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Gli atteggiamenti delle psicologhe e degli psicologi siciliani verso l’omosessualità

Pubblicato il: 23 Marzo 2023

Di:Andrea Nicola Malpasso, Oriana Bisicchia, Marco Cottone, Enzo Crapanzano, Gaia Di Salvo, Liliana La Placa, Emma Lo Magro, Elisabeth Julie Vargo

Report a cura del Gruppo di Lavoro “Psicologia LGBT+: promozione di un approccio affermativo alle identità sessuali” dell’Ordine degli Psicologi della Regione Siciliana in collaborazione con la Prof.ssa Zira Hichy (Professoressa Associata, Dipartimento Scienze della Formazione, Università di Catania).

La ricerca presentata nasce dall’opportunità di indagare la presenza di atteggiamenti omonegativi all’interno della comunità psicologica siciliana.

Pur essendo dal 1990 derubricata l’omosessualità dai manuali diagnostici internazionali, non considerandola più una patologia ma una variante normale della sessualità, fa riflettere il fatto che ancora, in alcuni casi, siano considerati possibili interventi rieducativi e riparativi.

Il Gruppo di Lavoro «Psicologia LGBT+» dell’Ordine degli Psicologi della Regione Siciliana e la Prof. Zira Hichy (Dipartimento di Scienze della Formazione UNICT) hanno lavorato alla seguente ricerca. Essa vuole indagare gli atteggiamenti degli psicologi e delle psicologhe siciliani nei confronti dell’omosessualità, esplorandone conoscenze, opinioni, atteggiamenti e di conseguenza rilevare carenze e bisogni formativi. L’indagine si pone in continuità con il lavoro avviato nel 2011 dal Prof. Vittorio Lingiardi e coll. in diverse regioni italiane. Tale continuità ha permesso sia la comparazione degli atteggiamenti degli psicologi, sia l’ampliamento del campione nazionale della ricerca, sia di studiare nel tempo gli atteggiamenti e le opinioni degli psicologi essendo trascorsi 10 anni dal primo studio.

La raccolta dei dati è avvenuta attraverso la diffusione online del questionario «Atteggiamenti degli Psicologi nei confronti delle persone Gay e lesbiche» (APO), in riferimento a quello utilizzato in precedenza da Lingiardi et al. nel 2015. Il questionario è suddiviso in tre parti. La prima sezione permette di raccogliere informazioni generali sul partecipante; la seconda comprende domande riguardanti l’approccio teorico del professionista circa alcune presunte teorie eziologiche e le opinioni riguardo al rapporto tra omosessualità e patologia; la terza sezione indaga altre aree quali la conoscenza diretta di persone omosessuali e rileva il punto di vista su temi di rilievo sociale e politico.

Dall’analisi dei dati sono emerse le seguenti osservazioni che possiamo analizzare anche in riferimento alle precedenti ricerche.

Innanzitutto, ci sembra importante sottolineare il risultato relativo all’item «l’omosessualità è una variante normale della sessualità» (fig. 1) che trova d’accordo l’89% dei partecipanti, mentre l’8% preferisce non prendere posizione e il 3% esprime disaccordo. Se confrontiamo questa distribuzione con quella emersa nella medesima ricerca effettuata in Lombardia nel 2015, la percentuale di psicologi in accordo con tale item è aumentata, ciò potrebbe essere letto come un cambiamento rispetto al processo di depatologizzazione dell’omosessualità. In linea con questo risultato, troviamo anche le distribuzioni relative ai tre item che indagano l’atteggiamento patologizzante. Infatti, il 98% degli psicologi siciliani non considera l’omosessualità una patologia, il 96% non ritiene che sia un sintomo, il 95% non pensa che sia l’esito di uno sviluppo psicologico incompleto.

