Pubblicato il: 17 Giugno 2026
“La mia mente è come un browser con 100 schede aperte:
50 sono bloccate, 10 stanno riproducendo musica,
e non so dove sia la pagina principale”.
(metafora della comunità ADHD)
Questa è un estratto della storia clinica di Rebecca, una ragazza di 23 anni dalla pelle chiarissima, avvolta in abiti larghi e con uno sguardo triste e schivo. I primi incontri terapeutici risultano particolarmente complessi sul piano relazionale e comunicativo: non fa altro che torturarsi le mani, mentre risponde in maniera caotica e disorganizzata, con grosse difficoltà a mantenere il filo del discorso tanto da mettere in dubbio il suo funzionamento cognitivo. Ciò che più colpisce è quella sua risata nervosa che esplode all’improvviso, così fragorosa da riempire le quattro mura dello studio: è come se quella risata gridasse disperatamente, al posto delle parole, il suo bisogno di aiuto.
Incontro dopo incontro, però, sembra rilassarsi e la sua storia può dipanarsi.
Parla anzitutto dei suoi sentimenti di incomprensione all’interno del nucleo di origine. Descrive la madre, architetto di successo, come una donna emotivamente fredda, tutta incentrata sui risultati, sull’importanza dell’apparenza sociale e poco interessata al suo mondo interiore. Anche il rapporto con il padre, un farmacista appassionato di politica, è vissuto in modo conflittuale: Rebecca sente che non la comprende, anzi la critica continuamente, ma soprattutto sente che a lei preferisce la sorella maggiore, Viviana, la quale è andata via da casa molto giovane per lavorare nel settore della moda, ottenendo un discreto successo. Con la sorella il rapporto è quasi inesistente. Per dirla con le parole di Rebecca: “non è normale dire al proprio figlio che è uno stupido, idiota, deficiente. Loro dicono che è per spronarmi, ma invece di spronarmi, io mi deprimo di più. Capita che urlo loro che voglio morire e che non vorrei mai essere nata, ma sembra che a loro non freghi molto”.
Ricorda che il momento per lei più traumatico fu quando la madre le racconta alcuni anni fa che, preoccupata da alcuni suoi comportamenti, all’età di otto anni la porta da uno psicologo, il quale le diagnostica l’ADHD. Quella diagnosi diventa per Rebecca come un marchio a fuoco, un segno distintivo che qualcosa in lei non va.
In effetti, fin dalla scuola primaria emergono difficoltà nella lettura e nella comprensione del testo. Ripete un anno scolastico e riporta sempre lentezza nell’esecuzione dei compiti. Durante le scuole superiori le difficoltà aumentano.
Forse a causa della sua diversità, Rebecca è vittima di bullismo: “la prima volta è stata in 4a elementare quando un ragazzo mi appiccicò le gomme da masticare nei capelli, erano così lunghi ma li dovemmo tagliare. Alle medie e poi al liceo fu ancora peggio, i compagni mi insultavano pesantemente, sono stati anni di odio assurdo nei miei confronti”.
Iscritta all’Accademia delle Belle Arti, le cose vanno meglio: “i compagni sono molto simpatici. Ci abbracciamo sempre ed io riesco a trovare un po’ di affetto con loro”. Tuttavia, inciampa al momento della tesi e non riesce a concludere il percorso. È come se, a un certo punto, il suo cervello fosse andato in tilt.
Gli strumenti per l’approfondimento diagnostico sono stati i seguenti: colloquio clinico anamnestico e osservazione diretta; WAIS IV; DIVA; Prove di attenzione visiva e selettiva, TMT (A-B); Prove di attenzione sostenuta; Batteria per lo screening dei DSA; Prove di memoria verbale e visiva.
La valutazione psicodiagnostica suggerisce un quadro compatibile con un Disturbo Specifico dell’Apprendimento con compromissione nella lettura e scrittura. La WAIS IV (QIT=84) evidenzia un profilo disomogeneo, con fragilità nelle competenze verbali, a fronte di abilità adeguate sul piano visuo-percettivo. Lo strumento strutturato (DIVA) indica la presenza di criteri compatibili con l’ADHD tipo combinato.
Le difficoltà e fragilità di Rebecca sono numerose: iperattività, facile distraibilità e scarsa concentrazione, impulsività e aggressività, incapacità di leggere correttamente le situazioni sociali, disregolazione emotiva, disagio ed esclusione sociale. Attraversa momenti di potente rabbia nei confronti del mondo intero, in cui la sua diversità la fa crollare e sprofondare nell’umore più nero possibile. Quando il dolore si fa insostenibile, ricorre al cutting.
Dietro quella diagnosi di neurodivergenza, c’è però il mondo creativo di Rebecca. Questo piccolo genio creativo è capace di dare forma con un foglio e qualche matita a dei bellissimi disegni, fumetti in particolare, che riesce anche a vendere su Internet. Rebecca è inoltre appassionata di fotografia e le piace cucire, in particolare gli abiti per i Comicon, ai quali partecipa con grande entusiasmo. Attualmente frequenta uno stage di attività teatrali, ma vive una profonda insicurezza su quello che sarà il suo futuro, se riuscirà mai a trovare un lavoro e a rendersi autonoma dai suoi genitori, in una società in cui chi ha l’ADHD è ancora fortemente penalizzato. Il funzionamento neurodivergente non è in linea con quelle che sono le aspettative sociali, anche se qualcosa recentemente sta cambiando. È infatti importante sottolineare che l’ADHD nell’adulto è al centro della ricerca e pratica clinica contemporanea.
Il caso di Rebecca invita a una riflessione più ampia e profonda sul concetto di neurodivergenza, intesa non solo come condizione clinica, ma come un’autentica modalità di funzionamento che si struttura in un’interazione tra caratteristiche personologiche e individuali e contesto relazionale. In tale scenario, le difficoltà osservate possono essere comprese non solo in termini di assenza o limite, ma come espressione di una complessa organizzazione cognitiva ed affettiva, che nel caso di Rebecca, forse ha trovato scarse possibilità di riconoscimento e supporto. Parallelamente, emerge con forza la presenza di risorse significative, in particolare in ambito creativo e artistico, che rappresentano un fondamentale fattore di protezione.
Nel corso del percorso diagnostico/terapeutico, Rebecca ha iniziato a sviluppare una maggiore consapevolezza di sé, riscoprendo risorse e competenze che nel tempo erano rimaste sullo sfondo; anche sul piano relazionale la comunicazione è più fluida e meno frammentata. Gradualmente, sembra affacciarsi alla vita adulta, portando con sé le proprie fragilità ma anche una nuova possibilità di integrazione tra le diverse parti del suo funzionamento.
NOTA: A corredo dell’articolo, riportiamo alcuni fumetti realizzati da Rebecca che raccontano l’ADHD…


Bibliografia
American Psychiatric Association (2013) Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5), Tr. It, Masson
Cornoldi C., Gardinale M., Masi A., Pettenò L. (1996) Impulsività ed autocontrollo. Interventi e tecniche neurocognitive. Trento. Centro Studi Erickson
Fedeli, D. (2013). Il Disturbo da deficit d’attenzione e iperattività, Roma, Carocci Faber