Pubblicato il: 17 Giugno 2026
Abstract
Negli ultimi anni il paradigma della neurodiversità ha promosso una rilettura critica degli interventi precoci sull’autismo, mettendo in discussione gli approcci centrati sulla normalizzazione. Il presente contributo propone una riflessione clinica sull’utilizzo dei principi dell’Early Start Denver Model (ESDM) in una prospettiva neurodiversity-affirmative, attraverso il caso di Matteo seguito dai 24 mesi ai 4 anni.
L’intervento è stato utilizzato in modo flessibile, all’interno di una cornice relazionale e non direttiva, centrata sugli interessi spontanei, sulla valorizzazione della comunicazione emergente e sul coinvolgimento dei caregiver.
A 4 anni Matteo mostra un ampliamento significativo delle competenze comunicative e relazionali, interpretato non come avvicinamento a una norma, ma come espansione delle possibilità espressive. Il contributo invita a ripensare il concetto di esito evolutivo alla luce del paradigma della neurodiversità.
Introduzione
L’intervento precoce nei disturbi del neurosviluppo rappresenta oggi uno degli ambiti più sviluppati nella pratica clinica e nella ricerca. Numerosi studi evidenziano come interventi tempestivi possano favorire lo sviluppo comunicativo, cognitivo e adattivo nei bambini con disturbo dello spettro autistico (Dawson et al., 2010; Fuller et al., 2020).
Tra i modelli più diffusi si colloca l’Early Start Denver Model (ESDM), approccio naturalistico evolutivo-comportamentale che integra principi dell’Applied Behavior Analysis con una forte attenzione alla relazione, alla motivazione del bambino e al contesto di vita (Schreibman et al., 2015).
Negli ultimi anni, tuttavia, il paradigma della neurodiversità ha introdotto una prospettiva diversa, che considera l’autismo come una variante del neurosviluppo e non esclusivamente come un insieme di deficit (Kapp, 2020). Questo cambio di sguardo solleva una questione cruciale: come mantenere l’efficacia degli interventi evitando una spinta implicita verso la normalizzazione?
Il presente contributo si colloca in questo spazio di riflessione, proponendo un utilizzo clinico dei principi ESDM integrato in una prospettiva neurodiversity-affirmative.
Il caso clinico – Profilo iniziale (24 mesi)
Matteo giunge alla nostra osservazione all’età di 24 mesi e presenta difficoltà significative nell’area della comunicazione sociale e della regolazione attentiva. Il linguaggio verbale è assente, la gestione del contatto oculare limitata e le modalità relazionali prevalentemente passive.
La comunicazione è di tipo preverbale e strumentale, senza integrazione stabile del contatto oculare; la risposta al nome non è presente. Sono osservabili vocalizzazioni semplici.
Il coinvolgimento sociale appare discontinuo, le abilità di imitazione emergenti e il gioco poco strutturato. Si rileva un interesse specifico per le macchinine, con modalità ripetitive.
Intervento clinico
L’intervento clinico è stato costruito a partire dai principi dell’ESDM, utilizzato in modo flessibile e non direttivo all’interno di una cornice evolutiva e neurodiversity-affirmative. Le attività, selezionate in base agli obiettivi evolutivi e relazionali, sono state lasciate alla scelta spontanea del bambino per sostenere motivazione intrinseca, iniziativa e partecipazione attiva.
Gli interessi spontanei di Matteo sono stati utilizzati come principale punto di accesso alla relazione. I comportamenti ripetitivi e gli interessi circoscritti sono stati accolti come risorse per costruire esperienze condivise.
Le attività sono state organizzate in routine condivise motivanti, caratterizzate da sintonizzazione affettiva e rinforzo naturale, con l’obiettivo di favorire engagement sociale e co-regolazione interattiva. L’uso di materiali doppi e della posizione frontale ha facilitato l’imitazione reciproca, il turn-taking e l’attenzione condivisa.
La canzone “Il coccodrillo come fa”, proposta con un libro illustrato, ha favorito la costruzione di routine condivise attraverso prevedibilità, pause e attese comunicative. Lievi interruzioni intenzionali dell’attività hanno promosso iniziativa sociale e richiesta comunicativa, favorendo l’emergere progressivo di vocalizzazioni e produzioni verbali spontanee.
Il gioco con le macchinine, inizialmente ripetitivo e orientato alla stimolazione visiva (es. osservazione ravvicinata delle ruote e movimenti ripetitivi), è stato ampliato con percorsi condivisi e turn-taking, fino a semplici sequenze simboliche, come il “bus che va a scuola”.
Il caregiver ha partecipato attivamente alle sedute come figura di co-regolazione.
Esiti evolutivi (4 anni)
A 4 anni Matteo presenta un linguaggio verbale strutturato, con produzione di frasi e uso di pronomi. La comprensione linguistica include strutture complesse.
È in grado di rispondere e formulare domande, mostrando iniziativa comunicativa. Sul piano relazionale si osserva una maggiore integrazione dello sguardo e la comparsa di comportamenti di condivisione.
Partecipa a giochi sociali e simbolici; il gioco appare più flessibile e articolato. Emergono inoltre competenze cognitive di base, come il riconoscimento dei numeri.
Discussione
Il caso presentato mostra una possibile integrazione tra i principi dell’ESDM e una prospettiva neurodiversity-affirmative.
L’intervento ha privilegiato la relazione e la sintonizzazione con il bambino, evitando un’impostazione centrata sulla riduzione delle differenze. In questa ottica, i comportamenti ripetitivi e gli interessi specifici sono stati riletti come risorse per l’engagement.
Il cambiamento osservato non viene interpretato come avvicinamento a una norma neurotipica, ma come ampliamento delle possibilità comunicative, relazionali e simboliche.
Questa lettura si inserisce anche nella prospettiva del “double empathy problem” (Milton, 2012), che considera le difficoltà comunicative come il risultato di una dissonanza reciproca tra sistemi comunicativi differenti.
Conclusioni
L’integrazione dei principi dell’ESDM in una prospettiva neurodiversity-affirmative potrebbe rappresentare una direzione clinica promettente.
Un approccio di questo tipo consente di sostenere lo sviluppo del bambino mantenendo al centro la relazione, la soggettività e la partecipazione, evitando una lettura esclusivamente normalizzante del cambiamento.
Bibliografia
Dawson, G., Rogers, S., Munson, J., Smith, M., Winter, J., Greenson, J., Donaldson, A., & Varley, J. (2010).
Randomized, controlled trial of an intervention for toddlers with autism: The Early Start Denver Model. Pediatrics, 125(1), e17–e23.
Fuller, E. A., Oliver, K., Vejnoska, S. F., & Rogers, S. J. (2020).
The effects of the Early Start Denver Model for children with autism spectrum disorder: A meta-analysis. Brain Sciences, 10 (6), 368.
Schreibman, L., Dawson, G., Stahmer, A. C., Landa, R., Rogers, S. J., McGee, G. G., Kasari, C., Ingersoll, B., Kaiser, A. P., Bruinsma, Y., McNerney, E., Wetherby, A., & Halladay, A. (2015).
Naturalistic developmental behavioral interventions: Empirically validated treatments for autism spectrum disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders, 45(8), 2411–2428.
Kapp, S. K. (Ed.). (2020).
Autistic community and the neurodiversity movement: Stories from the frontline. Palgrave Macmillan.
Milton, D. E. M. (2012).
On the ontological status of autism: The ‘double empathy problem’. Disability & Society, 27(6), 883–887.