Un dato che apre a diverse riflessioni e che sembra non seguire lo stesso trend sopra descritto, riguarda gli item che esaminano le ipotesi eziologiche sull’omosessualità. Nello specifico, il 23% tende a ritenere che esista una teoria relativa alla psicogenesi delle omosessualità, mentre il 36% non si esprime. Più di un terzo del campione non sente di escludere la possibilità che l’omosessualità sia l’esito di dinamiche familiari patologiche (fig. 2); inoltre, più di un quarto degli psicologi che hanno risposto al questionario non esclude che l’omosessualità possa essere l’esito di un trauma e, all’interno di questa porzione del campione, il 2% si posiziona in accordo con questa ipotesi.

Anche se la maggioranza, quindi, presenta un atteggiamento non patologizzante e non considera che l’omosessualità abbia delle cause legate allo sviluppo psicologico o relazionale, la mancanza di omogeneità sulle ipotesi teoriche ed eziologiche mette in luce alcune lacune sulle nozioni fondamentali relative allo sviluppo psico-sessuale e delle identità sessuali.

Da questi risultati si evince che nelle domande più esplicite le posizioni del campione tendono ad essere più nette e omogenee; al contrario, in linea con gli studi precedenti emerge una tendenza generale a dare risposte intermedie negli item che riguardano gli aspetti eziologici; ciò potrebbe essere connesso ad una preparazione non approfondita e poco specifica sulle tematiche in oggetto. Questa tendenza sembra essere confermata se teniamo in considerazione la domanda «Quanto si sente preparata/o sulle tematiche cliniche e teoriche relative all’omosessualità?», in cui solo il 22% degli psicologi riferisce di sentirsi preparato, mentre il 36% non sente di avere una preparazione adeguata e il resto del campione (42%) non prende posizione.

Un altro dato che rimarca la mancanza di corrette informazioni e fa emergere la presenza di pregiudizi omonegativi radicati nella nostra cultura è relativo alla credenza che l’omosessualità sia correlata ad una mancata identificazione con il ruolo di genere (fig. 3). In questo caso, la riflessione riguarda un bias connesso alla percezione delle componenti dell’identità sessuale. Emerge che solo la metà del campione conosce, coglie e riconosce il significato dei ruoli di genere come aspetto slegato dall’orientamento sessuale.

Rispetto alle opinioni sui temi socio-politici, complessivamente è emerso un atteggiamento favorevole rispetto alla stabilità delle coppie omosessuali e alla loro possibilità di sposarsi, mentre si evince maggiore reticenza negli item relativi alla genitorialità. Questo dato si pone in contrasto con quello che riporta la letteratura scientifica più aggiornata, da cui emerge, in maniera ormai consolidata, che i bambini cresciuti in famiglie omogenitoriali possono incorrere in problemi dello sviluppo in maniera del tutto simile ai bambini cresciuti in famiglie tradizionali.

Un altro importante obiettivo di questo studio è stato quello di indagare la presenza di atteggiamenti degli psicologi siciliani orientati alla modifica dell’orientamento sessuale da omo a etero (atteggiamento riparativo). Nonostante la maggior parte dei partecipanti alla ricerca tenda ad avere un atteggiamento non riparativo e non patologizzante, nel nostro campione uno psicologo su cinque tende a considerare l’omosessualità come un fenomeno patologico e, inoltre, a considerare che sia possibile agire per modificare l’orientamento sessuale.

Questo dato merita certamente attenzione in quanto le terapie «riparative» sono state scientificamente invalidate poiché inefficaci e potenzialmente nocive per la salute mentale delle persone che ne sono sottoposte. Altresì, è opportuno ricordare che tali pratiche rappresentano un grave illecito in riferimento al Codice Deontologico degli Psicologi Italiani. Ricordiamo, anche, che alcuni interventi clinici, pur non essendo classificabili come «pratiche riparative» propriamente dette, possono essere comunque compromessi da pregiudizi antiomosessuali o atteggiamenti eterofilici che fanno ritenere l’eterosessualità una condizione pur sempre preferibile all’omosessualità.

Infine sono emersi altri due rilevanti dati in linea con le ricerche presenti in letteratura. La maggiore frequenza di atteggiamenti patologizzanti e riparativi è connessa ad orientamenti politici e religiosi più conservatori. Questo risultato rispecchia, in parte, le posizioni che la Chiesa e la politica conservatrice hanno avuto e continuano ad avere rispetto alle tematiche LGBT+.

