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La neurodivergenza sommersa

Pubblicato il: 17 Giugno 2026

Di:Elisa Breci, Chiara Gattuso, Martina Quadarella

Nel lavoro clinico quotidiano condotto presso il SerT di Augusta, all’interno dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Siracusa, ci scontriamo frequentemente con storie di vita che interrogano profondamente il nostro modo di intendere il disagio psichico e la dipendenza. Osserviamo infatti che un numero considerevole di pazienti che afferiscono ai nostri servizi per un Disturbo da Uso di Sostanze porta con sé un bagaglio di sofferenze e fallimenti che sembrano avere radici molto lontane, in un’infanzia e un’adolescenza caratterizzate da un’irrequietezza mai compresa e da una difficoltà cronica nel mantenere l’attenzione o controllare gli impulsi. Molti di questi individui descrivono un senso di diversità mai codificato, una sorta di lotta invisibile contro un mondo che appariva loro troppo veloce o troppo caotico, portandoli a cercare nelle sostanze una forma di sollievo o di equilibrio. Questa evidenza empirica, raccolta “sul campo” ad Augusta, ci spinge oggi a chiederci quanto questa traiettoria di funzionamento atipico, rimasta celata per decenni, condizioni realmente l’esito dei nostri trattamenti e quanto sia necessario uno sguardo nuovo, capace di riconoscere il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) oltre la coltre della dipendenza.

La revisione della letteratura scientifica internazionale conferma che questa nostra percezione clinica non è un caso isolato, ma riflette un fenomeno epidemiologico di vasta portata. Studi di meta-analisi indicano infatti che circa un paziente su cinque tra coloro che cercano trattamento per un disturbo da uso di sostanze presenta un ADHD concomitante, con una prevalenza media stimata intorno al 23.1% (van Emmerik-van Oortmerssen et al., 2012). Si tratta di percentuali impressionanti, dalle tre alle quattro volte superiori rispetto alla popolazione generale adulta, suggerendo che questa variante del neurosviluppo rappresenti un fattore di vulnerabilità primario per l’esordio e la persistenza di comportamenti problematici (Horstman et al., 2026). La comorbidità tra queste due condizioni non è affatto casuale; recenti indagini genomiche suggeriscono basi genetiche comuni, evidenziate dai punteggi di rischio poligenico (PRS) che mostrano una vulnerabilità biologica condivisa tra ADHD e vari disturbi da uso di sostanze, in particolare per quanto riguarda l’uso di cocaina e oppioidi (Koller et al., 2024).

Il motivo per cui queste condizioni rimangono sommerse risiede spesso nella difficoltà della diagnosi tardiva. Molti adulti hanno imparato a compensare i deficit attraverso strategie di “masking” o “camouflaging”, logoranti a livello interno ma invisibili all’esterno. Un ruolo cruciale è giocato dal bias di genere: storicamente l’ADHD è stato considerato un disturbo prettamente maschile, portando a una sistematica sottovalutazione nelle donne, che spesso presentano una prevalenza del tipo inattentivo o una disregolazione emotiva interna meno dirompente. La diagnosi in età adulta è complicata ulteriormente dal fatto che i sintomi di astinenza o intossicazione, come l’irritabilità e la distraibilità, mimano quelli dell’ADHD, portando i clinici a attribuire erroneamente l’intero quadro alla sola dipendenza. Tuttavia, quando questo disturbo latente non viene identificato, il decorso clinico del paziente è drasticamente più severo, con esordi precoci, tassi più elevati di ospedalizzazione e un rischio significativamente superiore di tentativi di suicidio (Perugi et al., 2019; Arias et al., 2008). È stato inoltre osservato che il sottotipo combinato di ADHD può esacerbare le conseguenze dell’uso di oppioidi attraverso la mediazione di fenotipi impulsivi (Browning et al., 2024), influenzando negativamente la ritenzione in cura (Carpentier & Levin, 2017).

Un concetto cardine per comprendere questo legame profondo è la cosiddetta Ipotesi dell’Automedicazione (Self-Medication Hypothesis), formulata originariamente da Khantzian (1985; 1997). Secondo questa prospettiva, molti pazienti utilizzano le sostanze come un tentativo istintivo, seppur disfunzionale, di gestire i propri sintomi cognitivi ed emotivi. Gli stimolanti, come la cocaina, possono essere impiegati paradossalmente per “mettere ordine” nei pensieri o per calmare quell’irrequietezza interiore descritta come un motore costantemente acceso (Wilens et al., 2007). Allo stesso modo, l’uso di alcol o sedativi può diventare uno strumento improprio per “spegnere” il rumore mentale in individui tormentati da una cronica disregolazione affettiva (Seitz et al., 2013). La sostanza agisce dunque come una stampella chimica temporanea, finendo però per intrappolare il soggetto in una spirale di dipendenza che complica ulteriormente il quadro neuropsicologico.

