoregolativa, configurandosi come spazio in cui l’attivazione attentiva appare più stabile e la frammentazione interna ridotta. Il paziente riferisce che nel gioco sperimenta una condizione di maggiore ‘tenuta mentale’, in cui la regolazione dell’arousal risulta immediata e funzionalmente organizzante. In questa prospettiva, il gambling rappresenta una modalità funzionale di breve termine, seppur disfunzionale nel lungo periodo.

L’ipotesi clinica orienta verso ADHD non riconosciuto in età evolutiva, con traiettoria di sviluppo caratterizzata da mancato riconoscimento precoce e costruzione di strategie compensatorie ad alto costo funzionale. Impulsività, ricerca di stimolazione e deficit esecutivi rappresentano un asse interpretativo centrale.

Inquadramento funzionale

La co-occorrenza tra difficoltà esecutive e gioco problematico può essere letta attraverso meccanismi condivisi di autoregolazione. La difficoltà nel differire la risposta comportamentale si associa a scelte rapide e poco mediate dai sistemi di controllo prefrontale (Sonuga-Barke et al., 2010). La ricerca di stimolazione rende invece particolarmente salienti contesti caratterizzati da variabilità, rischio e rinforzo immediato (Barkley, 2015; Volkow et al., 2011).

A livello neurofunzionale, tali dinamiche sono associate a una disfunzione dell’interazione tra circuiti mesolimbici della ricompensa e reti fronto-striatali di controllo esecutivo (Volkow et al., 2011), configurando un modello di vulnerabilità emergente dall’interazione tra predisposizione neurocognitiva e contesto ambientale. In questo senso, la lettura in chiave dimensionale consente di superare una logica esclusivamente categoriale del disturbo, evidenziando continuità tra funzionamento neuropsicologico e comportamento clinico. L’ADHD viene così interpretato lungo un continuum attentivo-motivazionale, in cui le condotte di rischio possono rappresentare esiti funzionali di adattamento in condizioni di inefficienza dei sistemi di controllo esecutivo.

In coerenza con questa prospettiva, anche il processo valutativo è stato orientato in senso dimensionale e condotto tramite DIVA 2.0.

Intervento clinico

L’intervento richiede adattamento dei protocolli per dipendenze comportamentali. Accanto alla CBT, risultano utili strategie di supporto organizzativo, strutturazione del tempo e incremento della consapevolezza precoce dei trigger comportamentali.

Il trattamento ha integrato approccio evidence-based e cornice psicodinamica, con attenzione ai significati soggettivi dell’esperienza e alla rielaborazione del vissuto di fallimento. Il lavoro clinico ha favorito una progressiva ridefinizione dell’identità personale meno centrata sulla colpa e più sulla comprensione del proprio funzionamento neurocognitivo.

Conclusione

Nel disturbo da gioco d’azzardo, l’analisi di possibili quadri di ADHD in età adulta consente di collocare il comportamento sintomatico all’interno di traiettorie evolutive complesse, in cui la neurodivergenza assume un ruolo centrale. Il gioco può essere compreso non solo come espressione di disregolazione impulsiva, ma anche come tentativo di organizzazione di un funzionamento neurocognitivo specifico in un contesto non sempre sintonizzato su tali caratteristiche.

Questa prospettiva consente di spostare il focus clinico dalla sola riduzione del sintomo alla comprensione del funzionamento individuale, favorendo interventi maggiormente sintonizzati, sostenibili e orientati alla qualità della vita.

Bibliografia

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). American Psychiatric Publishing.

Barkley, R. A. (2015). Attention-deficit hyperactivity disorder: A handbook for diagnosis and treatment (4th ed.). Guilford Press.

Sonuga-Barke, E. J. S., Wiersema, J. R., van der Meere, J. J., & Roeyers, H. (2010). Context-dependent dynamic processes in attention-deficit/hyperactivity disorder: Differentiating common and unique developmental pathways. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 34(5), 719–727.

van Emmerik-van Oortmerssen, K., van de Glind, G., van den Brink, W., Smit, F., Crunelle, C. L., Swets, M., & Schoevers, R. A. (2012). Prevalence of attention-deficit/hyperactivity disorder in substance use disorder patients: A meta-analysis and meta-regression analysis. Drug and Alcohol Dependence, 122(1–2), 11–19.

Volkow, N. D., Wang, G. J., Fowler, J. S., Tomasi, D., & Baler, R. (2011). Reward, dopamine and the control of food intake: Implications for obesity. Trends in Cognitive Sciences, 15(1), 37–46.