Inoltre la conoscenza di persone gay e lesbiche riduce significativamente l’atteggiamento omonegativo. Infatti i dati mostrano che gli psicologi che non hanno relazioni significative con persone gay/lesbiche sembrerebbero più propensi ad avere un atteggiamento maggiormente riparativo, patologizzante ed eziopatologico nei confronti dell’omosessualità. Inoltre, tenderebbero ad avere un’opinione sfavorevole sulla genitorialità delle persone gay/lesbiche e a pensare che i bambini cresciuti in famiglie omogenitoriali possano incorrere in disturbi dello sviluppo.

Nel campione di questa ricerca emerge che solo il fatto di avere «amici gay/lesbiche» costituisce un fattore di riduzione dell’atteggiamento patologizzante e riparativo; relazione che non si evince rispetto all’avere parenti, colleghi e conoscenti. Questo dato si pone in maniera coerente con l’ipotesi del contatto di Allport, secondo il quale infatti il contatto tra persone appartenenti a gruppi diversi, quando è positivo, può concorrere a diminuire la tensione tra i gruppi e il livello di pregiudizio.

Anche questi risultati portano a riflettere sull’importanza, sia per la popolazione generale che per gli psicologi, di operare un lavoro di destrutturazione degli stereotipi e dei pregiudizi verso le persone gay e lesbiche, attraverso la creazione di spazi di incontro, riflessione, contatto e formazione.

Dalla ricerca, in conclusione, possiamo affermare che la maggior parte delle psicologhe e degli psicologi che hanno partecipato alla ricerca non presenta un atteggiamento patologizzante e/o riparativo nei confronti dell’omosessualità, considerandola di fatto una variante normale della sessualità umana.

Tuttavia, la variabilità emersa nelle risposte agli item relativi all’eziologia e alle caratteristiche dell’orientamento sessuale invita alla riflessione sulla carenza di informazione e formazione su tali tematiche, nonostante siano trascorsi ormai alcuni anni dalle prime ricerche effettuate.

Considerato, inoltre, che da più di trent’anni nella comunità scientifica internazionale sia ormai consolidato ritenere l’omosessualità una variante normale della sessualità umana e non più, in alcun modo, una patologia, le percentuali del campione che si discostano da tali posizioni, seppur ridotte, ci invitano comunque a fare delle riflessioni. In questo senso, accrescere le conoscenze della nostra comunità professionale sul cosiddetto «minority stress», riguardante il disagio percepito connesso al pregiudizio sociale per le persone che appartengono ad un gruppo di minoranza, può essere utile a ricordare che il malessere delle persone non eterosessuali non è legato all’identità sessuale di per sé, ma è conseguenza dell’interazione con un contesto ostile e non inclusivo.

Un altro aspetto significativo riguarda l’impatto che il credo religioso e l’orientamento politico svolgono sugli atteggiamenti delle psicologhe e degli psicologi verso le persone gay e lesbiche, in termini di maggiore tendenza alla patologizzazione e alla possibilità di far ricorso a pratiche riparative.

La tendenza alla patologizzazione e all’atteggiamento riparativo, sebbene si mantenga in una percentuale ridotta, sembra non essersi ridimensionata negli anni. I dati che emergono dal presente studio, a confronto con i dati emersi nelle altre regioni italiane, mostrano una tendenza simile a livello nazionale, nonostante siano trascorsi dieci anni dalla prima ricerca effettuata.

A partire da queste considerazioni emerge la necessità di riflettere sulla consapevolezza professionale e clinica relativa a come e quanto le credenze e le idee personali possano avere un impatto sull’atteggiamento e l’approccio dello psicologo verso le persone omosessuali all’interno della pratica clinica e, in generale, nell’intervento psicologico in qualsiasi ambito. Quindi, è importante che ciascun professionista possa interrogarsi sui propri pregiudizi e possa mediare tra l’epistemologia clinico-professionale e le proprie idee e credenze politiche e religiose, per evitare di incorrere in comportamenti contro l’etica e i principi deontologici.

Bibliografia

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