Far emergere questa fenomenologia rimane una delle sfide diagnostiche più ardue. Per ridurre il rischio di errori, la letteratura raccomanda l’adozione di protocolli rigorosi che prevedano un periodo di stabilizzazione di almeno quattro settimane prima di formulare una diagnosi formale (Matthys et al., 2014). È fondamentale che il processo non si basi solo su scale di screening, ma integri interviste semistrutturate come la DIVA 2.0 (Kooij, 2012) e informazioni provenienti dai familiari per confermare la presenza dei sintomi sin dall’infanzia (Ramos-Quiroga et al., 2016). Oltre alla dimensione diagnostica, il riconoscimento di questo funzionamento differente impone una riflessione sulla qualità della vita dei pazienti, spesso segnata da isolamento sociale e senso di fallimento (Daigre et al., 2017; Anker et al., 2019). Un approccio clinico affermativo deve quindi andare oltre il solo trattamento farmacologico — pur efficace nel migliorare l’inibizione e la memoria (Brynte et al., 2024) — per abbracciare interventi psicosociali e approcci innovativi come la musicoterapia, capace di aiutare i pazienti a canalizzare l’energia e costruire un’identità positiva (Ghetti et al., 2024).

Alla luce di questa revisione, appare chiaro che la comunità psicologica siciliana non può più ignorare la complessità di questa popolazione. L’obiettivo futuro che ci poniamo come équipe del SerT di Augusta è quello di avviare una ricerca empirica locale che permetta di rilevare sistematicamente nei nostri servizi questo fenomeno della neurodivergenza sommersa. Non è più sufficiente supporre la presenza di questo funzionamento atipico; è necessario quantificare la reale percentuale di pazienti ADHD tra i nostri utenti per passare da una clinica della mera normalizzazione a una clinica del riconoscimento della diversità umana. Solo così potremo sviluppare protocolli di cura personalizzati, capaci di rispondere realmente ai bisogni di chi è rimasto troppo a lungo invisibile, offrendo finalmente una narrazione basata sulla validazione dell’esperienza soggettiva e di ogni differente modo di abitare il mondo.

Bibliografia

Arias, A. J., et al. (2008). Correlates of co-occurring ADHD in drug-dependent subjects. Addict Behav, 33(9).

Anker, E., et al. (2019). Work participation in ADHD and associations with social characteristics. Atten Defic Hyperact Disord, 11.

Browning, L., et al. (2024). ADHD combined subtype exacerbates opioid use disorder consequences. Drug Alcohol Depend, 259.

Brynte, C., et al. (2024). The Effect of Methylphenidate on Cognition in Patients with Comorbid ADHD and Amphetamine Use Disorder. Eur Addict Res, 30.

Carpentier, P. J., & Levin, F. R. (2017). Pharmacological treatment of ADHD in addicted patients. Harv Rev Psychiatry, 25.

Daigre, C., et al. (2017). The role of dual diagnosis in health-related quality of life. Qual Life Res, 26.

Ghetti, C. M., et al. (2024). Steering the energy with music: user perspectives of music therapy for co-occurring ADHD and substance use problems. Subst Abuse Treat Prev Policy, 19.

Horstman, L. I., et al. (2026). Polygenic risk scores reveal genetic underpinnings of comorbidity between SUD and ADHD. Eur Neuropsychopharmacol, 107.

Khantzian, E. J. (1985). The self-medication hypothesis of addictive disorders. Am J Psychiatry, 142.

Khantzian, E. J. (1997). The self-medication hypothesis: a reconsideration. Harv Rev Psychiatry, 4.

Koller, D., et al. (2024). Genetic contribution to the comorbidity between ADHD and SUD. Psychiatry Res, 333.

Kooij, J. J. S. (2012). Adult ADHD: Diagnostic Assessment and Treatment. Springer.

Matthys, F., et al. (2014). Barriers to Implementation of Treatment Guidelines for ADHD in Adults With SUD. J Dual Diagn, 10(3).

Perugi, G., et al. (2019). Pharmacotherapeutic strategies for the treatment of ADHD with comorbid SUD. Expert Opin Pharmacother, 20(3).

Ramos-Quiroga, J. A., et al. (2016). Criteria and concurrent validity of DIVA 2.0. J Atten Disord, 23(10).

Seitz, A., et al. (2013). Association between Craving and ADHD Symptoms among Patients with Alcohol Use Disorders. Am J Addict, 22.

van Emmerik-van Oortmerssen, K., et al. (2012). Prevalence of ADHD in SUD patients: a meta-analysis. Drug Alcohol Depend, 122.

Wilens, T. E., et al. (2007). Do individuals with ADHD self-medicate with cigarettes and substances of abuse? Am J Addict, 16 Suppl 1.