Oltre le pieghe dell’anima: la mia storia come psicologo di comunità al tempo del Coronavirus
Testimonianze | Dicembre 2020
Autore: Dott. Salvatore Stornello

Parlare di sé e del proprio lavoro, non è così facile; tuttavia proverò a farlo, con semplicità e chiarezza (spero…), come se il nostro fosse quasi un “incontro personale”, una riflessione ad alta voce…

Chi vi scrive è Salvatore Stornello, vivo ad Acate in provincia di Ragusa e sono uno Psicologo Clinico. Da due anni lavoro come operatore psicologo presso la Comunità Terapeutica per le Dipendenze Patologiche “L’Oasi” dell’”Associazione Casa Rosetta”, fondata da P. Vincenzo Sorce ed operante da circa 40 anni nel territorio regionale, ma anche in altre regioni d’Italia e all’estero. La nostra struttura si colloca tra le provincie di Catania e Ragusa, in territorio di Caltagirone, presso un borgo mussoliniano denominato Borgo Ventimiglia.

Il lavoro in Comunità Terapeutica è particolarmente complesso, e forse proprio per questo molto ricco e affascinante.

La pandemia da Coronavirus quest’anno ha messo a dura prova l’operato della nostra equipe, diretta dalla dottoressa Raffaela Cannizzo, che ad ogni modo con grande passione, abnegazione e professionalità, seguendo i principi fondamentali della nostra “Mission”, ha continuato incessantemente nel proprio lavoro.

È un caso, forse, ma ricordo che il 2020 si è aperto con un avvenimento straordinario quanto raro di cui sono stato diretto testimone. Era il primo gennaio ed ero di turno in struttura; erano quasi le ore 20:00 e nell’attesa dell’arrivo del collega per darmi il cambio stavo passeggiando in giardino ad osservare le stelle, quando ad un tratto è apparso in cielo un enorme astro incandescente con una coda luminosissima di colore verde intenso, che proseguiva orizzontalmente verso sud, non avevo mai visto nulla del genere e compresi successivamente che si trattava di una cometa. Da quella singolare esperienza ebbi la sensazione immediata che il 2020 sarebbe stato diverso dagli anni precedenti.

Poche settimane dopo, infatti, nei telegiornali di tutto il mondo iniziò a girare la notizia che in Cina si era diffuso un potentissimo quanto pericoloso virus, chiamato Covid-19, che mieteva vittime senza pietà alcuna.

Nei giorni a seguire, viste le notizie poco rassicuranti diramate dai mass-media, che preannunciavano il rischio di trasmissione del virus al di fuori dalla Cina e quindi di un possibile verificarsi di una pandemia a livello globale, insieme ai colleghi della nostra Comunità mi sono subito attivato attraverso seminari informativi, di formazione e prevenzione rivolti a tutti gli ospiti della struttura. Successivamente, quando ormai il Covid era arrivato pure nel nord Italia e da lì a poco in Sicilia, per salvaguardare e proteggere i propri “residenti” la nostra Associazione diede avvio ad una serie di interventi e Protocolli di tutela e prevenzione per ridurre al minimo il rischio di contagio. Anche noi dell’Oasi, quindi, avviammo urgentemente delle modifiche di alcune linee guida del Programma Terapeutico, nel rispetto di normative e procedure specifiche.

Innanzitutto furono bloccati gli ingressi di altri residenti, vietati gli ingressi di persone esterne alla struttura, come volontari, fornitori, parrocchie. Interrotti gli incontri mensili con le famiglie, ma introdotte le videochiamate settimanali con esse. Ci eravamo, quindi, isolati dal mondo.

Noi operatori dell’Oasi abbiamo fatto e cerchiamo sempre di fare del nostro meglio, innanzitutto a partire dal rispetto delle procedure, come la “raccolta del bio-contenimento”, sia rispetto allo staff che agli ospiti: controllo della temperatura corporea, della saturazione ed altri parametri prima dell’inizio del proprio turno, uso quotidiano di DPI, sanificazione costante di uffici, stanze ed oggetti della struttura.

Inevitabilmente, tuttavia, in noi operatori cresceva il senso di responsabilità e preoccupazione, perché paradossalmente potevamo diventare possibili untori, visto che la sera rientravamo nelle nostre famiglie, mentre i nostri “ragazzi”, come affettuosamente li chiamiamo, rimanevano isolati in Comunità e quindi protetti. Tale protezione, purtroppo, non è stata compresa da tutti, infatti alcuni di loro, quasi per un fenomeno di emulazione, decidevano di interrompere il Programma; altri, invece, con grande consapevolezza, hanno scelto di andare avanti, comprendendo che la Comunità era per loro il luogo più sicuro. Tale precarietà determinava un grande senso di frustrazione in noi operatori, che crediamo così tanto in un programma di recupero, ma la responsabilità richiedeva di andare avanti, contenendo apprensioni e paure, proprie e altrui.

Infatti, come operatore e come psicologo, ho evitato di trasmettere le mie ansie e le mie paure, cercando di gestire ed elaborare le mie emozioni in maniera adeguata e mantenendomi lucido, presente e sereno, lasciando “fuori dal cancello” ogni possibile timore. Per parecchi mesi, infatti, la vita della Comunità, pur con modalità e tempi non consueti, è andata avanti con regolarità, coerenza e grande capacità di adattamento, senza lasciarsi abbattere da questo “mostro” chiamato Covid.

Come psicologo ho vissuto quotidianamente “in trincea”, a tu per tu con il rischio elevato di contagio da Coronavirus e non solo, anche con le fragilità e le frustrazioni dei residenti, problematiche rafforzate dall’impossibilità di avere contatti diretti con le famiglie. Ho cercato di far canalizzare, quindi, attraverso colloqui clinici e di sostegno, sentimenti di paura, di rabbia, di sconforto verso una ricerca costante di obiettivi concreti e di resilienza. La mia sofferenza personale si è amalgamata con la sofferenza dei ragazzi e attraverso questa fusione ne è nata una maggiore motivazione interna di affrontare le difficoltà quotidiane e credere ancora nella vita. Il motto del nostro fondatore Padre Vincenzo Sorce, “Tutto ciò che è amato cresce”, è stato per noi di grande e concreto aiuto.

Le limitazioni oggettive non ci hanno impedito di condurre il nostro lavoro in maniera proficua, riuscendo persino a dare continuità agli interventi di formazione e prevenzione, seppure in modalità on line. La quotidianità è stata vissuta in armonia, arricchendo la programmazione con attività alternative, sia a livello terapeutico, che formativo, culturale e ricreativo (flash mob). Gli ospiti, attraverso la nostra vicinanza e testimonianza, hanno portato avanti il loro progetto di cambiamento con intensa motivazione e, forse, con il valore aggiunto di una “vittoria” e speranza in più: nonostante la pandemia, la vita non può essere fermata!